Difficoltà e dolori di una giovane lingua

May 28, 2011 § Leave a comment

“Sei madrelingua, accidenti, devi sapere come dirlo in italiano!” Così sono sbottata un paio di settimane fa davanti all’ennesimo, irritante congiuntivo sbagliato da uno dei miei alunni (modo pomposo per definire un ragazzo di prima liceo scientifico che viene a farsi dare un po’ di ripetizioni di latino). Confesso che ero perfettamente convinta di quel che dicevo. Insomma, un italiano dovrà pur sapere come tradurre nella propria lingua, per quante difficoltà possa avere in una lingua morta. Vero? No, decisamente no.

Situazione simile: ragazzina di terza media che tenta di rielaborare frasi per un esercizio di grammatica italiana. “Sostituisci un complemento con una proposizione”. Risultato? Lunghi momenti di totale e sconsolato silenzio, in cui lei non ha la minima idea di cosa fare (per quanto la teoria ci sia, “il complemento non ha il verbo, la proposizione sì”) e io rigiro disperatamente le mie idee in testa nel tentativo di trovare un modo per spiegarle. Il guaio è che per me è ovvio. Per me, è una cosa che qualunque madrelingua dovrebbe saper fare. No, decisamente no. Ci vuole qualche minuto perché mi renda conto dell’errore fondamentale. Anzi, probabilmente più di uno.

Parlando da non linguista (almeno per il momento, mi permetto), da persona senza la minima esperienza di insegnamento al di là di qualche ripetizione, da diciassettenne, eccetera, penso di aver almeno compreso una cosa che sarebbe dovuta essere evidente. Saper parlare una lingua non significa affatto essere consapevole dei suoi meccanismi. Anzi, spesso non significa neppure conoscerla. Primo, chiedere a un ragazzo il congiuntivo imperfetto di un verbo a caso richiede una conoscenza della grammatica che è tutto tranne che scontata. Ricordo una leggendaria verifica sui verbi irregolari in terza media, in cui metà della mia classe, deviata da un suggerimento si presume giunto da fonte autorevole, sostenne che il participio passato di cuocere fosse un preoccupante cuociuto. Non ho dubbi che buona parte dei colpevoli sapesse benissimo dire “ho cotto la pasta”, senza incontrare eccessive difficoltà. Ma il contesto era radicalmente diverso: quanti badano, in una frase così semplice, al fatto di stare usando il participio di un verbo irregolare? Domanda retorica, evidentemente nessuno. Di certo, non un alunno di terza media.

Seconda osservazione: la consapevolezza nell’uso di una lingua va oltre le regole grammaticali. È affine, credo, alla famosa “sensibilità traduttiva” cui gli insegnanti di lettere classiche accennano talvolta nel lodare un compito particolarmente ben svolto. Esiste anche, a mio parere, una sensibilità linguistica, una sorta di “orecchio” che registra il modo in cui si esprime un concetto. Di nuovo con la mia alunna di terza media: “Si può dire così o così, scegli l’alternativa che ti suona meglio, quella che ti piace di più”. Sorriso incoraggiante, dovrebbe essere una cosa piacevole poter scegliere, nevvero? “…” Sguardo inespressivo. D’accordo, abbiamo toccato la corda sbagliata. “Ma non c’è una regola?” No, ecco, temo sia questo il problema. Spesso non c’è una regola. Non posso spiegarle i passaggi necessari a trasformare un complemento in una subordinata, perché in generale non esistono. Bisogna soltanto esprimere lo stesso concetto in un modo diverso. “Ma come?” Adesso lo sguardo inespressivo è il mio. Perché, lo ripeto, purtroppo per me è evidente. È evidente che non ci sia una regola prescrittiva (mentre ci sono regole chiare che segnalano quali costrutti sarebbero sbagliati), ma è altrettanto evidente come l’esercizio vada svolto. Se la questione è simile a quella della sensibilità traduttiva, come si può acquisire sensibilità linguistica? Be’, la prima si acquista con l’esercizio. In maggiore o minor grado, a seconda della predisposizione, ma si può migliorare. Quindi, più esercizi di grammatica? Non credo sia quello il punto. Se non c’è una regola, gli esercizi applicativi sono più o meno inutili. Sarebbe importante, invece, l’esposizione alla lingua… Seconda illuminazione. “Ma tu quanto leggi, più o meno, in un anno?” “Eh, quello che ci dà da fare… – il soggetto implicito è Lei, la professoressa di italiano, che si dà il caso fosse anche la mia –, tre, quattro libri…”

Il mio istinto, a questo punto, è di commiserazione. Che peccato. Pensiero marginale: e io che con i miei due libri al mese mi sento in colpa perché leggo poco. Insomma, il classico autocompiacimento dell’alunna del classico. Però mi dispiace. Ho sempre (?) associato il linguaggio al pensiero: se non “hai” le parole, i costrutti per esprimere concetti complessi e variati, soprattutto variati, come fai a pensarli? Ma anche qui, molto probabilmente, mi sto sbagliando. La ragazzina in questione si mette a parlare del suo compagno cui piace leggere, quello che non esce mai di casa di pomeriggio. Ha lo stesso tono di commiserazione che avrei io con lei. “Mmmsì, be’, anch’io ero un po’ come lui… certo, mi piaceva anche uscire”, aggiungo al volo. Falsissimo, stavo proprio chiusa in casa a leggere. Insomma, sembra che entrambe commiseriamo l’atteggiamento che ci è lontano, quello difficile da comprendere. Come sempre, bisogna evitare gli eccessi come la peste. Resta il problema di come far capire alla povera alunna l’esercizio di grammatica. Io non ci sono riuscita. Ed è troppo tardi, a meno di un mese dall’esame, per sviluppare una sensibilità linguistica attraverso la lettura. E ci sono le prove INVALSI, anche quest’anno. Sì, potrebbe essere un problema, e non solo per quel che riguarda i risultati scolastici immediati. In fondo, conoscere la lingua dà potere su di essa, e questo io dovrei saperlo bene. Anche se il potere sulla lingua non è mai sufficiente.

Esco dalla lezione alquanto sconsolata. L’esercizio è stato fatto, ma con molto aiuto da parte mia. Una cosa, però, l’ho ricordata, ed è uno dei motivi per cui faccio la scuola che faccio. Perché io potrò anche leggere solo un paio di libri al mese (non c’è tempo, non c’è tempo, e soprattutto non ci sono le energie), ma sono continuamente esposta alla lingua, scritta e parlata, e a un livello piuttosto alto. Senza contare il greco e il latino. E conoscere la lingua, usarla, apprezzarla, non è solo utile, è bello. Ironicamente, non trovo aggettivi migliori.

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