L’esperimento della stanza chiusa, ovvero breve delirio di un filosofo spaventato

April 21, 2011 § 1 Comment

Si diceva un dì un allocco: | “Certo Dio trova assai sciocco | che quel pino ancora esista | se non c’è nessuno in vista” | “Molto sciocco, mio signore, | è soltanto il tuo stupore: | tu non hai pensato che | se quel pino sempre c’è | è perché lo guardo io. | Ti saluto, sono Dio.”

Ingredienti: una stanza, possibilmente piccola e ingombra. Un letto. Persiane chiuse, porta accostata, buio fuori, luce accesa dentro. Qualcun altro in casa (animali domestici vanno bene) che faccia rumori inclassificabili. Possibilmente, un computer, un paio di cuffie e magari un po’ di musica leggermente inquietante.

L’obiettivo è ottenere un effetto microcosmo. All’interno di questo, per la precisione nel/sul letto, mettiamo una persona. Per ora non meglio definita. In questo caso sono io, ma non ha importanza. Anzi, vedremo che la nostra vittima cambierà identità immediatamente. Allora, abbiamo una sorta di microcosmo domestico, che tuttavia lascia intuire l’esistenza di un mondo esterno. Mondo esterno che però – questo è fondamentale per la riuscita del mio piccolo esperimento – non è direttamente visibile in alcun modo, se si esclude una striscia di luce gialla subito oltre la porta. Ora, concentriamoci sulla persona che se ne sta sul letto, ascolta musica con la mente più sgombra possibile (supponiamo che abbia appena finito di ripassare filosofia e che ora stia facendo un solitario al computer), e lascia vagare i pensieri. Casualmente, il nostro soggetto si trova a pensare proprio al mondo esterno, o piuttosto alla sua esistenza.

Ora poniamo che soggetto e oggetto del nostro gioco mentale (ma neanche tanto) coincidano. In questo modo, posso immaginare di osservare me stessa in una situazione in cui effettivamente mi trovo. Complicato? Sì, capisco. Insomma, ho un leggero mal di testa, tento di rilassarmi e mi passa per la testa un pensiero assurdo. E se io fossi un filosofo del Settecento? In particolare, supponiamo che io sia un empirista inglese, sulla linea di Berkeley. Hume non va bene, è troppo tranquillo per questi giochetti angoscianti. Dunque, immagino di essere Berkeley (o meglio, qualcuno abbastanza convinto delle sue teorie) e di starmene in una situazione di questo tipo (microcosmo dentro, mondo buio fuori), e osservo le mie stesse reazioni.

La cosa si fa subito alquanto opprimente. Non che io non me ne stia bene qui dentro. Il problema è quel che sta fuori, o meglio se ci sia in effetti qualcosa fuori. La luna esiste se nessuno la guarda? Si chiede, com’è noto, il filosofo. Passo successivo (lo ammetto, per brevità ne ho saltati alcuni, ma sono facili da ricostruire): se io non vedo il mondo esterno, questo continua a esistere? Prima che i puristi me lo facciano notare: sì, so che Berkeley sarebbe tranquillo perché fuori c’è Dio a tener d’occhio ogni cosa. Ma io non sono B. – e in ogni caso può essere facile quanto si vuole ammettere che qualcosa esista fuori dalla porta (d’altra parte, si sentono dei rumori che presumibilmente non derivano dalla mia immaginazione), ma in che forma questo qualcosa esista è tutto da vedere. O meglio, da non vedere. Per quel che ne so, l’universo, quando non lo sto guardando, potrebbe benissimo dissolversi in un ammasso scuro di particelle in collisione caotica. Magari il principio ordinatore della materia è il mio sguardo, che ne so. (Egoista?)

Più o meno a questo punto l’inquietudine inizia a diventare fastidiosa. Dopo tutto, non è facile immaginarsi chiusi in una stanza mentre tutto il resto dell’universo si trasforma in caos. La soluzione logica per il nostro filosofo empirista è… empirica: alzarsi e verificare. Dopo un accurato giro della casa, ormai convinta che almeno questa continua nella sua solida esistenza (e guardando fuori dalla finestra del bagno anche la strada e la villetta di fronte sembrano abbastanza concrete), la vittima del nostro scherzo psicologico-filosofico si ritira tranquilla di nuovo in camera.

Tranquilla? Già. Qualcuno ha notato il piccolo errore logico che mina la nostra affermazione, su base (molto) empirica, dell’esistenza del mondo?

Insomma, il fatto che casa mia sembri esistere quando la ispeziono non dimostra affatto che esista anche quando non la vedo. È difficile dimostrare alcunché sull’esistenza del mondo. O sul fatto che abbia un realtà diversa dal caos. Magari quello che io percepisco come un letto solido è in realtà una massa di magma incandescente, e solo la mia mente me lo fa vedere e sentire così.

Ecco perché odio gli angoli bui. Non credevo di poter trovare una giustificazione filosofica alle mie idiosincrasie.

PS A proposito di sciocchezze, perché quello che ho scritto mi fa venire in mente questa canzone?

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