Was bleibt (?)

May 22, 2011 § Leave a comment

Così mi pare di vedere me stessa distesa nella bara, mentre i miei due Io si guardano fissamente con enorme stupore.

Una lingua nuova. Questo cerca la protagonista di Che cosa resta, libro (romanzo breve? racconto lungo? Ne riparleremo.) di Christa Wolf che ho appena finito di leggere. È descritta la giornata di una donna, la “signora C.”, in una Berlino dove microfoni abitano i telefoni, la posta viene aperta e giovani uomini dentro macchine dai colori improbabili passano le giornate parcheggiati davanti alle case da sorvegliare. Uno scenario ben poco fantascientifico, per chi l’ha vissuto. La signora C. è sola con se stessa – letteralmente, come dimostrano i lunghi dialoghi interiori in cui la voce narrante si sdoppia. “Io stessa. Chi era. Quale degli esseri molteplici di cui «io stessa» era composta.” E con il mondo esterno, che forse tanto esterno non è, che le si schiaccia intorno e la deforma e le dà forma (mi si perdoni il gioco di parole mariniano), un mondo al quale non può sfuggire, per quanto desideri esserne completamente diversa. “Che cosa c’è al fondo della mia città, e che cosa la manda a fondo.” Poi c’è quella “nuova lingua” che sembra profilarsi come soluzione, come una benedizione generata da dentro. Una lingua che sappia sacrificare pacatamente il Visibile all’Invisibile”, come se questo si potesse ammettere. Inutile dire che non potrà essere così.

Eppure Christa Wolf una nuova lingua l’ha trovata. O almeno una “propria” lingua. Personalmente, la adoro proprio per questo. Ha saputo creare (o semplicemente mettere su carta) quella forma apparentemente assurda che appartiene ai pensieri – sciolti, certo, spesso privi di connessione immediata, ma in realtà legati da una strenua coerenza. Come quelli di Cassandra, che ho avuto la fortuna di vedere rappresentati su un palcoscenico qualche anno fa. Anche se, in fondo, Cassandra, che ho iniziato a rileggere con immensa gioia, è la più coerente tra le opere che conosco della Wolf, dal punto di vista puramente logico. Poi c’è Medea, il romanzo (?) polifonico – il sottotitolo è “Voci” – con cui non riesco ad avere un rapporto del tutto sereno: è splendido, opprimente a tratti e seducente nella rappresentazione della forza vitale della donna-maga (maga in quanto donna), ma tanto lontano dalla mia visione di Medea. Sembra, in fondo, troppo preoccupato di salvarne la figura, “impedendole” di uccidere i figli. Mi resterà comunque indimenticabile la figura di Glauce, la fragile principessa di Corinto, scossa di continuo dagli accessi di un male che nasce da un segreto nascosto nel palazzo reale ma anche in lei. Di nuovo, il confine tra spazio esterno e spazio interno si fa labile, l’uno modella l’altro e viceversa. Però è difficile rinunciare alla Medea feroce, dura, portatrice di morte e sventura (il modo migliore di uccidere un uomo è privarlo dei suoi figli!) a Giasone come lo è stata di vita e fortuna. “Noi donne, incapaci verso il bene, di ogni male invece genitrici abilissime.” (La citazione, fortunosamente tradotta, questa volta è euripidea.)

Tanto in Medea quanto in Cassandra la Wolf appare legata alla forma teatrale, al monologo o al racconto polifonico; entrambi i testi sono peraltro debitori alla tragedia greca, quindi la cosa può anche non stupire. Ma la struttura del teatro ritorna in modo efficacissimo (come sempre sono a corto di aggettivi che esprimano apprezzamento, mentre sono sempre fornita di quelli negativi) nel mo romanzo breve/racconto lungo/narrazione drammatica (opterei per quest’ultima) preferito, Nessun luogo. Da nessuna parte. Qui i personaggi e le voci sono due, i poeti romantici Karoline von Günderrode e Heinrich von Kleist, entrambi giovani, entrambi destinati al suicidio. I punti di vista, questa volta, si intrecciano, a partire da un narratore esterno e, forse, neutrale per passare all’uno e all’altra dei protagonisti, senza soluzione di continuità, in un alternarsi di prime e terze persone che rendono la lettura faticosissima (la Wolf non mette mai virgolette per introdurre i dialoghi o i pensieri, e così via). Di nuovo il gioco tra interno ed esterno, tra due io lontanissimi che dovrebbero invece essere vicini per natura, e che finiscono per scontrarsi senza, in apparenza, toccarsi se non per pochi minuti. E finiscono per implodere in un noi folgorante che incalza nelle ultime pagine. “Sappiamo ciò che verrà”, e in quel momento il “noi” dei due giovani diventa di nuovo il “noi” del lettore e del narratore, come in un lunghissimo monologo recitato.

Seguendo questa linea di ragionamento, Che cosa resta pare la meno teatrale tra le opere che conosco. È vero, resta un monologo in prima persona, come Cassandra, e si mantiene l’alternanza indefinita tra pensiero, descrizione e dialogo, ma l’uso del tempo passato dà al testo una dimensione di racconto. Peccato che manchi invece il conforto del mito, o comunque della distanza che possa rendere esemplare una vicenda. Questa invece sembra inquietantemente presente. Orrido omoteleuto, ma non so che altro dire. Anch’io sto cercando, a modo mio, una nuova lingua, che possa dar forma a quello che penso.

Ecco. In conclusione, è proprio questo che succede davanti alla Wolf. Non riesco in nessun caso a leggere un suo testo senza che le sue parole diventino in qualche modo parte di me. O meglio, arrivano a rappresentare una parte di me che aveva sempre avuto quella forma, aspettava solo di avere voce. Sono le parole a dar forma alle cose o viceversa? Che domande complesse e oziose mi pongo, sempre più spesso.

Ah, e poi in questi giorni ci sono stati i lirici greci. Saffo, Alceo (lui magari un po’ meno), il mio onnipresente Archiloco. Ma non è il momento. Magari in un prossimo post, se le parole che mi vengono riversate dall’esterno in forma di materiale da studiare non mi soffocheranno.

Advertisements

Tagged: , ,

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

What’s this?

You are currently reading Was bleibt (?) at hydrargyrium.

meta

%d bloggers like this: