Scrivere un post la vigilia di Natale è troppo mainstream

December 26, 2011 § 1 Comment

(quindi io ne scriverò uno per Santo Stefano.)

Diciamolo chiaramente: non ho nessun motivo per festeggiare il Natale. Sono atea-o-agnostica-come-vi-sembra-più-adeguato, così come i miei genitori, detesto qualunque festività la cui più immediata conseguenza sia la diffusione di antiestetiche decorazioni (no, davvero, le avete viste le palle incongrue che decorano il centro di Bergamo da settimane?) e il sovraffollamento delle librerie; quanto allo spirito natalizio e alla vicinanza di chi ci è più caro, ogni anno mi trovo a passare le feste insieme con una famiglia con cui non condivido fondamentalmente nulla più di mezzo codice genetico e un vago e doveroso affetto. Con ciò, non odio il Natale. Mi è semplicemente indifferente. Le luminarie non si notano se guardi in basso, la Feltrinelli ha fatto un minimo di sconti nelle prime settimane di dicembre, e il pranzo di Natale con i nonni non è diverso dal pranzo di metà ottobre con i nonni, o da quello di primavera, o da quello estivo se non riesco a scamparlo. Insomma, mi accorgo che è quasi Natale quando ci si scambiano i regali l’ultimo giorno di scuola, per poi dimenticarmene di nuovo per un paio di giorni.

Ecco, lo ammetto: per me Natale significa soprattutto regali. Oh, che mentalità consumistica e corrotta. Sì, forse un pochino. In effetti io adoro i regali. Farne e riceverne, più o meno ugualmente. Mi limito a dire che la penso così perché anche il regalo, così come il biscotto, è a modo suo simbolo di una relazione. Ogni tanto ho bisogno anche di qualche segno tangibile che qualcuno ha pensato a me. Low self-esteem is low. E poi adoro fare contento qualcuno, anche in modo banale e momentaneo. Non c’è dubbio che sia un atteggiamento estremamente egoista, ma pazienza. Lo scambio dei regali è un momento che amo far durare (non ti offendi se te lo do dopo Capodanno? Ma figurati!), prolungare di giorno in giorno, possibilmente mentre le vacanze natalizie (che odio davvero, quelle sì) si trascinano, troppo lunghe per non essere noiose e troppo brevi per riuscire a fare con calma tutto ciò che si dovrebbe. Naturalmente vale lo stesso per i regali di compleanno – quanto sono contenta di essere nata a metà dell’anno solare –, con in più la questione degli auguri (quant’è bello ricordarsi i compleanni, e che qualcuno si ricordi il tuo, possibilmente senza l’insopportabile aiuto di Facebook).

Finita la premessa (e dovrei iniziare a chiedermi perché le mie premesse occupino sempre mezzo post), questo Natale ho ricevuto un regalo da uno sconosciuto. È andata così: mio padre mi ha regalato un’edizione di Manuzio (non parliamo dell’enormità di questo fatto, ma ci tengo a precisare che è un trattatello poco noto e mi auguro di poco valore, e che no, non sono abituata a ricevere cinquecentine per Natale), acquistata da un uomo che a quanto pare stava vendendo la sua biblioteca personale; quest’uomo, dopo aver chiesto a chi fosse destinato il libro, ha deciso che avrei dovuto senz’ombra di dubbio leggere anche Il profeta di Gibran, e l’ha aggiunto come regalo. Posto che l’edizione col testo a fronte in inglese non è male, ma che Gibran è davvero l’ultimo autore al mondo che penso possa piacermi, il fatto, per quanto probabilmente banale, mi ha toccata. Non tanto perché “uno sconosciuto mi ha fatto un regalo”, quanto perché mi intenerisce pensare a una persona che vende parte dei propri libri e decide in questo modo di creare un legame con un’altra persona a caso. Non avrei pensato la stessa cosa se non fossero stati libri, è chiaro. I libri veicolano significati particolari. Ma, in fondo, io avrei fatto lo stesso. Anzi, spero di poterlo fare. Per un certo periodo di quest’anno ho anche scritto e tenuto aggiornato un testamento, in cui tra le altre cose erano indicati espressamente quali libri della mia biblioteca personale (oh come suona bene!) dovessero essere lasciati a quali delle persone che conosco in caso di mia morte. Insomma, una cosa tra il megalomane e il macabro.

Sinceramente non so se leggerò Il profeta, né se mi piacerà o se me ne importerà qualcosa. Però apprezzo l’idea di una connessione con uno sconosciuto, e di essere la persona a caso di questo sconosciuto. Chissà, magari mi metterò anch’io a lasciare libri sulle panchine in regalo a chi passa, è una cosa che ho pensato di fare più volte. O magari fogli con delle frasi. Anche se, a pensarci bene, a chi vuoi che importi di una mia frase? Meglio i libri.

Nel frattempo, con questo post mi è venuta un’idea. Da un po’ di tempo (cioè prima della pausa nella scrittura) stavo meditando di inserire una sorta di rubrica, con un tema ricorrente, in questo blog. Molti dei blogger che seguo lo fanno, e lo trovo divertente da leggere. L’idea, a questo punto, sarebbe di scrivere un post alla settimana (circostanze permettendo) su un avvenimento che mi abbia fatto sentire una connessione particolare (o l’assenza di una connessione) con un estraneo qualsiasi. Un random stranger moment (sì, l’ho appena inventato e non sono sicura che mi piaccia). Dovrebbe servire anche a farmi guardare un po’ fuori da me stessa. Questo post ha dunque l’intenzione di diventare il primo di una serie. Se qualcuno volesse dirmi cosa ne pensa ne sarei particolarmente felice.

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