Let’s talk about sex

April 25, 2011 § Leave a comment

Ho visto di recente un film bellissimo che parla di sesso. Forse. O forse sto semplificando le cose per il gusto di attirare l’attenzione. In realtà, ho visto di recente un documentario (?) bellissimo (!) che parla di sessualità, ma soprattutto di mentalità popolare e di come gli italiani degli anni Sessanta potessero reagire davanti a un intellettuale con un microfono che poneva loro domande su temi del calibro di divorzio, prostituzione, libertà sessuale, omosessualità, scandalo, educazione sessuale. Naturalmente, sto parlando di Comizi d’Amore di Pierpaolo Pasolini (1965). “Il primo esperimento italiano di cinema-verità”, lo definisce Alberto Moravia, uno dei colleghi scrittori cui Pasolini si rivolge come ad “autorità” per farsi accompagnare nel suo viaggio in Italia (nell’arco del film compariranno, oltre a lui e allo psicanalista Cesare Musatti, Camilla Cederna, Oriana Fallaci, Giuseppe Ungaretti e altri): di certo un documentario incredibile su un tema altrettanto incredibile per l’Italia del boom economico – quanto inaudita fosse la scelta, lo spettatore lo capirà fin troppo bene ascoltando le risposte degli anonimi intervistati.

Forse si sarà già capito, invece, quanto io sia rimasta entusiasta del film. Non solo è spaventosamente interessante, ma è piacevolissimo. Più volte, nel giro dell’ora e mezza di documentario, mi è venuta la tentazione di guardarlo non come un’indagine reale sulla mentalità degli italiani, ma come una bella storia di finzione, la storia di un poeta che decide di mettere in gioco anche se stesso iniziando a fare domande alla gente incontrata per strada, sulle spiagge, nelle balere, sui treni. Osservare come Pasolini stesso sovente reagisca alle risposte che riceve: arrabbiandosi, tentando di costringere gli interlocutori a riconoscere le ovvie contraddizioni in quello che sostengono, esclamando talvolta un “bravo!” (o, più spesso, “brava!”) che non può non influenzare in qualche modo gli astanti (no, Comizi d’Amore non è un documentario nel senso scientifico del termine, né credo volesse esserlo: è uno splendido documento, come può esserlo un libro), e così via. Fingere, insomma, che quella rappresentata non sia la reale società italiana della metà degli anni Sessanta, ma una sua versione filtrata in senso letterario di cui sia possibile sorridere (un po’ come si sorride della nobiltà russa di Tolstoj). Invece la gente mostrata da Pasolini è fin troppo reale, così come lo sono le sue opinioni e le sue risposte; una selezione c’è stata sicuramente, ma una selezione autonoma, di persone che si avvicinano spontaneamente alla cinepresa, come l’autore stesso ricorda nel momento in cui inizia a chiedersi quanto la sua impresa di cinema-verità stia riuscendo. E reale è l’impressione che rimane allo spettatore, soprattutto a uno spettatore dei nostri giorni: angosciante, diffusa, invincibile ignoranza. Peggio: la gente intervistata non vuole sapere. Di fronte alle prime domande, quasi tutti si chiudono a riccio, in un assurdo gioco di non-vedo, non-voglio-sapere, mai-sentito. Ha mai sentito parlare di inversioni sessuali? No, non so di cosa parli. Non vorrebbe conoscere le anormalità sessuali per potersi prendere cura dei suoi futuri figli, per sapere cosa sia meglio per loro? Sì, ma insomma, se conosco la malattia lo curo, se non la conosco pazienza, meglio non sapere. Un sorriso, a questo punto, va speso in onore della capacità di sopportazione di Pasolini, che si permette solo rari interventi. Come nel momento in cui commenta le parole di una ragazzina di forse dodici anni, l’unica donna su una spiaggia calabrese ad ammettere che sì, le piacerebbe avere la stessa libertà dei maschi, sarebbe anche giusto. Piccole perle che raramente nel corso del film capita di sentire.

Non che la presenza di una mente organizzatrice del documentario non si senta, anzi: la mano dell’autore è onnipresente, nell’organizzazione del materiale, che segue uno schema ben preciso e intessuto di titoli e commenti, nella scelta delle domande e del modo di porle; infine, nella sequenza conclusiva, che lascio a chi lo vorrà il piacere di scoprire (avverto solo che non sono sicura si tratti di piacere, il messaggio finale non è né facile da accettare né al riparo da discussioni, se non altro per il modo in cui viene trasmesso).

Ma torniamo all’ignoranza, al non-vedo non-sento non-parlo. Nulla di stupefacente, in un paese simile, in un’epoca simile. Non è vero. La situazione è peggiore di quanto si possa immaginare. Nei paesi della Sicilia dove le donne non possono uscire da sole e non rivolgono la parola ai coetanei. Sulle già citate spiagge calabresi, dove si ammette senza troppa difficoltà che meglio una coltellata alla moglie che un divorzio, “per l’onore”. Nelle balere di Milano, o sui treni, dove i (futuri) padri di famiglia ammettono soltanto disgusto e condanna per l’omosessualità, nella convinzione che i loro figli sono/saranno sicuramente normali. Ma non soltanto questo. Disarmante è la cecità delle donne nei confronti del proprio corpo: non una che anche solo accenni all’unico motivo reale che giustificherebbe una minore libertà sessuale delle figlie femmine rispetto ai maschi (intendo il rischio di gravidanze in giovane età); mentre gli uomini sono pronti a parlare di malattie veneree, anche se di rado apertamente. Insomma, è stato davvero difficile per me evitare di pronunciare continui giudizi su quanto vedevo (tradotto in termini meno formali, ogni due minuti non resistevo alla tentazione di commentare ad alta voce, correggere, indignarmi). Il dubbio che voglio continuare a pormi è: con quali strumenti ritengo la mia visione migliore di quella di chiunque altro? Per ora, la risposta è: io almeno la so giustificare senza ricorrere a un pallido “perché è così”. Soprattutto per questo Comizi d’Amore è stimolante, perché spinge a rispondere a delle domande e a chiedersi sempre il motivo delle proprie risposte. In particolare quando gli italiani ritratti dal film rifiutano di farlo.

Mi permetto per concludere di segnalare alcune perle. Innanzitutto il contributo di Ungaretti sulla normalità e l’anormalità sessuale (accompagnato da un inaspettato sorriso angelico). Poi quello di Moravia sullo scandalo (entrambi gli spezzoni sono facilmente reperibili su YouTube, rispettivamente qui e qui). O, per non essere troppo intellettuali, l’intervista alle prostitute a Napoli (che sfoggiano una dignità inaspettata, soprattutto in confronto ai clienti maschi). Infine, un’osservazione piuttosto personale: l’italiano di Pasolini è meraviglioso, un piacere per le orecchie, accento e lessico e tutto. Godetevelo, se potete.

PS Il titolo è tratto da uno sketch dei Monty Python. O almeno, ne sono quasi sicura, anche se non sono riuscita a trovarlo da nessuna parte. In compenso, potete guardarvi questo.

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