Sticks and stones can break my bones (but words will never hurt me)

March 20, 2011 § 2 Comments

Ci sono momenti in cui mi sento una terribile moralista. Dove per moralista si intende precisamente “chi ha la tendenza a considerare ogni azione sotto l’aspetto morale, talvolta con eccessivo rigore“. Certo, di fronte a una definizione di questo tipo mi sorge qualche dubbio. Come si fa a non considerare qualunque azione sotto il profilo morale? La morale non è forse l’analisi delle ragioni per cui agiamo e la valutazione delle ragioni e delle azioni stesse (in termini di “bene” e “male”, se si vuole)? Diciamo che di solito con il termine moralista ci si riferisce all’eccessivo rigore. O meglio, alla tendenza a giudicare le ragioni altrui con un metro eccessivamente rigido. In generale, chi estende le proprie regole di comportamento anche agli altri è un moralista. In effetti, un sano relativismo (nessuno ha capito che è uno dei miei principi chiave, nevvero?) prevede anche e soprattutto che non si possano estendere ad altri le proprie regole, tanto meno quelle morali. Anche perché non è facile definire su cosa queste regole di morale si fondino, come leggevo oggi in un articolo decisamente illuminante.

Il guaio è che alcuni atteggiamenti altrui ci danno oggettivamente fastidio, e lo fanno proprio perché li riteniamo in conflitto con i nostri principi morali. Non è solo una reazione istintiva, è anche giustificata. Il problema, quando si relativizzano i valori morali, è che siamo molto sensibili all’argomento. In fondo, è un principio morale anche quello che ci intima di non uccidere. (Faccio notare en passant che neppure questa è una regola assoluta per tutti e in qualsiasi contesto, e ce lo ricorda – non per scivolare nel banale – il fatto che siamo in guerra. Di nuovo. E qui censuro un’imprecazione.) Insomma, mettere in discussione i valori che governano il nostro comportamento è rischioso. Personalmente, ho bisogno di tempo per rifletterci. Molto tempo. Almeno una decina d’anni.

Quindi, non è di questo che avevo intenzione di scrivere. O meglio, non proprio di questo. Era del fatto che mi sento eccessivamente moralista, ma forse non lo sono, quando sono infastiditadall’uso che si fa di alcuni termini. E questo è grave, in sé, perché la libertà di parola è intoccabile, etc., etc. Ma qui si tratta di insulti, il che forse rende le cose più facili. Venendo al sodo, da tempo so che mi dà tremendamente fastidio l’uso che si fa del termine “gay”. O delle sue più o meno simpatiche declinazioni. Ma limitiamoci al termine “politically correct”. Proprio perché è politicamente corretto, sembra che si possa usare come un insulto. Anche a livello amichevole, come in un gioco che non dovrebbe offendere nessuno. E in effetti non sarebbe eccepibile, se il destinatario non si sente offeso né a disagio: le dinamiche interne ad un gruppo danno alla parola un significato non offensivo, quindi il suo uso diventa legittimo. O no? Quello che mi irrita profondamente è il significato che si dà alla parola. Se qualcuno usasse il termine “negro” già ci si scandalizzerebbe di più. O almeno credo. Ecco, vedi, non hai ragione ad offenderti. Se due neri si danno del negro a vicenda, nessuno si scandalizza: è chiaro che l’intenzione non è offensiva. Sei una moralista.

D’accordo. Il dibattito interno con me stessa è giunto a questa conclusione: non posso chiedere a nessuno di non usare il termine “gay” come insulto amichevole”, se l’intenzione non è offensiva. Ma posso allarmarmi per il significato stereotipato che l’uso testimonia. Perché quello resta tremendamente discriminatorio. In inglese è ancora più evidente. “That’s so gay”. Qualcuno mi spiega esattamente che senso abbia in quel contesto? Si sta perdendo il significato reale del termine, rimane una generale sfumatura negativa. Che non deriva tanto dall’idea che gay sia innaturale o moralmente sbagliato, quanto piuttosto dall’equazione gay=effeminato, ed effeminato=ridicolo, non nobile, da discriminare. Due pregiudizi in uno, evviva. E che vogliamo dire dello stereotipo per ragazzine “voglio un amico gay con cui parlare di ragazzi e scegliere i vestiti”? Non ha certo intenti offensivi, si dirà. Però è discriminatorio. E, credetemi, gli oggetti del discorso si offendono eccome. Le parole non feriscono, si dice. I concetti che vi si nascondono dietro sì. E datemi pure della moralista.

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§ 2 Responses to Sticks and stones can break my bones (but words will never hurt me)

  • casadivetro says:

    Scrivi proprio bene e con eleganza: non avrei saputo dirlo meglio. Che poi questo brutto vizio di considerare solo la facciata delle parole è un rifugio comodo per chi non ha molta voglia di conoscerne a fondo i significati….

    • Arrossisco per i complimenti. Il fatto che un termine sia considerato un insulto, scherzoso o meno, è un segnale elementare di quale sentimento venga associato in genere al concetto che esprime. In altri casi non è così facile conoscere davvero il significato di una parola e come questa venga percepita dagli altri, soprattutto se si esce dal proprio ambiente culturale (e il mio non è tra i più aperti, temo).

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