L’amore di Didone

August 15, 2011 § Leave a comment

Necessaria premessa: questo post nasce da una combinazione dello stato d’animo indotto dalla seconda lettura di Ungaretti (che mi sono imposta) con alcune vecchie riflessioni che mi stanno tornando in mente nell’ultimo periodo. È un tantino sconclusionato, a dire il vero.

Io odio le dipendenze. Odio l’idea di essere dipendente da qualunque cosa, o di poterlo essere. Non sopporto il pensiero che qualcosa controlli il mio comportamento, se non altro in quanto mi costringe a non farne a meno. Non sto parlando necessariamente di dipendenza da sostanze chimiche, anche se il solo dover prendere un antidolorifico quando sto per avere un attacco di mal di testa (e soffro di cefalee, quindi non ho davvero molta scelta) mi infastidisce in modo tremendo. Mi riferisco a qualunque genere di cosa io senta il bisogno di “assumere”, nel senso più ampio, per sentirmi bene. D’altronde, per essere una persona che odia essere dipendente da alcunché, in realtà dipendo da un bel po’ di cose. Su cui non mi dilungherò (a scanso di equivoci, trattasi di banalità come il cibo, un lettore mp3 carico, etc.). Eppure non mi sento necessariamente in colpa o infastidita per questo, se non in determinati momenti. La spiegazione più convincente che mi offro è che sia una questione di controllo. Io desidero e aspiro ad avere controllo su quello che faccio. Ciò significa, tra l’altro, che un impulso esterno (ma nemmeno interno, a dire il vero) non dovrebbe essere in grado di costringermi a fare qualcosa. Sono anche ben consapevole, tuttavia, della necessità di non superare un naturale limite: esistono stimoli che devono essere soddisfatti, come l’appetito o il sonno, e tentare di sfuggire loro non sarebbe una scelta particolarmente sana. Nonostante ciò, persino su queste particolari esigenze fondamentali so comunque di avere un certo margine di controllo: è vero che non posso fare a meno di mangiare per sostentarmi, ma sono in grado, in caso di necessità, di saltare un pranzo o di controllare le mie esigenze per un determinato periodo di tempo. Ho bisogno di dormire in media otto ore a notte, pena la trasformazione in zombie, ma posso decidere di andare a letto più tardi, se lo desidero, o anche di passare una notte in bianco in casi assolutamente eccezionali.

Insomma, non sono le dipendenze fisiche il mio problema, in fondo. Almeno fintantoché resterò convinta che non è bene che inizi a fumare o cose del genere. Quello che mi preoccupa più profondamente è un altro genere di dipendenza, a livello psicologico. Non è ammissibile, per me, l’idea di aver bisogno di un’altra persona. Chiariamo: questo non significa che io non abbia bisogno di nessuno, che stia bene da sola. Per carità, da sola mi trovo discretamente, ma non senza nessuno. Senza la consapevolezza che alcune persone essenziali mi circondano, per quanto possano non essere presenti. La cosa importante è che vivrei lo stesso senza di loro. Vivrei solo in modo diverso – in genere peggiore, e non ho nessuna intenzione di cambiare se posso evitarlo. Ma per sopravvivere devo poter bastare a me stessa. Non che sopravvivere sia esattamente il mio scopo principale nella vita, ma a livello almeno teorico so che potrei farlo. Altrimenti si crea quella che io definisco una dipendenza psicologica, appunto, il che è ingiusto tanto per me quanto per l’ipotetica persona che si trovi dall’altra parte. Se non altro perché mi sembra, in generale, che quando riteniamo che una cosa ci sia necessaria iniziamo anche a pensare che ci sia dovuta, che esserne privati sia un’ingiustizia. Questo non può valere per le persone, ed è una delle mie massime cautele.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri Ungaretti. Ungaretti, a dire il vero, fa una delle cose in cui riesce meglio, con me, ovvero risveglia delle sensazioni.

Grido d’amore, grido di vergogna

Del mio cuore che brucia

Da quando ti mirai e m’hai guardata

E più non sono che un oggetto debole.

[G. Ungaretti, Cori descrittivi di stati d’animo di Didone, III]

Una volta, due anni (scolastici) e mezzo fa, il mio professore di italiano chiese a ogni ragazza della classe se avrebbe mai desiderato un amore come quello di Didone. Fortunatamente non ricordo nessuna delle altre risposte. Ricordo però bene la mia, come una delle cose più imbarazzanti che abbia mai detto in tutta la mia breve vita. “Be’, professore, io direi, niente amore e basta…” Perdonatemi, ero una povera ragazzina (non proprio) innocente e (soprattutto) ingenua. Sia chiaro, non sono più d’accordo con questa audace affermazione. Ma non vorrei mai un amore come quello di Didone. Non accetterei di mettermi in una posizione di totale dipendenza, materiale (non dimentichiamo che per Didone la relazione con Enea rappresenta la rottura aperta di un voto di fedeltà e, di conseguenza, almeno l’impossibilità di usarlo ancora come scusa per evitare il matrimonio con un certo re africano) ma soprattutto psicologica, nei confronti di un’altra persona. Checché io ne pensassi in quinta ginnasio, questo non significa necessariamente rifiutare l’amore, neanche un po’. Eppure io non riesco a non preoccuparmi. Mi preoccupo per il rischio di dipendenza, per il “non posso vivere senza di te” che si legge nei libri e si sente nei film (per fortuna sempre meno spesso) e per le sue implicazioni, necessarie o meno che siano. Sono infantile?

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