È bene tacere

September 27, 2011 § 2 Comments

Qualcuno ha forse notato la lunga pausa di silenzio (lunga almeno per i miei ritmi consueti) che è intercorsa tra l’ultimo post e quello che sto scrivendo ora. Dirò subito che l’interruzione non è dipesa dal rientro a scuola, che si sta dimostrando fin troppo leggero (prima o poi pagheremo questo insperato riposo), e in fondo neppure da alcune questioni personali che dovrò e devo tutt’ora affrontare (diciamo solo che a volte situazioni e persone tornano, e talvolta è un bene, talvolta è un pericolo). Il fatto è che in queste due settimane mi sono voluta chiedere se valesse la pena di fare quello che faccio, ovvero di scrivere.

Ho già accennato un paio di volte alla necessità della scrittura all’interno del mio modo di ragionare. Oserei quasi definirla strumento conoscitivo. Per questo motivo non ho mai pensato di non dover più scrivere per me stessa. Ma, in fondo, di quello che viene da me e torna a me senza passare per nessun altro non importa, giustamente, a nessuno. D’altra parte, ci sono alcuni casi in cui la scrittura diventa forma di comunicazione. Di nuovo, in questo momento non ha importanza quali altri casi vi siano al di là di questo blog. Che è per me uno spazio fondamentale di apertura verso l’esterno. Per carità, mediata quanto voglio e quanto chi mi legge vuole, ma consistente. Qualche mese fa, una persona che stimo molto, tanto più a livello culturale, mi ha fatto i complimenti perché, sostanzialmente, sono in grado di esprimere quello che penso. Di comunicare, questa è la parola chiave. Analizzare le mie relazioni con il mondo (le mie relazioni culturali con il mondo, perché ormai la prospettiva è inevitabilmente quella, etc.) e farne qualcosa, almeno a livello di conoscenza. Questo è quello che desidero fare. E desidero (o almeno desideravo quando ho iniziato) comunicare qualche frammento di quello che penso a un indefinito “resto dell’universo”, approfittandomi di quel grande spazio/strumento che è la rete e la scrittura sulla rete. Cosa meglio di un luogo in cui lasciare una traccia di me stessa in forma di riflessioni non troppo lunghe (ho già detto che un post contiene in media tante parole quante un tema di quattro colonne?) e aperte alla lettura e magari alla discussione di chiunque? Aprire un blog era l’idea perfetta, e portarlo avanti è stato estremamente soddisfacente.

E lo è ancora, sia chiaro. Questo non è un post di addio. Ho avuto solo bisogno di una pausa di riflessione, che dichiaro con oggi definitivamente conclusa.

Nelle due settimane trascorse dall’ultima cosa che ho scritto (o meglio, pubblicato) mi sono imposta di riflettere su cosa stessi facendo. O meglio, mi sono chiesta se davvero quella comunicazione che cerco sia possibile. Chiariamo, non pretendo molto. Non pretendo di spiegare me stessa e di essere capita (anzi, probabilmente la cosa mi preoccuperebbe). Però è un periodo di notevoli dubbi. Non sono più sicura di essere in grado di rivolgermi realmente a più di una manciata di persone. A causa di limiti tutti miei, sia chiaro. Non sono più sicura di una marea di cose, a dire il vero. Sarà la noia scolastica che mi assale sempre di più di giorno in giorno. Sarà il dubbio che, in fondo, in qualunque gruppo sociale (una classe, una scuola, una polis, uno stato?) si creino inevitabilmente delle dinamiche che considero altamente distruttive per gli individui e nel contempo immodificabili dagli individui stessi. Complicata descrizione di quello che potrei chiamare semplicemente “sentirsi in trappola”. Sarà, purtroppo, la mancanza di una (determinata) persona con cui discutere degli argomenti più disparati.

Insomma, mi sono sentita chiusa in una campana di vetro senz’aria, come la povera campanella protagonista dell’esperimento di fisica che abbiamo tentato oggi a scuola. Nel vuoto il suono non si trasmette, per quanto si voglia urlare. Però quando appendi una campanella elettrica a una campana a vuoto qualcosa vibra sempre. Esatto, la campana di vetro. Lo so che è un esempio confusissimo e difficile da spiegare. Il punto, però, che ho raggiunto più volte e in diversi modi in questi giorni è questo. Forse non è possibile comunicare davvero. Di certo non posso pretendere di dire o di far capire a un’altra persona esattamente cosa sto pensando. Il linguaggio, checché ne dica un certo Wilhelm von Humboldt, non è l’espressione immediata delle facoltà umane. E i nostri schemi mentali, checché ne dica un certo Kant, probabilmente non sono programmati in modo da farci comprendere (quasi) perfettamente l’un l’altro. L’altra fastidiosa certezza cui sono arrivata è che, almeno per quanto mi riguarda, non sono in grado di esprimere la felicità. O l’affetto. O quella cosa che non ha un nome, perché se l’avesse potrei tentare di dire cos’è, che si prova in un certo indefinibile momento di serenità. Non trovo le parole e non trovo i gesti, in nessuna lingua. Ma da quando questo significa che dovrei smettere di tentare?

D’accordo, la vibrazione trasmessa dalla campana di vetro e quella dell’aria sono quantitativamente molto diverse. Ma sono entrambe apprezzabili, udibili, analizzabili. Sono entrambe descrivibili come onde. Esistono entrambe. Di ciò di cui non si può parlare è bene tacere. Mi perdoni chi ha capito Wittgenstein, cosa che io non rivendico di certo, ma la frase mi è utile. Già, ma non pretendiamo di definire di cosa non si possa parlare. Almeno finché non ci siamo scontrati in pieno contro l’ineffabile, abbiamo tentato di girarci intorno e ci siamo accorti che davvero non si può arrivare dove vogliamo. In fondo, non ci vuole forse una vita di tentativi per capire cosa può essere espresso e cosa no? No, in effetti non basta neppure quello.

Mi avvio a concludere questo ennesimo scritto sconclusionato. A dire il vero, io ammiro chi è in grado di chiudersi in se stesso e tagliare i rapporti col mondo finché non ha risolto ciò che, dentro di lui, gli impedisce di comunicare. Io non ci riesco. Io senza rapportarmi con il mondo non sono in grado di ottenere proprio nulla da me stessa. E questo tanto necessario rapporto è fatto di portare all’interno ciò che è fuori ma anche all’esterno ciò che è dentro. E pazienza se la risonanza è imperfetta.

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§ 2 Responses to È bene tacere

  • Io penso che la scrittura sia per sua stessa natura una forma di comunicazione. Nel momento prendiamo la penna (o ci sediamo alla tastiera) e impostiamo i nostri pensieri in un riflessione (o una poesia, un racconto), non possiamo non presupporre un destinatario. Altrimenti li lasceremmo nel campo fluido e confuso della nostra mente, o butteremmo giù qualche appunto sparso.
    Che poi uno scritto possa non comunicare in alcun modo con chi legge è un altro discorso; ma sono convinta che scriviamo sempre per qualcuno -anche un qualcuno astratto, o immaginario, o anche per i noi stessi che tra vent’anni rileggeranno la pagina.
    la sensazione di non riuuscire a esprimersi, quando le cose da dire ci sono (e mi sembra proprio che questo sia il tuo caso) molte volte nasce dalla consapevolezza di non avere strumenti adeguati… parlo in base alla mia esperienza, poi non so. E gli strumenti si affinano col tempo, con gli esperimenti.
    Ecco, ho appena finito di scrivere che ho già cambiato idea. Mi è venuto in mente che a volte scriviamo solo per districare la confusione che abbiamo in testa, per trovare un ordine che sia comprensibile a noi, indipendentemente dagli altri.
    Vabbe’, scusa per il tono un po’ sentenzioso di questo commento che si rigira su se stesso senza riuscire a esprimere un risposta. Diciamo che anche nella forma siamo in tema con l’argomento del post, e che anche questo a suo modo è un esperimento.

    • Non so. Per me scrivere, o meglio il linguaggio in generale (ma evidentemente la parola scritta è più efficace per i miei scopi), significa mettere ordine, creare gerarchie, organizzare e dare forma a quello che sto pensando. La frase precedente è un ottimo esempio di come spesso cercare la parola giusta aiuti a definire una cosa, e di come ci voglia più di un tentativo. La mia difficoltà deriva proprio dal non sentirmi in grado di definire ovvero esprimere quello che penso, dalla sensazione che ogni definizione sia da scartare per una più precisa, per un livello più profondo. Tra l’altro, non è quello che ho scritto nel post, perché in quel momento non sapevo ancora di pensarla in questi termini (vedi dov’è il problema?).
      Poi c’è il problema della comunicazione, ma a quello per il momento ho rinunciato. Temo sia davvero inevitabile che nessuno ascoltandoti capirà esattamente quello che intendevi dire. Tutti filtriamo i messaggi che ci vengono dall’esterno, per dar loro un senso che ci corrisponda. Però in fondo questo non è necessariamente un male, forse fa solo parte dell’inevitabile e produttiva varietà del mondo.
      Insomma, da una parte non sempre le cose ci sono, se ci sono non sempre si riescono a scrivere, se si scrivono non sempre vengono comprese. Sembro una versione meno categorica di Gorgia.

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