La questione del relativo

June 24, 2011 § 3 Comments

As A Linguist (trovate il link nella colonna qui accanto), che rimane uno dei miei blog di riferimento, sta pubblicando da qualche settimana i cinque errori di grammatica (in senso lato) che l’autrice detesta di più. L’idea sarebbe estremamente allettante, se fossi un linguista con qualche diritto/preparazione per discutere in modo interessante delle mie fissazioni da purista. O almeno per giustificarle. Perché, lo ammetto, una virgola tra soggetto e verbo potrebbe darmi più fastidio di un condizionale in una protasi. Agli errori peggiori si fa l’abitudine. O quasi. O quantomeno, con gli errori più gravi non sono quasi mai a contatto. Nemmeno su facebook, dove però l’occasionale *c’è la faremo compare. Il mio lato crudele spera sempre che non ce la facciano, ma mi limito a quello. Vivere in un ambiente protetto dal punto di vista del linguaggio ha i suoi vantaggi. Il guaio è che quando ne esco mi sembra, spesso, di avanzare attraverso una pericolosa giungla di elementi lessicali sconvolgenti. Se non altro, sconvolgente è la distanza che percepisco parlando anche solo con una povera “licenzianda media” cui sto dando le ultime ripetizioni. E ho sempre più la sensazione che sia colpa mia. Che il livello che io fisso sia troppo alto, o piuttosto che io non abbia alcun diritto di fissare un livello, e che debba soltanto adeguarmi agli usi della maggioranza.

Questo significa che non mi lamenterò della diffusione dell’indicativo nelle interrogative indirette dell’italiano medio. Però oggi ho sentito una frase che mi ha fatto accapponare la pelle. Si tratta di un uso di cui avevo dimenticato l’esistenza ma di cui ho vaghi ricordi dai tempi delle medie, ovvero del pronome relativo al posto di una qualsiasi congiunzione. La frase incriminata suonava più o meno così:

Allora i padroni delle fabbriche ordinano la serrata, ma gli operai tentano l’autogestione, che però non hanno i fondi quindi non riescono.

D’accordo. Capisco che uno studente possa avere dei problemi nel gestire un periodo di quattro proposizioni. No, non lo capisco, ma mi sforzo. Ma perché? Non è la prima volta, ripeto, che sento usare che come un intercalare. (tra parentesi, perché intercalare è maschile? Non dovrebbe sottintendere “espressione, parola, particella”?) Preferisco considerarlo intercalare piuttosto che una sorta di “congiunzione suppletiva”, perché non è facile indovinare a cosa dovrebbe essersi sostituito. Forse a un altro pronome relativo? Riflettendoci, è improbabile: “in cui però non hanno i fondi quindi non riescono” ha poco significato comunque. L’unica spiegazione che riesco a dare è che l’autrice della frase intendesse dire qualcosa come “l’autogestione, che però non hanno i fondi quindi non riesce“, mantenendo una sorta di vaga struttura a senso della frase. In entrambi i casi, ho la sensazione che il pronome relativo tenda a ridursi a una sorta di particella di collegamento generico. Qualcuno ha qualche idea in proposito? Aggiungo che ricordo di aver sentito quest’uso soprattutto quando a mia volta frequentavo le medie, da parte di studenti che ripetevano lezioni: ipotizzerei, di nuovo, che dipenda dallo sforzo per costruire un discorso articolato, discorso che però non si riesce a gestire per mancanza di esercizio. In ogni caso, starò più attenta in futuro e cercherò di notare altri casi in cui questa forma compaia.

Ma non è la fine delle disavventure del pronome relativo. Ci sono, ad esempio, le concordanze casuali. Del tipo (le citazioni sono prese dalla mia avventura di oggi con la giovane studentessa cui ho accennato sopra)

L’assistente sociale si accorda con la persona di cui ne ha bisogno per dare assistenza.

Qui è evidente, almeno credo, uno sforzo per rendere il discorso più formale, sforzo che si risolve tristemente nell’errore di concordanza, favorito naturalmente dalla presenza minacciosa della particella ne. Anche quella fin troppo bistrattata, se vogliamo ricordarlo. Uno sforzo malriuscito per elevare il tono del discorso, unito a un fattore per me misterioso, potrebbe essere alla base della sostituzione del pronome relativo femminile al posto del maschile, errore che ho sentito frequentemente da parte di individui sopra i quarant’anni cresciuti in ambiente dove, posso presumere, si parlava dialetto. Io, purtroppo, non conoscendolo più di tanto, non sono in grado di stabilire se sia davvero quest’ultimo la fonte della confusione (qualcuno può dare delucidazioni?). Secondo me, anche l’idea che “il quale” sia più formale di un semplice “che” o “cui” ha una parte nella cosa.

Resta l’ultima tendenza, che non è obiettivamente parlando un errore ma che mi irrita parecchio ugualmente: il mancato uso del pronome relativo.

Mussolini si allea con l’estrema destra, abbandonando Giolitti: lui è costretto a dimettersi.

Non che la sostituzione del pronome soggetto con il complemento non sia insopportabile già di per sé. Ma sarebbe stato così facile evitare anche il rischio di errore con l’aggiunta di un bel che lì in mezzo! Torniamo al fatto che gestire periodi complessi è un’operazione difficile, apparentemente. Meglio spezzarli, a quanto pare. Io continuo a non apprezzare, e continuo a tacere, perché so di stare esagerando, almeno in questo caso. È la triste sorte di ogni lagnoso purista del linguaggio.

E poi, in fondo, io mi lamento dei pronomi relativi e delle ragazzine delle medie, ma ricordiamo che c’è chi sta peggio. Ahinoi.

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§ 3 Responses to La questione del relativo

  • limr says:

    I have to rely on Google translate and the remnants of high school Italian, but if I understand this post correctly, I think you are bothered by the same thing that I see in English sometimes with the relative pronoun. The only example I can think of at the moment is from a commercial for some kind of cleaning product. Two other cleaning products are complaining that the ‘new guy’ is so much better than they are: “He’s cleaning things that we don’t even know what they are!” The relative pronoun ‘that’ in this case replaces the object in the relative clause. In English, the original object should then be deleted, but this sentence leaves it in. It’s a tricky thing, because in this sentence, the object is another relative clause. It’s awkward, but rewriting is awkward, too. I understand that people sort of get forced into this error but it still bugs me.

    I love that grammatical mistakes give you the creeps, and I kind of love that Google translate turned that phrase into ‘made me the creeps’. It’s one of those fun, slightly off direct translations that always make me giggle 🙂

    I know that it’s discouraging to see some mistakes becoming so widespread, and there’s probably very little to be done to stop it. We choose our fights and sometimes we lose them, and that’s just life and language. But if there are some you feel strongly about, you stick to your guns! We can’t control others but we can control ourselves, so if the only thing I can do is maintain standards in my own writing, then that’s what I’ll do.

    • First of all, let me say I’m definitely flattered by the fact you bothered to use Google Translate to understand my post. I’ve tried the same, out of curiosity, and I’m still wondering why the software deletes all the mistakes in the quotes I made, changing them into perfectly correct sentences (by GT standards at least).
      About relative pronouns: the example you made sounds awkward to a non-native speaker. I understand that there’s something wrong in the sentence, but I wouldn’t have been able to point it out exactly if you hadn’t explained it (oh dear, are all the tenses correct? English conditional sentences are a nightmare for Italian speakers).
      Grammatical mistakes definitely “make me the creeps” (the ubiquitous Italian verb “fare” strikes again), and I’m trying to fight my own battle against them as stubbornly as I can. This is the main reason why I’m always worried about writing in English: I hate making mistakes that someone else will surely notice. Therefore, I’m sorry if I made any in this comment 🙂

      • limr says:

        I enjoy your posts and just wish I could understand more of the original Italian before ‘giving in’ and using Google Translate.

        I understand your reluctance to write in English (I have the same desire for things to come out correctly all the time!) but I’ll also say that from what I’ve seen, you write very well! And for the record, you wrote that conditional sentence perfectly. In fact, I’ll give you a preview of my #1 Bete Noire (coming next week) which is the misuse (by even educated native speakers) of this very structure. Really, you could teach my students a lesson or two here 🙂

        I also hope that I don’t come across as too intolerant because love a good discussion and hope people feel comfortable contributing. Yes, I am outspoken about my frustration at native speakers making avoidable mistakes on a regular basis because it’s their own language; they should know better! 🙂 But I’m kind of protective of non-native speakers because I know from both teaching and learning languages how hard it can be.

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