Diecimila cucchiai

October 4, 2011 § Leave a comment

La parola che mi descrive meglio in questo periodo è insoddisfatta. Ho impiegato un po’ a trovare l’espressione giusta, lo ammetto. Sono dovuta passare per frustrata, irritata, infastidita, annoiata, delusa. Tutte definizioni imprecise. Sottolineo questo perché mi aiuta a spiegare esattamente cosa intendo per insoddisfatta: intendo lo stato d’animo di una persona (me) che ha la continua e fastidiosa sensazione di essere a un passo dal raggiungere ciò che vuole (o che le serve, a scelta) e nel contempo di continuare a non riuscirci. Forse anche perché non ho la più pallida idea di ciò che voglio. Eppure lo sento che è lì, nel maledetto punto cieco del mio campo visivo, dove dovrei voltarmi a cercarlo, ma ogni volta che ruoto la testa non trovo nulla di soddisfacente. (Appunto.) O forse ho solo un gran torcicollo e non riesco a muovermi abbastanza.

Sono insoddisfatta della mia incapacità di imparare quello che dovrei imparare. O di aver imparato ciò che avrei dovuto imparare. Lo so che ormai non c’è rimedio, ma fatico a scuotermi di dosso la sensazione di avere, nell’arco di (almeno) quattro anni, gettato via – no, non gettato, lasciato da parte, come se non dovessero interessarmi – innumerevoli cose che avrei invece dovuto assimilare, ricordare, su cui avrei dovuto riflettere. Ho il timore che di tutte queste cose mi verrà a breve (relativamente) chiesto conto, e non è solo l’idea che dovrò passare un esame di maturità (o una ben più temibile prova di ammissione universitaria). Il pensiero che non sia più possibile recuperare tutto ciò che vorrei recuperare (ma cosa, poi? Sant’Agostino? Il quinto libro dell’Eneide? Le opere filosofiche di Cicerone? Un frammento erotico ellenistico? Lo spirito di tutto quello che avrei dovuto sentire come mio e che invece ho lasciato da parte credendo, in fondo, che avrei potuto recuperarlo più tardi? Bene, adesso è tardi!), quest’idea mi innervosisce indegnamente. O forse, semplicemente, mi sembra di aver perso, lì da qualche parte, una risposta. O più di una.

Sono insoddisfatta dal non riuscire a trovare una risposta alle domande che mi sto ponendo. Probabilmente non mi sto ponendo la domanda giusta. Sono quasi sicura che questa sia una citazione da qualche fonte indegna che non ricordo e che mi vergognerei di menzionare se me la ricordassi, o magari da un film Disney.

Sono insoddisfatta, insoddisfattissima da Fichte. Fichte che parte da un presupposto totalmente campato per aria e indimostrabile e autoreferenziale (un Io infinito e creatore, nientemeno), e ci costruisce tutta una filosofia, salvo poi saltarsene fuori a dire improvvisamente che in effetti sì, il suo presupposto di fondo è valido tanto quanto il presupposto contrario, che dipende soltanto dall’individuo scegliere a quale filosofia aderire, se al suo idealismo o al caro vecchio realismo. Scrive che una volta scelto un punto di partenza le due filosofie sono inconciliabili, che anche se dicono le stesse cose sicuramente le intendono in modo diverso e che nessuna delle due può confutare l’altra. Ecco, questa è una delle cose più incredibili che abbia mai sentito da un filosofo. Ed è qualcosa di molto simile al punto di partenza di tutte le mie riflessioni pseudofilosofiche. E poi Fichte costruisce una filosofia del dovere, fondata sull’etica: una filosofia per la quale l’unico senso dell’esistenza è l’azione, e l’azione morale in particolare, l’opposizione (dialettica) tra l’Io e la realtà, in cui non è possibile raggiungere la perfezione, perché raggiungerla significherebbe la fine dello sforzo e dunque la fine della vita, ma bisogna sempre tendervi. Questo è il fondamento della mia personale etica, ovvero dell’insieme di princípi sui quali cerco di basare le mie scelte. Ritrovarlo in un filosofo è folgorante, eppure Fichte non è il mio filosofo. E non solo perché è un romantico antipatico nazionalista e propenso alle crisi d’identità metafisico-religiose. Forse, e sottolineo forse, sono arrivata al punto in cui la mia etica non mi basta più, e non so esattamente per quale motivo.

È come avere diecimila cucchiai quando tutto ciò che ti serve è un coltello. Ovvero, “sì, grazie, siete molto carini, utilissimi senza dubbio, tutti diversi, ma io voglio fare qualcos’altro”. E per farlo ho bisogno di qualcos’altro, di diverso. Devo solo definire cosa.

Fortunatamente, non esiste solo l’insoddisfazione a questo mondo e nella mia mente. Ho letto due commedie di Menandro (Δύσκολος ed Ἔπιτρέποντες, nel caso a qualcuno interessi), che ho trovato noiose, nient’affatto divertenti, scritte in un greco sorprendentemente familiare e prevedibile (e in fondo bellissimo, nel suo genere) e capaci di mostrare in modo sorprendentemente semplice alcuni caratteri dell’umanità. Sto leggendo un saggio di Baricco (solo perché mi è stato assegnato, ci tengo a specificare) su cui sicuramente scriverò qualcosa non appena l’avrò finito. Non vedo l’ora di iniziare I Greci e l’Irrazionale. Sto pensando di scrivere un post sul mio nuovo professore di educazione fisica, nientemeno. Devo riflettere sul perché mi interessi tanto l’opinione delle persone che mi circondano. Sto allacciando e riallacciando rapporti estremamente piacevoli con una parte di queste. Ho una gran voglia di fare, commentare, pensare. E soprattutto di scrivere, non solo di me stessa, ma di ciò che entra in contatto con me ogni giorno. Forse, in fondo, questo è il lato positivo dell’insoddisfazione. Spero solo che l’altro grande nemico, il tempo, sia clemente.

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