Strasbourg, EU

August 8, 2011 § 2 Comments

Ebbene, pare che io sia tornata. Ho avuto bisogno di qualche giorno per tornare anche mentalmente in un assetto da vacanza-ma-non-troppo-vacanza (ovvero: si fanno i compiti, non si sta in giro tutto il giorno, magari avrei anche un blog da scrivere), nonché per rielaborare i ricordi del viaggio e in generale per ambientarmi del tutto. Come in parte prevedevo nell’ultimo post, questa vacanza è stata persino piacevole. Il che, visto il mio normale rapporto con i viaggi (che per me sono tutto tranne che rilassanti), è un gran bel traguardo. Posto ciò, proverò a riordinare anche per iscritto alcune impressioni e qualche appunto.

Nonostante le due notti a Épinal (città abbastanza squallida, ma sede della famosa stamperia che mantiene un museo interessantissimo e un ottimo spaccio) e l’ultima a Colmar (mai più. Città orribile, piena di turisti, e per buona misura abbiamo dormito malissimo), il punto focale della vacanza restava Strasburgo. Strasburgo che è una città davvero stupefacente, nonché una dove passerei volentieri qualche anno della mia vita (magari quelli dell’università, se non avessi tutt’altri progetti che la Francia non mi permetterebbe di realizzare). Innanzitutto, l’abbiamo girata per quattro giorni in bicicletta, grazie a un tutt’altro che costoso servizio di noleggio municipale che ci ha fornito cinque buffi apparecchi da donna con dei cestini di plastica verde. La bici, che in francese si chiama ancora velo, ovvero velocipède, parola che non si può non considerare perfettamente descrittiva soprattutto dopo la prima silenziosissima discesa (senza contare il delizioso sapore di ottocento che ti lascia in bocca), la bici, dicevo, cambia senza dubbio la mia prospettiva sul mondo. Intanto, ci si muove per chilometri ovunque senza il minimo rumore e senza stancarsi troppo. La pedalata lungo il fiume Ill fino al Parlamento Europeo, tra prati e scoiattoli rossi che saltano in mezzo ai suddetti, è stata un momento di paradiso. In più, dovermi mantenere attenta alla strada e ai pedoni (educatissimi, peraltro, come i ciclisti, e ben capaci di distinguere una pista ciclabile – dove se sei in mezzo alla strada devi toglierti di mezzo – da un marciapiedi – dove sarò io a stare attenta a non investirti), oltre che alla pedalata, essendo io una ciclista dall’equilibrio alquanto precario, significa per me non poter scivolare in quel mio solito torpore difensivo di quando mi trovo in uno spazio sconosciuto, quello che mi permette di dimenticare dove sono e di seguire pecorecciamente (toh, ho inventato un altro avverbio) chi mi precede concentrandomi sui miei pensieri. Così, invece, sono stata più che costretta a guardarmi intorno. Per fortuna, come ho detto, mi trovavo in luogo in cui ne valeva la pena. Strasburgo si può definire semplicemente “europea”. È una città carina nel senso francese del termine (vie più o meno colorate e tendine alle finestre, ma nulla di stucchevole), ordinata senza essere fredda (né svizzera), pulita, piena di gente (tranne la domenica, come abbiamo scoperto, quando tutto chiude e nessuno esce di casa o quasi), con alcuni tratti architettonici pregevoli (innanzitutto gli edifici del Parlamento Europeo, ma anche il centro), una cattedrale tra le più belle d’Europa, infilata in una piazza microscopica in modo tale da essere invisibile finché non ci si trova davanti alla sua unica guglia asimmetrica (Bernini, way to learn), e dei musei sufficientemente interessanti. Insomma, il genere di città perfetta in cui mi sarei aspettata di svoltare l’angolo e di trovarmi in mezzo a una banlieue costruita per racchiudere tutti gli emarginati (o tutti quelli che gettano scontrini per terra). Invece no, il ghetto non c’è, ci sono solo zone decisamente meno belle dal punto di vista artistico ma altrettanto pulite, ordinate, tranquille. In questo paradiso (almeno per una persona come me), l’unico dettaglio inquietante è lo zoo, trovato per caso in mezzo a un giardino pubblico, com’erano quelli di inizio novecento: gabbie piccolissime, animali dall’aria profondamente depressa esposti allo sguardo dei visitatori su una pavimentazione di cemento.

Per quanto mi riguarda personalmente (*sarcasm* ma sì, distacchiamoci dalla mia profonda obiettività consueta *end sarcasm*), in Francia c’è una cosa che mi irrita terribilmente e una cosa che migliora sempre il mio umore. La prima è la lingua e la seconda il cibo. Il francese, per quanto non brutto in sé, se parlato a lungo è irritante. Sarà perché lo capisco discretamente ma lo parlo ormai con evidenti difficoltà di pronuncia (e non solo) e qualche errore di grammatica. Sarà che ha la cadenza più monotona del mondo conosciuto. In più, gli alsaziani hanno un accento spaventoso, che oscilla tra francese e tedesco (preferibilmente, il primo quando parlano il secondo e il secondo quando parlano il primo), fa loro arrotare le r più del necessario e talvolta li porta ad aggiungere suoni aspirati e minacciosi in fondo a parole altrimenti innocue (merci-chh!). Insomma, ascoltare troppo francese mi fa venire la pelle d’oca. Per fortuna arriva la cucina a salvarmi. Non la cucina francese tradizionale, per carità, unta unta e tutta carne (immagino che questo sia un pregiudizio, e apprezzerei se qualcuno me lo smentisse); ogni regione, per fortuna, ha delle proprie specialità che trovo meravigliosamente appetibili. La Bretagna aveva le cozze in umido con le patatine fritte (ecco, adesso sto sbavando in modo ridicolo), nonché altro pesce vario e appetitoso; l’Alsazia ha tante belle patate (conosco parecchia gente che a questo punto ridacchierà sotto i baffi, ma noi ci dissociamo da questi comportamenti morbosi) e una cucina regionale che sembra prendere il meglio di quella tedesca e francese per fonderle. Tarte flambée (una specie di pizza sottilissima e ipernutriente con la panna al posto del pomodoro, sì, insomma, non avete capito ma cercate di provarla), grosse terrine di coccio con patate gratinate al salmone, formaggi alquanto saporiti (ma soprattutto odorosi: non mettete mai un pezzo di munster in frigo con qualunque altra cosa, pena non potervi mai più liberare del tanfo). E poi ci sono le crêpes e la pasticceria più buona d’Europa. Resta il mistero dei piccoli locali che vendono insalate di pasta da asporto e di cui i francesi sembrano andar matti: non ne abbiamo trovato uno aperto quando volevamo approfittarne, quindi non sappiamo dirvi se il prodotto sia orrendo come è di solito all’estero o se sia una pasta passabile.

Posto che con del buon cibo davanti sto già molto meglio, un altro ottimo motivo per andare in Francia è la Fnac. Sì, lo so che c’è anche a Milano (e io non ci sono neppure mai stata). Ma avere di fronte tre piani di libri, cd ed elettronica nel pieno centro di Strasburgo a prezzi assolutamente popolari (i cd che ho visto costavano dai sette ai dieci euro) è abbastanza per appagare i miei più nascosti desideri. E poi così nessuno si annoia. Peccato che i libri fossero, ovviamente, in francese. Per la fortuna mia e della mia compagna di viaggio, la sezione fumetti era più che soddisfacente.

Non potrò tornare a Strasburgo per l’università, insomma, considerato quello che voglio studiare. Ma questa vacanza è stata davvero la più piacevole degli ultimi anni, e per una volta sono ben felice di essermi mossa di casa.

PS Questo post è già tremendamente lungo, ma ci sarebbe davvero da parlare dell’arte, contemporanea e non, e dei musei. Ho visto cose di notevole bellezza.

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