Piccola filosofia della citazione

July 6, 2011 § Leave a comment

Non riesci a esprimere quello che senti? Scrivi. Non riesci a scrivere? Componi musica. Fa’ qualcosa.

Io non so scrivere. D’accordo, per evitare un interessante paradosso: io non so scrivere nulla che “esprima quello che sento”. Non trovo affatto difficile scrivere testi che esprimano la mia opinione rispetto a qualunque cosa, o quasi – anzi, è evidentemente uno dei miei massimi piaceri. In compenso, se mi si chiedesse di scrivere una poesia non potrei fare altro che fissare il foglio e rinunciare. Tento periodicamente di scrivere racconti o testi di narrativa in generale, ma il risultato mi delude sempre, miseramente. In rarissimi casi riesco a descrivere, in prosa, quello che sento, ma sempre in modo approssimativo e insufficiente. Immagino sia inevitabile, quando non si hanno gli strumenti. Credo sia un problema di linguaggio: non trovo mai le parole, né soprattutto i giri di frase per dire quello che voglio. Cado nello stereotipo. E io odio gli stereotipi. Oppure, peggio ancora, cado nella tremenda trappola degli avverbi. Qualcuno avrà notato che ne uso decisamente troppi. Va ancora bene quando sto scrivendo un testo come questo, neutro, poco emotivamente connotato. Se stessi scrivendo un racconto, credetemi, darei la nausea a chiunque. Me stessa per prima.

Ma poco male, davvero. Non sono insoddisfatta delle mie capacità. È solo frustrante non riuscire a dire quello che voglio, soprattutto perché, come ho già forse detto, sono sempre convinta che il linguaggio possa esprimere davvero qualunque cosa. Con una ragionevole approssimazione. Il fatto che io spesso non riesca ad arrivare neanche a quella dipende da me. Ripeto, è perfettamente accettabile. Ma è irritante. Ancora più irritante è la mia totale e, in questo caso, per così dire fisiologica incapacità di comporre musica. Ho suonato uno strumento (il mio beneamato clarinetto) per anni, e già di quello sento talvolta la mancanza. Mi manca un mezzo espressivo. Ho fatto una scelta di cui sono tuttora convinta, e me ne sono privata. A maggior ragione mi rammarico della mancanza di ispirazione nel comporre. Non sono in grado di creare una melodia, anche se lo fossi non saprei riprodurla neanche a voce (sono irrimediabilmente stonata), anche se riuscissi non saprei trascriverla (totale mancanza di orecchio assoluto, e anche relativo, se è per quello), e anche se lo sapessi fare non avrei le conoscenze per armonizzarla, svilupparla, trasformarla in qualcosa di complesso. Problema comune alla maggioranza della popolazione mondiale. In parte potrei rimediare, se volessi, in parte no. In ogni caso, non voglio, ho altre priorità.

Tra queste altre priorità sta la massima consolazione della mia mancanza di doti poetiche (in senso lato). Vale a dire la lettura. O l’ascolto, che sotto questo punto di vista (ma non solo) è perfettamente comparabile. È vero, non so scrivere e non so comporre; fortunatamente, qualcuno sa farlo per me. Sto leggendo, per un compito delle vacanze sulla cui opportunità nutro seri dubbi, tutte le poesie di Montale. Periodicamente arriva la folgorazione. Pochi versi, più di rado una poesia intera (Montale non è decisamente tra i miei preferiti), che dicono esattamente ciò che vorrei dire io. Ciò che avrei dovuto dire io. E trovo inevitabile una reazione stizzita. Non è giusto. È profondamente sbagliato (ho già parlato del fatto che giusto ha due contrari? No, prima o poi dovrò fare anche questo) che qualcuno ci sia riuscito e io no. Soprattutto perché, per quanto perfetta, la poesia altrui non esprimerà mai esattamente quello che io vorrei, e in ogni caso il significato che io do al testo non coinciderà mai perfettamente con quello che il poeta intendeva. Ammesso che si possa parlare di intenzione per una poesia. Non lo so, non ne ho mai scritta una. Ogni messaggio viene sempre, inevitabilmente distorto.

Capita lo stesso con i racconti, con i romanzi (le frasi di certi romanzi, accidenti!). Capita con i personaggi dei fumetti, che a volte descrivono una parte di te con precisione inaccettabile. Capita, sempre più spesso, con la musica. Tanto quella “senza parole” (le brutte definizioni restano, spesso e volentieri) quanto quella con, con molte parole. A volte è il testo, a volte la melodia, più spesso entrambi. E c’è sempre quello scarto. Il momento in cui pensi, Certo che non puoi dirlo così. Hai capito esattamente quello che sto provando ora, ma non puoi dirlo così. In quel momento mi sento insultata, toccata in un punto in cui nessuno dovrebbe entrare (metafora sessuale? Oh, signor Freud, temo proprio di sì). E posso arrivare a odiare un brano, una canzone.

È un atteggiamento profondamente ingiusto, interessante e per me inevitabile. Far propri i testi vuol dire anche tradirli. Un po’ come la traduzione, peraltro. Vuol dire anche dar loro una forma che nessuno aveva previsto, e questo non è un male, a mio parere. Con rispetto, finché mi è possibile. È l’atteggiamento del raccoglitore di citazioni, vale a dire il mio. Qualcuno si stupisce della mia memoria: è una necessità fisiologica. Ho bisogno di parole altrui per supplire alle mie. E, dato che, come diceva un mio acuto compagno di classe, spesso si fa dei propri difetti una professione, le mie intenzioni per il resto della mia vita sono di dedicarmi ai testi altrui. Studiarli, commentarli, analizzarli, tradurli. Capirli, in quel modo distorto che è proprio della specie umana ma soprattutto e sicuramente di me. E poco importa, in fondo, se non ho parole mie, o se le mie parole non bastano mai.

PS La musica è terapeutica per molti motivi. Ho evitato di parlare di catarsi perché è tutto troppo complicato. Ma un’altra delle cose che proprio non so fare è gridare. E allora è necessario che qualcun altro lo faccia per me.

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