Esercizio di lettura per apprendisti filosofi

April 20, 2011 § Leave a comment

Proseguo oggi con le mie riflessioni su quanto leggere, e soprattutto leggere filosofia, possa essere un’operazione complicata. Con Kant le cose vanno un po’ meglio – sembra che il trucco sia procedere a velocità ridottissima, e in effetti andando avanti di una decina scarsa di pagine in un’ora sono riuscita a capire cosa stesse dicendo. A prezzo, com’è ovvio, di una noia mortale. Per fortuna esistono letture più leggere.

Per quel che riguarda la narrativa, ho appena finito un libro di Eric-Emmanuel Schmitt che definirei alquanto deludente: uno spunto come quello scelto dall’autore poteva portare a un’ottima storia, ma nascondeva il rischio di uscirsene invece con una banale, trappola in cui Schmitt è caduto, se non completamente, in buona parte. Il genere di libro, insomma, che ti lascia addosso la voglia di riscrivere il finale (o, in questo caso, una buona metà del tutto). Ciò nonostante, la lettura è stata rilassante e piacevole, il che basta e avanza.

Tornando alla filosofia, andrei a condividere gli spunti incrociati che mi arrivano dalla (ri)lettura degli Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi di Roberta De Monticelli e dall’ultima conferenza del solito ciclo organizzato dalla libreria Ubik – ultima nel senso che non ce ne saranno altre, questa volta –, nella quale si è parlato di Socrate, del Fedone e di come si rischi di diventare misologi come si diventa misantropi. Chi è un misologo? È colui che, come qualsiasi classicista intuirà (spero), odia i discorsi. Nel senso che a furia di sentire discorsi che all’inizio sembrano verissimi, mentre a un secondo esame si dimostrano falsi, decide che evidentemente non esistono né discorsi veri né falsi, e si rassegna a ciò – così come il misantropo, dopo aver conosciuto molti uomini che gli sembravano degni di fiducia e che in seguito si sono dimostrati “diversi”, smette di prestar fede a qualunque uomo e si ritira nel proprio isolamento. Certo, secondo Platone (e Socrate con lui, in questo caso, ammesso che di Socrate si possa parlare) la verità esiste sempre e comunque: se un discorso ci sembra prima vero e poi falso e poi ancora vero e poi ancora falso, è perché noi stessi siamo in difetto, non siamo in grado di giudicare correttamente – così come il misantropo non pensa al fatto che gli uomini, effettivamente, non sono né perfetti né assolutamente malvagi, quindi in realtà non li conosce. Si può essere d’accordo o meno con questo principio platonico della verità (personalmente, come forse si può immaginare, non credo di esserlo); in ogni caso, resta valida l’esortazione socratica (ma l’avevano già detto poco prima di lui Simmia e Cebete nello stesso dialogo) a “comportarsi da uomini e procurare di essere sani”, vale a dire a continuare la ricerca anche di fronte a chi affermi che non ci sarà un punto di arrivo, proprio perché non esiste una verità assoluta cui arrivare. Aggiungo io: alla fine, arrivare a una verità non è così importante. Proprio perché questa verità, una volta “acquisita”, farebbe cessare la ricerca (a meno che, con stupefacente saggezza, il ricercatore non ammetta che il proprio intelletto limitato possa aver riconosciuto per vero e assoluto un principio magari valido, ma solo in alcuni casi). Invece “una vita senza esame non è degna di essere vissuta”, come diceva lo stesso Socrate. O, se si preferisce una visione diversa, καλός ὁ κίνδυνος, vale la pena di correre il rischio: vale la pena di ammettere che una verità ci sia, e che la si debba cercare. Ripeto che non sono sicura che ci sia bisogno di una verità: la ricerca da sola porta al bene – ammesso che un bene ci sia, ma questo è l’eterno problema di chi tenta di mettere in discussione i valori.

Già, mettere in discussione i valori. E qui torniamo alla signora De Monticelli, che io continuo ad apprezzare molto pur non essendo tendenzialmente d’accordo con quello che scrive, e al suo libro. Questo, partendo dal presupposto che “se l’etica è la logica dell’agire giusto, la logica è l’etica del pensare”, si divide in due parti: la prima tratta, appunto, di logica, mettendo in discussione quelle affermazioni che volendo porsi “al di fuori” di essa si ritrovano invece “contro” di essa (il riferimento è a Heidegger in Che cos’è la metafisica e alle critiche mosse da Frege al teologo Bernard Pünjer); la seconda invece analizza la visione fenomenologica del male in Dostoevskij. Certo, descritto così sembra un libro mostruosamente difficile; in realtà, si rivolge a un pubblico più o meno digiuno di filosofia, anche se una semplice formazione liceale aiuta a cogliere un bel po’ di riferimenti storici. Tralasciando la maggior parte dei contenuti interessanti del libro (chi vuole lo legga, a mio parere ne vale comunque la pena), mi soffermo su una strana reazione, per tornare alla tematica iniziale, che la lettura di questo mi provoca (e mi ha provocato anche la prima volta). La prima sezione, quella dedicata alla logica e a come si debba parlare dell’essere e del nulla, mi è sembrata di nuovo un tantino capziosa. Insomma, sembra proprio che l’autrice (o chi per lei, visto che la critica è ripresa da Carnap) voglia avere ragione, su Heidegger in particolare, a qualunque costo, senza sdegnare scorciatoie alquanto illecite (ad esempio quando dichiara intrascrivibili in simboli logici le affermazioni heideggeriane, anche se questo sarebbe tutto da dimostrare). Irritante anzichenò. Posto questo, arrivando alla seconda sezione, quella su Dostoevskij, la mia lettura, da ostile che era, è diventata improvvisamente benevola, per il semplice fatto che la De Monticelli sostiene quella che al momento mi sembrava una mia idea (nel senso che la condivido, non nel senso che l’ho inventata): che si possa dare “un’etica senza Dio” in quanto i valori morali risiedono “nelle cose stesse” e non devono essere garantiti da un’autorità metafisica esterna. Questo, soprattutto se detto da una persona all’apparenza credente come la nostra autrice, è un bel passo avanti rispetto ad alcune visioni etiche (mi dicono però che l’avrebbe già fatto un certo Kant, giusto per tornare a vecchi argomenti, e non vedo l’ora di sapere come). Già, ma aspetta un attimo. Mi fermo a metà di un paragrafo a riflettere. Leggendo, mi sono talmente convinta delle tesi espresse dal testo da perdere di vista un punto fondamentale. E cioè che, in realtà, non sono d’accordo. Non era quella la mia tesi. Anzi, dire che i valori risiedano nelle cose mi sembra un po’ una sciocchezza, a dirla tutta. Nelle cose dove? E quali cose, visto che definire “cosa” un’azione come “far violenza a un bambino” mi sembra un po’ rischioso? Piuttosto, i valori risiedono nel modo in cui gli uomini vedono le cose: non nel senso che ciascuno stabilisce cosa sia bene e cosa sia male, che è l’assunto contro cui la De Monticelli si scaglia, ma nel senso che c’è un modo prettamente umano di vedere il mondo, e che da questo nasce un sistema di valori condivisi. Fino a un certo limite (la società in cui si cresce ha un fortissimo influsso sul paradigma di valori), ma soprattutto ammettendo che questa visione possa cambiare parzialmente col tempo. Questo non significa che far violenza ai bambini diventerà improvvisamente lecito, ma significa non escludere a priori di rimettere in discussione le proprie certezze. Sì, anche in materia morale. È rischioso ma necessario, e se gestito con attenzione credo possa essere vantaggioso.

Certo, mi rendo conto che il rischio possa essere alto. Io, personalmente, sono convinta della forza di questo sistema di valori insito nella visione umana – oltre che della facilità, per un individuo, di offuscarlo e della libertà di rifiutarlo, ma senza distruggerlo in quanto riguarda l’intera umanità.

In conclusione (perché sono stata orrendamente prolissa!), è facile lasciarsi convincere da un discorso che ci sembra vero, e poi abbatterci quando qualcuno (o peggio noi stessi) ci fa notare che forse non lo è in tutti i casi. Basta non arrendersi e continuare a pensare. E, in fondo, ricordare che “parlare scorrettamente non solo è cosa fuor di melodia, ma fa male all’anima” (Fedone 115). Affermazione con cui la De Monticelli sarebbe certamente d’accordo.

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