Elogio dell’Imperativo

May 5, 2011 § Leave a comment

Innanzitutto, so di stare un po’ trascurando il blog, ultimamente. Ho qualche ragione a mia discolpa. Cerco di riservarmi ogni giorno un momento per scrivere, leggere o in generale dedicarmi ad attività riposanti e possibilmente edificanti (?), ma per necessità ultimamente questo momento slitta verso le ore serali, e di norma a quel punto sono talmente stanca che finisco per fissare lo schermo e al massimo fare un solitario (shame on me!) mentre ascolto qualcosa. Secondo motivo di affaticamento mentale, un certo Immanuel Kant occupa ormai la maggior parte dei miei pensieri, almeno a livello speculativo. Sto tentando da giorni di buttare giù qualche riflessione su un tema che mi interessa in modo probabilmente troppo profondo per scriverne, vale a dire se sia davvero possibile comunicare in modo efficace oppure se tutti siamo inevitabilmente confinati nei nostri schemi mentali – e, prevedibilmente, non sono in grado di andare oltre l’introduzione prima di arenarmi in modo infelice, restando con mille brandelli di pensiero che non sono in grado di coordinare. Insomma, è probabile che il progetto non vada mai in porto.

Però, insomma, se Kant si prende davvero tutta questa parte dei miei pensieri, parliamo di lui. Qualcuno l’avrà già immaginato – evidentemente non avevo intenzione di scrivere un elogio di un modo verbale. Ebbene sì, l’Imperativo Categorico (maiuscole, maiuscole!). Chiariamo subito che non pretendo di averlo capito né di averne compreso le implicazioni a livello filosofico. E allora di che parli, di grazia? Racconto un esperimento che deciso di fare. Una cosa probabilmente abbastanza sciocca: proviamo, mi sono detta, ad applicarlo come regola nella vita reale. Un po’ per gioco – approccio che piacerebbe molto poco a K., vista l’enfasi che pone sul rispetto per la legge e sulla partecipazione sentimentale necessaria all’etica. Ma tant’è. Giocando si fanno e dicono le cose più interessanti. Chissà che la mia intenzione non sia persino seria. In ogni caso, tutto parte da qui:

“Agisci in modo che una massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale.”

Ovvero, nella mia interpretazione presumibilmente riduttiva: “ogni volta che agisci compiendo una scelta morale, chiediti sempre cosa succederebbe se tutti compissero la stessa scelta nella stessa situazione (e valuta di conseguenza ciò che stai per fare)“. Quale sia la differenza tra questa frase e una formula del tipo “chiediti sempre cosa devi fare”, nonché cosa significhi, a livello pratico, applicare questa regola, lo sto sperimentando negli ultimi due giorni (vale a dire nel tempo che è trascorso dalla mia decisione epocale). Innanzitutto diventa inevitabile comprendere quante delle nostre azioni si possano definire “morali”. E questo già non è facile. Per ora, la mia risposta è “compio un’azione morale quando agisco liberamente (almeno in un certo grado) in vista di un fine”. Sospetto che K. già non sarebbe d’accordo con questa definizione di lavoro. Io intanto non sono gran che sicura della necessità di un fine. Però non compirei una scelta se non in vista di un fine, raggiungere il quale mi sembri evidentemente un bene. In ogni caso, le scelte “morali”, anche con questa definizione imprecisa, si presentano in numero altissimo. Niente di sorprendente. Solo che per applicare coerentemente la mia versione dell’imperativo categorico bisogna prestare attenzione a ogni singola scelta che si stia compiendo. Insomma, ogni volta, o quasi, che si agisce in modo non automatico bisognerebbe chiedersi “cosa succederebbe se tutti…?”. Cosa che richiede discreta presenza di spirito. E una grande attenzione nell’analisi di cosa si stia effettivamente facendo. Per evitare i paradossi che derivano da definizioni sbagliate, come il classico episodio dell’assassino. Un uomo bussa alla vostra porta con un coltello chiedendo dove sia un vostro amico e dichiarando di volerlo uccidere. Voi sapete dov’è e potreste dirglielo. Cosa rispondete? “Se tutti mentissero il mondo sarebbe sicuramente un posto peggiore, quindi bisogna dire la verità”. Come no, certo. A parte che se tutti fossero sempre sinceri penso che il mondo sarebbe un inferno – provate comunque a riformulare la questione in questi termini: “Se tutti mentissero per salvare la vita a un altro essere umano, che cosa succederebbe?” Qualcuno ha qualche dubbio, a questo punto? Paradosso solo apparente (nonché un tantino forzato)! Anche un buon uso dei quantificatori “sempre”, “talvolta”, “mai” è utile (su questo sono quasi sicura che Kant non sarebbe affatto d’accordo). Ma a questo punto bisogna fare attenzione alla naturale tendenza della coscienza umana a trovarsi delle attenuanti. Insomma, bisognerebbe essere imparziali con se stessi, il che è (forse) impossibile.

In fondo, la santità non è di questo mondo. Per fortuna. C’è un’ultima difficoltà da affrontare nel mio gioco sull’imperativo categorico: si pecca in atti, pensieri, parole e omissioni. Non è facile analizzare correttamente una scelta morale che si sta compiendo, ma cosa dire di una che non si sta compiendo? Eppure evitare di scegliere, di agire, è tanto spesso più dannoso che l’azione. Cosa succederebbe se tutti fossero indifferenti, senza neppure rendersene conto? Molto, molto male indubbiamente. Poi, certo, cos’è il male? Cos’è il bene? Aiuto. Non voglio naufragare negli scogli della filosofia.

È un gioco, per carità. La cosa più preoccupante è che in questi due giorni ha funzionato. Sono decisamente più serena. La prossima domanda è “sono soltanto convinta di star agendo bene, oppure lo sto facendo davvero ed è questo ad appagarmi?”. Time will tell (ecco, sono persino in tema con la data di oggi). Cerchiamo di non prenderci troppo sul serio. D’altronde, cosa succederebbe se tutti applicassero sempre (la mia versione del) l’imperativo categorico?

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