Tentativi ed errori

May 11, 2011 § 2 Comments

Questa riflessione nasce da fattori alquanto banali. In particolare, dall’aver dovuto scrivere un “saggio breve” in inglese (ah, la preparazione al First… ditemi voi cosa voglia dire un saggio breve di centottanta parole!), subito dopo aver letto questo post e di conseguenza aver avuto a che fare con questo sito. Ora, il post mi è piaciuto, chiariamolo subito, niente da dire (come quasi tutti gli altri post di AsALinguist, che è uno dei miei blog preferiti). Il sito, invece, un tantino meno. Soprattutto da tenera studentella che litiga con le writing skills degli esami internazionali. Mentre scrivevo il mio misero saggio (un aborto orribile che spero non venga mai letto da nessuno – devo assolutamente fare più esercizio), a ogni riga e a ogni costrutto che mi suonava troppo italiano mi chiedevo, sarei degna di finire sotto l’etichetta di “shit my students write”? Perché, mi dispiace dirlo, tanto per cambiare le parole hanno un significato. C’è differenza tra “sciocchezze (più o meno) divertenti dei miei alunni” e “merda scritta dai miei studenti”. Più o meno la stessa che passa tra “qui hai fatto un errore” e “qui hai fatto un’immonda schifezza”. Magari l’ho fatta davvero, l’immonda schifezza, per carità. Sul sito incriminato si vedono cose che noi umani non potremmo neppure immaginare. E il male non sta nel riderne. Il male sta nella crudeltà con cui vengono proposte, nel messaggio che passa, per cui l’errore è una schifezza.

Da studente, mettiamola così. Se ho scritto una boiata, è giusto segnalarmela, per carità, ed è giusto anche farmi capire che è sbagliata. Che è molto sbagliata. Ma non sarà mai una schifezza. Perché ogni errore è testimonianza di un percorso di apprendimento, oserei dire evolutivo. “Sbagliando s’impara”, dice saggezza popolare – “nessuno nasce imparato”, dice mia madre citando chissà chi. Proprio per questo gli errori hanno un valore intrinseco proprio in quanto sbagliati. Scorretti. Dietro a ogni errore c’è una causa razionale (e razionalmente conoscibile): che sia la semplice mancanza di studio, che proprio in quanto semplice penso sia l’incubo di qualunque insegnante, oppure un’amnesia momentanea, oppure – e qui viene il bello – l’applicazione di un meccanismo mentale scorretto. Qui viene il bello perché di fronte a un procedimento che porta a risultati inadatti è necessario fare qualcosa, cambiare metodo, ma innanzitutto capire perché il proprio ragionamento non era corretto. Che è già abbastanza difficile quando si tratta di un proprio ragionamento. Quando è il processo mentale dei propri studenti a dover essere analizzato, spesso rendendo loro stessi consapevoli del meccanismo che hanno applicato senza rendersene conto, e poi corretto, le cose devono essere più difficili. Forse. Forse è più facile correggere gli altri che se stessi, sia perché non si hanno pregiudizi e schemi preconcetti da cui uscire, sia perché si conosce già la risposta esatta. Eh sì, perché è facile non sbagliare quando si sa come le cose dovranno andare – motivo per cui (commento personale) ho sempre detestato i test di matematica senza soluzioni, ma capisco che non possano essere altrimenti.

Certo, non tutti i professori si applicano tanto agli errori dei propri studenti. Abbiamo tutti in mente degli esempi, conosciuti in qualche anno di scuola. Ma, come mi capita spesso di dire, c’è una differenza fondamentale tra insegnanti e professori. Un professore è pagato dallo Stato per stare in classe e (possibilmente) spiegare. Un insegnante insegna. È tanto semplice, e tanto difficile, anche solo da definire – e io, contravvenendo ai miei consueti propositi (pseudo) filosofici, non lo definirò. A proposito, ho mai parlato della differenza, a mio parere fondamentale, tra semplice e facile, difficile e complicato? Penso sia intuibile, in ogni caso non voglio divagare più del necessario.

Tornando all’argomento iniziale, degli errori però si può ridere. Come si può ridere di tutte le cose importanti. Anzi, fa bene ridere degli errori, non solo dei propri. Ma anche qui c’è da assumere qualche precauzione. Uno dei motivi per cui si dovrebbe sempre ridere degli errori è che questi non devono diventare delle colpe. Proprio perché è necessario farli, nessuno deve sentire il proprio valore diminuito perché ne ha commesso uno. Quindi, proibita qualsiasi risata crudele, umiliante. Come disse Robin Williams/John Keating in una scena che non dimenticherò mai, “Non ridiamo di lei, ridiamo con lei”.

Ah, ecco. Quando parlo di accettare i propri errori come parte di un percorso, anzi, di ammetterli all’interno di esso dando loro il benvenuto dovrei proprio imparare da quello che scrivo. Fate quel che dico, non quello che faccio (per la serie: se l’ha detto lui potrò dirlo anch’io).

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§ 2 Responses to Tentativi ed errori

  • limr says:

    Grazie for the link! I wish I could read your blog more easily in return. My two years of Italian classes are too far in the past to understand more than the very general topics, and the Google translate service is something of a ‘false friend’ I keep trying, though! 🙂

    I think I need to add language studies to my summer To Do list! (But first let me get out from under this pile of final exam essays…)

    • Thanks to you for everything you write. Your blog is really inspiring to me. I wish I could write in English more fluently, but while I understand almost everything I read, my writing is still quite bad. It’s times like these I think that one day I’ll be able to speak every single language in the world. But first let me get out my own exams… 🙂

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