Incompiuta

July 22, 2011 § 2 Comments

I motivi per cui odio l’estate sono infiniti. Non è la mia stagione. Io sono una persona decisamente invernale, e chi conosce i miei maglioni lo sa. Amo stare coperta, non sudare, la sensazione dell’aria gelida e asciutta al mattino sulle guance. Non questa melassa insopportabile. Poi, certo, la sera inizio a guardar fuori dalla finestra e a vedere il cielo blu che vira verso il nero, a sentire un’onda di fresco che si solleva da chissà dove, e a pensare che forse vale la pena di sopportare anche questo. Peccato che i veri motivi per cui odio l’estate non siano affatto di genere meteorologico, bensì psicologico. Basti dire che la scuola è il mio salvagente per nove mesi l’anno, e che gli altri tre sono sempre difficili. Ogni estate riporta a galla tutti quei meccanismi mentali irritanti che nel periodo scolastico riesco a tenere a bada (più o meno). Il problema è il vuoto, che lascia spazio alle piccole cose di riaffiorare e alle abitudini di essere notate. A seconda della giornata, o della settimana, mi accorgo di una di queste, di un pensiero fisso, un atteggiamento, una semplice sensazione.

Il pensiero fastidioso di oggi è: in estate non finisco le cose. O meglio, appunto, la tendenza a lasciarle a metà l’ho sempre, ma in inverno non me ne accorgo. In inverno, ci sono cose che devo finire e cose che non ho tempo di finire (o mi convinco che sia così, naturalmente). In estate, da questo punto di vista, sono un disastro. Ieri ho visto la prima metà di Watchmen. Dopo aver letto e apprezzato (con riserve) il fumetto, il film è un’esperienza quasi rilassante. E ha una colonna sonora splendida, come mi ha detto qualcuno. E Silhouette, per quanto poco presente, è una gioia per gli occhi, come mi ha detto lo stesso qualcuno. Poi era tardi, ho pensato, andrò a letto e lo finirò domani. Non ho nessuna intenzione di finirlo. Almeno per ora. Tra qualche giorno mi sarò dimenticata la prima metà e penserò che non valga la pena di andare avanti. Ieri ho iniziato anche uno strano libro che avrei voluto leggere l’estate scorsa e che avevo già abbandonato. È ad alto rischio di non essere finito neppure questa volta. Semplicemente, smetto di fare cose che avevo iniziato, invece, con l’idea di portarle avanti. Per questo in estate non riesco mai a fare quello che avevo pianificato (vedasi lista di libri da leggere di cui non ho toccato neppure un titolo). Mi sembra di aver bisogno di continui nuovi stimoli, di sapere già come andrà a finire una storia o un ragionamento senza doverne leggere davvero la fine – o meglio, di sapere già la sensazione che questa mi lascerà, quell’inutilità che ti nasce dall’aver finito qualcosa senza ricavarne nulla. Banale, prevedibile, noioso. I tre aggettivi dell’estate: banale, prevedibile, noiosa.

E poi non riesco a scrivere. Lo so, lo dico sempre. Ma negli ultimi giorni mi sta dando davvero fastidio. Ho in mente delle cose. Storie sciocche che metterei su carta a mio esclusivo beneficio, ma almeno potrei rileggerle, se lo facessi. Oppure, che è la cosa peggiore di tutte, scritti importanti, pensieri che voglio e devo assolutamente fermare in parole prima che scivolino via. Ci sono momenti in cui mi sembra di avere tutto davanti, tutto quello che voglio dire e le energie che mi servono per farlo. Non durano abbastanza perché io lo faccia davvero. Al massimo inizio e poi non concludo. O cancello quello che ho scritto, cosa che normalmente non mi permetto mai. Oppure, ed è l’opzione più frequente, consumo tutto nel pensiero. E poi lo lascio andare.

Immagino di avere un’aria tremendamente depressa. Non è così, sono solo apatica. Una cosa, però, l’ho finita, ed è Ungaretti. Ungaretti che si è succhiato via tutte le mie parole, con imperturbabile appagamento e un distante sorriso angelico. Non l’ho capito, non lo capirò mai. Sento un immenso, fisico bisogno di rileggerlo. E di stare lontana mille miglia dai saggi di commento contenuti nell’edizione Mondadori. Se nessuno mi chiederà di leggerli non lo farò. Non sono sicura di volerlo capire, e sono sicurissima di non volerlo capire come hanno fatto altri. Per il momento, ho scelto di trasformarlo in un lavoro che mi costringa a rileggere tutto dall’inizio. Non so neppure cosa dirne (a differenza di Montale, su cui di parole – per quanto inutili – potrei spenderne tante).

La verità, forse, è che in estate vorrei prendermi del tempo per osservare le cose. E che se non esco, se non mi costringo a vederle, le cose, torno sempre a osservare me stessa. E io sono uno spettacolo molto banale, prevedibile, noioso. Ergo, domani esco. Ergo, nei prossimi giorni inizierò questo lavoro su Ungaretti. Tra meno di una settimana sarò in vacanza. In vacanza mi accompagnerà Pasolini. E non ci sarà verso di lasciarlo a metà, dato che è il mio compito autoassegnato di italiano. Ho in mente di portarmi anche un po’ di tragedie di Euripide, sperando nel benefico effetto della catarsi (che finora, lo ammetto, ha sempre funzionato). E poi, quando sono davvero in vacanza leggo sempre meglio. Mi sto convincendo, contrariamente alle mie abitudini, che varrà la pena di andarmene di casa per qualche giorno. E questo, in quanto cosa diversa dal solito, è bene.

PS Questo post è lungo esattamente una pagina. Riempire gli spazi è soddisfacente.

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