Everyone is connected

May 14, 2011 § Leave a comment

Porta intorno madonna

lacci a lacci aggiungendo ed oro ad oro,

d’aurea prigion l’aurea sua chioma avolta.

Alma libera e sciolta

fra quel doppio tesoro

ove n’andrai, che non sii presa alfine,

s’ella ha rete nel crine e rete è il crine?

Non l’avrei mai detto, ma pare che il Barocco sia il mio periodo artistico ideale. Almeno, così come lo descrivono i miei libri di testo. Chiariamo subito una cosa: è il mio periodo ideale se escludiamo il gusto estetico. Oggettivamente parlando (?), le opere d’arte barocche non mi piacciono e continueranno a non piacermi. Pesanti, scure, irritanti. Sto pensando al baldacchino di San Pietro. O alla facciata di San Carlino alle Quattro Fontane. Tanto per rispettare la par condicio tra i due acerrimi avversari. Poi, certo, c’è l’occasionale Sant’Ivo alla Sapienza, con la sua cupola meravigliosa e la sua pianta perfetta – e le due assurde torte di meringhe (intendo gli stemmi dei Chigi) ai lati della facciata che sembrano messe apposta da un Borromini che avvisa i propri spettatori di non prenderlo sul serio. Oppure l’Estasi di Santa Teresa, che in fondo non sarebbe così interessante se non fosse collocata al centro di una ridicola e rutilante macchina teatrale. In effetti, ora che ci penso la prima connessione che incontriamo è quella tra raffinatezza e kitsch.

Ma non mi riferisco a questo Barocco come alla mia epoca ideale. Mi riferisco all’epoca in cui qualcuno come Giovan Battista Marino può scrivere versi come quelli di cui sopra, ad un momento in cui la realtà diventa un insieme di elementi tra cui intessere relazioni che la carichino di nuovi significati. Certo, mi si dirà, la tendenza a istituire rapporti tra le cose è comune a tutte le epoche, o piuttosto è connaturata alla ragione umana (no, non sto citando indirettamente Kant, è solo un’illusione ottica). Ma il Barocco sembra essere il momento in cui gli uomini si rendono conto che le relazioni non sono nella realtà, ma sono imposte da loro stessi. E, permettetemelo, così è molto più divertente. Questo significa che la metafora diventerà uno splendido gioco intellettuale teso al raggiungimento della meraviglia, non più una sorta di strumento conoscitivo come poteva esserlo per un Dante Alighieri. O meglio, il gioco di relazioni artificiali e concettose resta uno strumento per conoscere, con la sempre maggiore consapevolezza che siamo noi a dar forma alla realtà e non viceversa. Non che uno scienziato del Seicento potesse mai condividere questa mia ultima frase. Un poeta, forse, sì. Un poeta, ad esempio, capace di scrivere un’opera di oltre quarantamila versi (un confronto? la Divina Commedia ne conta meno di quindicimila), ufficialmente incentrata sugli amori di Adone e Venere, in pratica pronta a spaziare su tutto ciò che abbia a che fare con la conoscenza sensibile. Un poema esameronico, mi è stato definito; forse Marino non sarebbe stato molto d’accordo. Non sembra infatti avere particolare intenzione di descrivere il mondo con completezza, piuttosto di giocare a intessere relazioni, a stratificare e intrecciare un testo-rete che avvolga il maggior numero di sfaccettature possibili della realtà. In questo modo, il protagonista può essere ucciso da un cinghiale innamorato che lo bacia sotto la coscia mentre egli fugge con le gonne alzate, e al contempo la sua morte essere presentata con una serie di serissime immagini e allusioni evidentemente cristiane e/o cristologiche. E la cosa migliore è che il caro Marino sembra divertirsi moltissimo nel suo gioco. Se fossi stata al suo posto, avrei detto che mi piaceva giocare a dar forma a una realtà su cui sapevo di non avere alcun controllo. E quale strumento migliore per farlo della sensualità?

Non ho alcun dubbio che di quanto ho scritto fino a qui si capisca poco o nulla. Lo si prenda così com’è. Magari come lo sfogo di qualcuno che vorrebbe fare la stessa operazione. In ogni caso, suggestioni su come la realtà possa essere intimamente coesa mi arrivano ultimamente anche da altre fonti. Come quella da cui ho tratto il titolo, un anime in tredici episodi intitolato serial experiments lain, nel quale mi sto facendo faticosamente strada (ma assicuro che per ora ne vale la pena). Qui, in effetti, l’idea che tutti siano collegati si presenta in modo alquanto diverso e decisamente meno giocoso, attraverso quello strumento che a qualcuno sarà venuto in mente subito, vale a dire Internet. Ma, in fondo, anche il delirio che serpeggia silenziosamente dentro e fuori la trama e la mente della protagonista altro non è che l’effetto di un gioco che ha iniziato a confondersi con la realtà. O, perché no, a sostituirla.

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