Metamorfosi

June 30, 2011 § Leave a comment

Ci sono libri che non ho nessuna intenzione di leggere in vita mia, e che forse prima o poi leggerò lo stesso. Ci sono libri che ho letto e che non rileggerei mai. Vorrei fare un esempio, ma non mi viene in mente nessun titolo, e nessun candidato si trova nella mia libreria al momento. Applico una rigorosa damnatio memoriae nei confronti di questo genere di libri. Anzi no, uno me lo ricordo: L’Alchimista di Coelho. Mai più. Ci sono anche libri che ho odiato pagina per pagina, ma che rileggerei volentieri, prima o poi forse rileggerò, oppure ho già riletto. Madame Bovary. Orrendo – è quasi ora di rileggerselo. I Promessi Sposi. Letto due volte e mezza (contando anche la lettura obbligatoria in quinta ginnasio), detestabilmente necessario. Ci sono libri che ho amato alla follia, che ho tentato di rileggere e sui quali ho miseramente fallito l’impresa. I fratelli Karamazov (ah, ma prima o poi ci rivedremo). E poi ci sono i libri che rileggerei all’infinito, per un motivo molto semplice: vorrei viverci dentro. Vorrei poterci entrare e abitarli, e una parte di me coltiva la poetica illusione che in questo modo ci riuscirò. Il Signore degli Anelli (tra qualche anno abbiamo appuntamento per la terza lettura). Il Conte di Montecristo, e questo alcuni lo sanno. Non è detto che io li abbia già riletti tutti: Guerra e Pace, ad esempio, oppure I Miserabili mi stanno ancora aspettando per la seconda passata. Fino ad ora, però, mi sono sempre accorta alla prima lettura dei libri che mi avrebbero affascinata. Oggi, dopo averlo finito, accolgo ufficialmente e gioiosamente le Metamorfosi di Ovidio nel gruppo.

Lo ammetto: sarebbe tanto meraviglioso vivere in un poema didascalico-mitologico-cosmico-chipiùnehapiùnemetta. Sarebbe perfetto potersi allontanare dal mondo presente per sprofondarsi in quell’enorme scatola magica che è l’universo di Ovidio. Una scatola magica, oppure un enorme cinema in cui si proietta un solo film composito e lunghissimo, opera di un solo regista. Neppure tanto bravo a collegare gli episodi, si potrebbe dire. I passaggi sono un po’ forzatini, eh. E vorrei ben vedere, caro critico. Perché nelle Metamorfosi c’è tutto. Letteralmente. Dall’origine del mondo (e poco importa se le citazioni da Esiodo nel primo libro debordano praticamente nel plagio – si chiama vertere, mi dicono) all’età di Augusto. Anzi, peggio. Tra uno zoom violento e l’altro, trascinato e sballottato dalle coste della Grecia alla reggia del Sole a Troia a sa il cielo dove altro, il lettore finisce per arrivare dove tutto è partito. Cioè a Ovidio stesso. Che è un po’ troppo ben consapevole di ciò che sta facendo, e un po’ troppo convinto del proprio valore.

“Dovunque si estende sulle terre assoggettate la potenza romana, mi leggeranno le labbra del popolo, e grazie alla Fama, se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò per tutti i secoli.”

Così conclude l’opera, il brav’uomo. Intanto ha resistito per un buon duemila anni – che in fondo sono pochini rispetto al tempo narrato nel poema. Già, ma quale tempo? Nelle Metamorfosi scompare anche quello. L’intreccio di storie lo soffoca, e si ha sì l’impressione che il tutto segua un certo ordine cronologico (dopotutto, si inizia con il caos e si finisce con Roma), ma in fondo il tempo ha la stessa sorte che tocca allo spazio: è deformato a piacere. Scorre con lentezza esasperante nei libri centrali, velocissimo e affannoso negli ultimi. Lo spazio, invece, è trattato a salti: un poeta che ha il controllo di tutto (e ci tiene davvero a farcelo notare) ci trascina su e giù a volo per il globo terracqueo all’inseguimento di non ho ancora capito cosa – nulla, probabilmente – per poi deporci tranquillamente in Italia, tutti affannati, fare un piccolo inchino, sorridere e andarsene. Minacciandoci con la propria presenza eterna, in caso non ci bastasse il trattamento subito.

E io? Io sono rimasta nelle terre ausonie. Ad aspettare che un vecchio poeta pieno di sé mi venga a recuperare di nuovo e mi porti di nuovo a vedere il mondo come lui desidera che io lo veda. Come un’enorme fiaba. Non voglio richiamare mille studi antropologici di cui non so nulla, ma le Metamorfosi mi sembrano proprio un’enorme fiaba. Una sorta di Mille e una notte senza cornice. A me resta una fortissima nostalgia di quel mondo. E, in fondo, una parte infantile di me coltiva l’illusione che se ci penserò abbastanza a lungo, se ci crederò con molta forza, in qualche modo si ripristinerà questa folle e caotica età dell’oro e dei miti e io mi ritroverò a correre per i campi con Atalanta o a sposare Ifide (senza bisogno che diventi un uomo, evidentemente) come se niente fosse.

Scenario improbabile, non ho dubbi. Sciocca, come reazione a un libro di duemila anni fa che ho dovuto leggere come compito delle vacanze – forse. Ma era tanto tempo che non venivo affascinata in questo modo da una storia.

E per finire, domanda insulsa: perché l’edizione Mondadori ha in copertina una raffigurazione di Frisso ed Elle, forse l’unico mito classico che non è citato affatto nel poema se non in una perifrasi di mezzo verso riferita all’Ellesponto? Me lo spiegate?

PS La mia fantasia nei titoli è ufficialmente esaurita, scusatemi.

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