Secondo prologo

December 16, 2011 § Leave a comment

Esistono episodi che si ricordano lucidamente a distanza di tempo. E io amo celebrare gli anniversari. Anche se questo, a voler essere precisi, è un mezzo anniversario, perché l’avvenimento che ricordo è accaduto esattamente cinquantadue settimane ovvero trecentosessantaquattro giorni fa, in un venerdì particolarmente nevoso di dicembre. O forse mi sto sbagliando ed era un altro venerdì particolarmente nevoso, ma no, sono sicura di no. In ogni caso, quella con la memoria migliore sono io.

E poi non ho neppure intenzione di celebrare questo quasi-anniversario, in realtà. Non ricordo esattamente cosa io abbia fatto il 17 dicembre di un anno fa, né mi interessa. Ricordo invece una frase che mi è stata detta, e se la ricordo è perché ci ho pensato più e più volte nell’arco di questo non-ancora-anno.

Nessuno ti fermerà.”

Ora, non ha importanza chi l’abbia pronunciata (o invece sì, ma non lo dirò), e non ha neppure troppa importanza come io l’abbia interpretata al momento (diciamo, molto male). Questa frase, ora, è il mio secondo prologo. Innanzitutto perché è vera, e in secondo luogo perché è indiscutibilmente falsa.

In un anno di riflessione credo di aver capito qualcosa (oh sì, me ne resta di strada da fare, ne sono consapevole). La volontà individuale è libera, anche se deve far fronte a tutti i condizionamenti di questo mondo. Nessuno ti impedirà di volere ciò che vuoi, anche se molte cose possono impedirti di realizzarlo. Nessuno mi impedisce di decidere chi desidero essere, e neppure di decidere che desidero non essere. La libera scelta è il fondamento della morale, e come dice un triste filosofo danese che sto decidendo se apprezzare o meno ogni possibilità è fondamentalmente negativa. Nessuno ti fermerà, e questo è tremendamente angosciante. Nessuno può decidere per te, e nessuno può impedirti di scegliere il nulla. Di qualunque nulla si tratti: la negazione dell’esistenza, della morale, della realtà dei rapporti umani (il nulla metafisico no, ho dei seri problemi a farlo entrare in un discorso coerente). L’abisso della possibilità è spaventoso. Meglio non scegliere, ma non scegliere, naturalmente, è una scelta. Forse la più decisiva di tutte. Nessuno ti fermerà, quindi meglio fermarsi da soli. Restare immobili, scomparire, smettere di affermare. Non è assolutamente evidente?

No.

Che è una delle mie parole chiave da parecchio tempo.

Apprezzo Fichte, in tutta la sua coerente assurdità, per alcune affermazioni. Una di queste riguarda proprio la morale e le ragioni della scelta (almeno nella mia interpretazione indifendibile e personale). Per Fichte, la morale è il fondamento dell’esistenza. L’Io esiste in (grazia di) uno sforzo continuo per modificare la realtà. Ma perché la morale? Perché dovrei scegliere, perché dovrei sforzarmi?

L’uomo ha la missione di vivere in società; egli deve vivere in società; se viene isolato, non è un uomo intero e completo, anzi contraddice a se stesso.

Ora, io nella società fatico a credere. A essere sinceri, fatico a gestire qualunque rapporto sociale che coinvolga più di cinque persone alla volta. Ma una (altra) cosa l’ho imparata. La mia volontà dipende soltanto da me stessa, ma le sue ragioni sono sempre altre. Alienae, in un senso buono della parola che Seneca neppure s’immaginava. Ciò che proviene da me è angosciante e spaventoso e mi porta a risolvermi nell’immobilità e nel silenzio. Ammesso questo, ciò che proviene dagli altri non lo è, o almeno può non esserlo. Nessuno, da fuori, può fermarmi. Alcune persone – poche, perché sono fondamentalmente solitaria e fredda, ammettiamolo – possono impedirmi di fermarmi. Ho l’immensa fortuna (un tempo ho detto miracolo, ed è imbarazzante ma in fondo non ho mai smesso di crederlo) di conoscere persone capaci di dare un motivo alle mie scelte. Un motivo al mio sforzo quotidiano.

Mi è stato appena insegnato che persino la rabbia, quella cosa orribile che ho sempre cercato di reprimere a ogni costo, può avere un senso e contribuire a modificare il mondo. A costruire. Voglio solo ribadire, ancora un volta, che questa rabbia non è mia, che il motivo più profondo di questa azione forse è in me ma non arriverebbe in superficie senza altri. Non sono sapiens. Non ho particolare desiderio di rimediare.

Adesso, nessuno mi fermerà.

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