This is how it works

August 31, 2011 § Leave a comment

Ebbene sì, anche quest’anno ce l’ho fatta. Non ne posso più delle vacanze. Voglio tornare a scuola. Non vedo l’ora di tornare a scuola, a dire il vero. Succede tutti gli anni, di solito intorno alla seconda settimana di agosto (sono in terribile ritardo, questa volta), nel momento in cui la mole di compiti non fatti inizia a scemare sensibilmente, inizia il ripasso prescolastico (il minimo indispensabile, per carità) e, soprattutto, arriva la noia. Sono una persona che si annoia facilmente, in vacanza. Posso rilassarmi, posso uscire con qualcuno, posso divertirmi, ma resteranno sempre enormi tempi morti che non so proprio come affrontare. Ed ecco che mi annoio. In particolare, c’è un momento in cui la noia, e l’irritazione che ne consegue, superano un livello critico: a quel punto inizio a smaniare per il ritorno a scuola. Quest’anno pensavo di non farcela, pensavo che sarei arrivata al dodici di settembre con ancora quella voglia di restarmene a casa, sola e in pace che ho provato per più di metà dello scorso anno scolastico. Invece sono ufficialmente stufa. (Che poi, che c’entra il riscaldamento?)

Sono stufa di stare in casa senza nulla da fare o quasi. Sono stufa del fatto che il compito di riempire le mie mattinate tocchi alle ripetizioni di latino. Dover sentire mio fratello che ripassa nell’altra stanza mi irrita. Cenare in giardino ogni santa sera mi sta facendo impazzire, tra il buio (odio mangiare al buio) e le zanzare che hanno ormai raggiunto dimensioni e livelli di aggressività apocalittici. Ma la verità è che a distruggere definitivamente la mia pazienza per la fine delle vacanze è arrivato il ripasso di filosofia.

In estate, come devo aver già detto più volte, permetto al mio cervello di andare in stallo. Dal punto di vista meno strettamente intellettuale, si tratta di tirarsi al bordo dello stagno e di osservare ciò che succede in mezzo all’acqua. A un certo punto del mese di agosto, di solito, si combinano due fattori: io mi stanco di stare a guardare, e succede qualcosa che mi porta a buttarmi di nuovo. Quest’anno le cose sono andate in modo leggermente diverso, ma questo non interessa a nessuno (tranne alle persone cui interessa, evidentemente). Non ho un preciso motivo per riprendere ad agire, o meglio, l’ho ma non ho modo di farlo per motivi contingenti, quindi mi sto innervosendo. In ogni caso, dal punto di vista invece strettamente intellettuale quando sono in vacanza faccio ben poco. Distendo il cervello. Non assimilo quasi nulla e imparo poco. Faccio i compiti, e nient’altro (sì, ho fatto due versioni di greco in tutta l’estate e non me ne vergogno neanche troppo). Infatti le mie liste di letture estive fanno sempre una pessima fine. Solo che da metà agosto in poi arrivano le settimane di ripasso, per quanto blando, degli argomenti che non ho capito durante l’anno. E quest’anno, per mia fortuna, è toccato anche a filosofia.

Il guaio è che il programma di filosofia dell’anno passato per me tende ormai inesorabilmente a Kant. Kant che avevo colpevolmente dimenticato per due o tre mesi, tralasciando i miei ambiziosi progetti di attacco alla Critica della Ragion Pura, e che stava perdendo la sua influenza sul mio modo di pensare. Provvidenziali sono arrivate le dispense consegnate dal mio professore, che non avevo mai letto integralmente e che ho colto l’occasione per usare come alternativa al libro di testo, la cui esposizione è pietosamente schematica. Eccomi dunque nel bel mezzo del ripasso di Kant, a rendermi conto di alcune cose, ovvero che: punto primo, la sua filosofia è troppo vicina alle mie riflessioni personali (fatte le debite proporzioni!) perché io vi resti indifferente; punto secondo, una volta compreso Kant non riuscirò mai più a liberarmi del suo approccio alla realtà nel giudicare il pensiero di altri filosofi (sì, io giudico il pensiero dei filosofi, eccome); punto terzo, non lo capirò mai quanto vorrei, alla fine di un ragionamento rigorosissimo troverò sempre una conclusione apparentemente illogica e del tutto spiazzante; punto quarto, ogni volta che leggo anche solo un riassunto scolastico della sua filosofia mi sento illuminata. (Punto quinto, incidentalmente, se l’uso di che seguito dai due punti nella frase precedente vi infastidisce, ammetto che avete quasi certamente ragione e che non posso neppure scusarlo come discorso indiretto libero alla latina.) Mi sento completamente persa in un insopportabile filosofo settecentesco, insomma. E non vedo l’ora di poter tornare a scuola, dove avrò diritto di sentirmi persa di fronte a una molteplicità di argomenti nuovi.

Ho effettivamente la sensazione di non star tenendo conto di qualcosa di spiacevole. Qualcosa come ore e ore di studio giornaliero e montagne di stress da prestazione. Ma per ora mi permetto di non pensarci.

La notizia positiva è che sabato parto di nuovo (e per la cronaca non credo che scriverò altro fino al mio ritorno), per una settimana di stage universitario che si concluderà direttamente il giorno prima dell’inizio della scuola. Insomma, se, come dice il mio professore di greco, “una volta entrata in una prospettiva culturale non ho speranza di uscirne”, allora almeno avrò pane per i miei denti e un modo per sconfiggere la frustrazione che mi sta assalendo negli ultimi giorni. Ah, e poi, in caso qualcuno si stesse preoccupando per la mia salute mentale nel frattempo, vi assicuro che mi sto dedicando anche a occupazioni più leggere del vecchio di Königsberg.

PS Non è che io voglia sempre concludere con un brano musicale, è solo che per completezza mi sembrava necessario indicare che il titolo è preso da qui. E magari si capisce anche perché.

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