Perché non tutte le recensioni sono inutili, ma alcune lo sono

June 20, 2011 § Leave a comment

“Le recensioni sono inutili.” No, non sono d’accordo. O meglio, se per recensione intendiamo un testo che dia un’interpretazione univoca e/o una valutazione di un altro testo (in senso esteso: libro, film, opera musicale – anche se quest’ultima non può a dire il vero definirsi testo, evidentemente), allora può essere inutile. In quanto un testo non ha mai una sola interpretazione. O almeno, nessun testo che valga la pena recensire. E qualunque critico che pretenda di dettare legge ai gusti del pubblico non è un critico, è un idiota. Ma, in fondo, chi crede che una recensione sia qualcosa del genere? Nessuno, spero, neppure la persona che mi ha lanciato la provocazione che apre il post. Per come vedo io la cosa, una recensione è un pezzo di una discussione. Può aprirla, può continuarla. Può essere ignorata da tutti i lettori e perdere in tal modo il proprio senso (ho la sensazione che alcune delle recensioni che ho scritto abbiano fatto precisamente questa fine). Non ha importanza. Se nessuno scrivesse recensioni, o testi di critica letteraria (qual è la differenza, esattamente? poco più che la destinazione, il pubblico prescelto, è la mia risposta assolutamente discutibile), la discussione non ci sarebbe. Mancherebbe al testo un’intera dimensione. Certo, se nella critica si cerca un’opinione totalmente condivisibile, la frustrazione è assicurata. Non credo esistano due esseri umani che leggano lo stesso testo in modo esattamente identico. Per fortuna. Perché, per fortuna, se forse condividiamo una serie di strumenti conoscitivi che ci permettono di creare una base comunicativa sulla quale incontrarci e discutere, strumenti la cui reale esistenza non potremo comunque mai verificare (vero, Kant? l’ipotesi che ogni comunicazione umana fin dall’inizio dei tempi sia stata un enorme fraintendimento non è affascinante?), recepiamo comunque ciò che ci viene offerto dall’esterno in modo diverso da qualunque altro essere umano. Quindi non saremo mai pienamente d’accordo, soprattutto su qualcosa di labile come una creazione artistica, o almeno culturale.

Con ciò, ritengo personalmente necessario scrivere recensioni. O almeno commenti ai testi. Proposte di interpretazione. E apprezzo davvero leggere una recensione ben scritta. Se volete un esempio di quel che intendo, provate qui. Non pretendo che la mia opinione sia condivisa, mi limito a sperare che sia innanzitutto comprensibile, e magari minimamente condivisibile. Perché esistono anche i commenti campati in aria, ne conosciamo sicuramente qualcuno. Ma non è questo il punto. Il punto è che sono fermamente convinta che si possa scrivere su tutto. O parlare di tutto, ostacoli emotivi a parte. Insomma, che la lingua umana sia adatta a discutere di qualunque cosa. Questo non significa che sia efficace. Significa che non si può stabilire che un argomento sia di per sé totalmente indiscutibile, ineffabile. Tenendo conto che ogni lingua è un’approssimazione della realtà, anzi, un’approssimazione della nostra percezione individuale della realtà, e che questo è squallido, irritante e insopportabile. Nei miei sogni, la mia lingua esprime esattamente quello che voglio dire. E gli altri non mi capiscono comunque. Nella realtà la lingua dei sogni non esiste. Non è detto che la cosa non sia, a modo suo, stimolante.

Usciamo dai massimi sistemi, per cortesia, e torniamo a un argomento vagamente più concreto. Secondo la mia limitata e per nulla autorevole esperienza (questa si chiama dichiarazione di modestia e, lo ammetto, è tendenzialmente falsa), la cosa più difficile su cui scrivere è la musica. Che, spesso, è anche la cosa su cui avrei più da dire. Perché, scusate la banalità, un brano musicale porta con sé una quantità di stimoli, di spunti, di immagini e di sensazioni che un testo scritto può difficilmente eguagliare. Nota bene: sto parlando di musica in generale. Mi ritengo di gusti molto duttili. Ma se restringiamo il campo alla musica classica, o meglio a quella che possiamo definire (lo so, è pietoso, abbiate pazienza) “musica senza parole”, quello che voglio dire dovrebbe diventare più chiaro. Perché a musica, purtroppo/per fortuna, è totalmente aniconica. Il correttore automatico mi segnala che ho appena inventato una parola. Sigh. Intendo dire che non è portatrice in nessun modo di immagini definite. Il massimo che un compositore possa fare è aggiungere un’interpretazione, per così dire, a margine (mi riferisco alla cosiddetta “sinfonia a programma“). Ma neppure quella, permettete, sarà univoca, sarà giusta. Anche perché è impossibile che copra tutti gli aspetti della musica stessa. E allora, come si recensisce un pezzo di musica? Forse non si recensisce affatto. Si propongono spunti tecnici più o meno discutibili, e soprattutto, almeno per quanto mi riguarda, si tenta di condividere quanto la musica ci ha trasmesso. Perché un’altra esigenza propriamente umana è proprio quella di cercare negli altri un impossibile riscontro di quello che si è provato. Stesso discorso di prima: nessuno avrà mai provato le nostre stesse sensazioni, e in ogni caso non sarebbe in grado di descrivercele, così come la nostra descrizione di un’emozione sarà sempre pietosamente approssimativa.

Ed è irritante. Ecco. Tutto questo scritto nasce, oltre che da una provocazione cui non potevo non rispondere, dal fatto che da mesi sto tentando di scrivere qualcosa sulla Patetica di Čajkovskij. E non ci riesco in nessun modo. Non ci riesco perché so che è forse la sinfonia più… bella, che orrendo aggettivo! la sinfonia più “bella” che io abbia mai ascoltato (in seria competizione con la Quinta di Mahler, che ritenevo insuperabile), e non riesco a capire perché sia così incredibilmente perfetta. Ogni movimento ha qualcosa di unico, di decisamente… strano (le mie scelte lessicali oggi sono davvero tragiche), spiazzante, imprevisto. Pensate al secondo movimento. Dovrebbe forse comunicare serenità? No, per me è il più angosciante della sinfonia. Al terzo: non riesco a levarmi dalla testa l’idea che sia costruito al contrario di come dovrebbe. Ma chi ha detto che dovrebbe presentare prima il tema e poi variarlo, anziché lasciarlo venire a galla in maniera sconvolgente come avviene in realtà? E il tema stesso del terzo movimento, ben noto, potrebbe essere quasi quello di una marcia trionfale. E allora perché non mi trasmette altro che un senso di sconfitta schiacciante? Non ha senso, nulla di quello che ho scritto ha senso, tanto per cambiare, e avrei anche voglia di cancellarlo e ritentare da capo. Ma non ci riuscirei, di nuovo. Continuo a riascoltare la sinfonia e a non capire perché mi fa quest’effetto. È una battaglia persa. Per il momento, accetto la sconfitta – sconfitta tutt’altro che amara, se non fa che spingermi ad ascoltare e riascoltare – e, su questo sì, non scrivo inutili recensioni.

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