Ebbene sì, sono buoni propositi.

January 1, 2012 § 1 Comment

Di solito si dice che la possibilità è leggera perché s’intende come possibilità di felicità, di fortuna ecc. Ma questa non è affatto la possibilità; questa è un’invenzione fallace che gli uomini nella loro corruzione imbellettano per avere un pretesto di lamentarsi della vita e della provvidenza e per avere un’occasione di farsi importanti ai propri occhi. No, nella possibilità tutto è ugualmente possibile e chi fu realmente educato mediante la possibilità ha compreso tanto il lato terribile quanto quello piacevole di essa. Quando si esce dalla sua scuola si sa meglio di come un bambino sa le sue lettere che dalla vita non si può pretendere nulla e che il lato terribile, la perdizione, l’annientamento abitano a porta a porta con ciascuno di noi; e quando si è appreso a fondo che ciascuna delle angosce che noi temiamo può piombare su di noi da un’istante all’altro, siamo costretti a dare alla realtà un’altra spiegazione: siamo costretti a lodare la realtà anche quando essa gravi su di noi con mano pesante e a ricordarci che essa è di gran lunga più facile che non la possibilità.”

Penso che il signor Søren si presti a sufficienza e volentieri a chiarire perché Capodanno non è esattamente il mio giorno preferito. Senza contare le mie piccole idiosincrasie riguardo agli anniversari. Eppure mi è sembrata un’occasione troppo ghiotta per mancarla. Adoro scrivere liste ed elenchi, soprattutto quando mi riguardano, e come sfuggire ai buoni propositi? Però mi sento banale (mainstream is the word), quindi troverò una mediazione. Anziché fare un elenco, mi limiterò a mettere per iscritto alcune cose.

Ho un paio di buoni propositi a breve termine. Riorganizzare la mia collezione di fumetti, che era stata allestita ormai tre anni fa senza prevedere che si espandesse così tanto. Cambiare distribuzione di Linux, perché Ubuntu 11.10 ha avuto la sua possibilità e l’ha sprecata (davvero, è un bug unico, persino un’imbranata come me se ne accorge quotidianamente, e non ho voglia di aspettare altri quattro mesi per un release peggiore). Decidere cosa fare dei miei capelli. Seriamente. Per chi non lo sapesse (e in effetti non credo di averne mai parlato, qui dentro), ho iniziato a tingerli di blu quasi esattamente un anno fa, e non ho più smesso. Sono splendidi, modestamente (soprattutto da quando ho deciso di iniziare anche a tagliarli), ma sono un tormento. Il colore va rifatto ogni due settimane e cambia sfumatura di giorno in giorno, la decolorazione ogni due, tre mesi al massimo, con i costi del caso e con grande gioia dei miei capelli, che per ora reggono bene ma potrebbero decidere di cedere in qualsiasi momento. Forse dopo un anno sarebbe il caso di smettere. Ma da un lato avrei voluto arrivare almeno alla maturità in queste condizioni (è divertente, è divertente), dall’altro non sono sicura di essere pronta a tornare a un normale castano. Già. È infantile, vero? Solo che tingere i capelli di un colore tanto assurdo (e che mi rappresenta tanto bene, certo) in quel preciso momento della mia vita (avrei solo dovuto farlo qualche mese prima) aveva un significato. La persona che ha dato segno di averlo capito in modo più chiaro è stata la mia professoressa di arte, ovvero l’ultima persona al mondo (più o meno) da cui mi aspettassi comprensione. L’insegnante da cui me l’aspettavo di più, invece, l’ha inteso come un segno di ribellione. Lo era, ma era soprattutto un gesto di definizione di un’identità. Un’identità nuova, ancora tutta da costruire e che non ho ad oggi affatto finito di formare. Motivo per cui vorrei tenere i miei capelli. Ma ho anche voglia di cambiare, mi sto annoiando, sono preoccupata per la loro salute, e non ultimo so che più vado avanti così più sarà difficile tornare indietro. Non posso tenerli così per tutta la vita, vero? Vedo già il blu come il mio colore naturale. Ho bisogno di fare qualcosa con i miei capelli che costituisca, a suo modo, un gesto di rottura altrettanto forte. Rosso fuoco, anyone? Tanto, si sa che i miei colori sono quelli di Mystica.

Il vero buon proposito, invece, è un altro. Quest’anno devo trovare tempo per me. E non per rilassarmi o per non far nulla, questo lo faccio già abbastanza. Devo riservarmi tempo per fare ciò che mi appaga, non quello che mi allontana da me stessa. “Per me” nel senso più rigido del termine. Anche perché un po’ di contatto con me stessa, per quanto non sia questa la strada che desidero percorrere (lo so, non è chiaro, quando mi sarà chiaro forse lo spiegherò), mi è necessario. Quindi più letture, anche più studio, ma di quello che voglio, più contatto umano e meno tempo perso. Ho bisogno soprattutto della forza di volontà per farlo, per convincermi che la concentrazione, per quanto spiacevole, alla lunga è più soddisfacente dell’oblio di sé. E poi, magari in questo modo mi odierò un po’ meno. Come dice una vecchia conoscenza letteraria (stavo per scrivere “amico” ma ormai non siamo più in questi rapporti), non è che ho poco tempo, è che ne perdo tanto.

Curioso che dopo due anni e mezzo di Divina Commedia la cosa che ricordo di più sia l’associazione istintiva tra “perso” e “rosso sanguigno, praticamente nero”. Il grigio renderebbe meglio l’idea, ma d’altronde il grigio è il mio colore, quindi non va bene.

Curioso anche che metà di questo post abbia finito per parlare dei miei capelli.

Mi rimane anche un dubbio fondamentale: la lettura corretta di 2012 è twenty-twelve o two-thousand-and-twelve? Chissà. Siamo comunque negli anni dieci, che cosa buffa.

Concludo con un pensiero propiziatorio (with many thanks as usual).

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