Martina, i viaggi e l’umana fatica di scrivere

July 27, 2011 § 2 Comments

Scrivo questo post alla scrivania (il che, per chi non lo sapesse, è inusitato: scrivo normalmente sul letto, se non altro perché la mia scrivania è decisamente troppo bassa per le mie necessità), circondata da provviste di vestiti e qualche libro. Domani parto per l’Alsazia, dove resterò otto giorni, con un programma di viaggio che ha subito qualche sostanziale modifica ma che mantiene come punto essenziale Strasburgo, città che non ho mai visitato e che desidero tassativamente vedere.

Ora, io odio partire. Profondamente. La mezz’ora di preparativi di oggi (no, non ho mai bisogno di portare molto con me) è stata sufficiente a innervosirmi oltre ogni limite. Però, in fondo, questa vacanza non mi dispiace. Intanto, sarà abbastanza breve (il mio tempo di massima sopportazione è, in genere, una settimana, dieci giorni al più); poi, non parto soltanto con la mia famiglia, bensì anche con un’amica, e questo sarà fondamentale per la stabilità del mio umore. In sostanza, nonostante tutto penso di poter riuscire a mantenere la lucidità di cui ho bisogno.

Ho bisogno di calma e lucidità (e di tempo, naturalmente, sempre tempo!) per continuare a fare ciò che sta diventando il primo obiettivo della mia pausa estiva. L’estate rappresenta, tra le tante altre cose, il momento in cui io smetto di agire e comincio a osservare. Motivo per cui non riesco e continuerò a non riuscire a concludere nulla di concreto in questa stagione. In compenso, ammesso che io rimanga serena e rilassata, osservare le cose senza parteciparvi è una delle attività per me più soddisfacenti. Questo non significa che io stia seduta sul balcone a guardare i vicini che passano: senza contare il fatto che non ho un balcone (abito al piano terra) e sulla mia strada non passa quasi nessuno, quando parlo di osservare lo intendo da un punto di vista decisamente intellettuale. Significa che smetto di tentare di cambiare le cose, in primo luogo me stessa e i miei rapporti con gli altri, e mi limito a cercare di capirle. Questo, di solito, richiede parecchio tempo-per-scrivere e ancor più pazienza. Non so mai rassegnarmi a non capire immediatamente, o quasi, quello che mi circonda, quindi due o tre mesi di riposo e meditazione non sono esattamente il mio ideale. Ma mi ci obbligo. Me ne sono pienamente accorta quest’anno, ma è valso anche in passato. Motivo per cui, tra l’altro, qualunque evento importante dal punto di vista emotivo accada eventualmente nel corso dell’estate mi sconvolgerà molto più che durante il resto dell’anno.

Perché scrivo di tutto questo? Essenzialmente perché non lo capisco. Così come non capisco quali siano esattamente i meccanismi di questa mia apparentemente necessaria contemplazione. Ritengo che scrivere, e magari comunicare con gli altri attraverso la scrittura, anche in questo modo strano e indiretto che è il blog, aiuti a definire ciò che non si comprende del tutto. Soprattutto per questo il mio primo obiettivo per questi otto giorni di vacanza, ma ovviamente anche per il resto dell’estate che è ormai oltre la metà, è riuscire a scrivere. Lettere, cartoline, mail, racconti (?), i miei amatissimi testi di genere indefinibile, appunti sparsi, cartacei e non (sia benedetto l’editor di testi di Ubuntu, che si avvia in pochi istanti e non mi permette di dimenticare quello che devo appuntarmi). E per scrivere ho bisogno di tempo. Tempo in cui io possa svuotarmi la testa e aspettare che i pensieri giusti vengano a galla. (Che è più o meno esattamente quello che non ho potuto fare oggi, quindi se questo scritto sembra parecchio confuso non c’è da preoccuparsi.) Peccato che più io penso che devo trovare del tempo meno riesco effettivamente a riservarmene. L’idea di non perdere tempo, in sostanza, è portatrice di ansia, e l’ansia non mi aiuta certo a pensare con tranquillità. Soprattutto, mi rende estremamente difficile chiarire a me stessa di che cosa dovrei scrivere. Il passo successivo, cioè che cosa dovrei scrivere, in questo momento mi sembra (solo) altrettanto insuperabile.

Nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, il mio rapporto con la scrittura è al limite della grafomania. Una minima parte di quello che “produco” (…no, non è il verbo giusto) viene letto da qualcuno, la parte di gran lunga maggiore rimane sepolta in qualche archivio informatico (o in qualche angolo della mia stanza) e mai più aperta neanche da me. Ma non importa. Quello che mi importa è proprio l’atto di riordinare i pensieri che prelude e accompagna lo scrivere. Dire qualcosa, qualunque cosa, significa darle forma, ridurre e mutilare il suo significato fino a definirla in modo più (saggi) o meno (poesia) preciso. Questa rimane la mia idea fondamentale sul linguaggio e sul pensiero (insieme a quel “la verità non è nelle cose” che inizio a considerare l’insegnamento che Kant ha, forse senza volerlo, radicato più in profondità nel mio modo di pensare).

Per questa vacanza ho scelto di portare con me il computer. Non tanto per amore della connessione internet, che forse non avrò e che comunque ha poca importanza, ma piuttosto per poter sperimentare entrambi i mezzi di scrittura. Perché, com’è penso comune a molti, io scrivo in modo completamente diverso a mano e alla tastiera. A dire il vero, vorrei avere un apparecchio a riconoscimento vocale per potergli dettare i miei pensieri prima di addormentarmi (o, nel caso della giornata di domani, durante un lungo viaggio in macchina). Anche se, considerando le mie abilità oratorie, forse non otterrei proprio il risultato che mi aspetto.

In attesa dei prossimi progressi nella tecnologia, mi appresto a partire. Qualcosa scriverò, ne sono certa. Sono persino abbastanza sicura di cosa scriverò. Sperando di tornare, non dico con qualcosa in più rispetto a oggi (in effetti, questo mi sembra ovvio), ma con un po’ più di ordine.

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