Open.

January 15, 2012 § 10 Comments

Citazione del giorno: “e mi chiedo se tutto ciò possa diventare anche qualcosa di me.”
[J. W. Goethe, Massime e Riflessioni]

Circa un mese fa ho deciso di riprendere a scrivere su questo blog pensando a un post sull’open day del mio liceo, che sarebbe stato la domenica successiva. Non l’ho scritto, per ragioni di tempo e perché non ero particolarmente convinta di esserne convinta. Ieri ho partecipato al secondo open day, ed eccomi qui.

L’open day è un momento dell’anno cui non voglio mai mancare. Partecipo perché mi dà soddisfazione parlare di “cosa sia il greco” (ambizione!) ai ragazzini di terza media. Perché mi affascina vedere come reagiscono e perché la vedo come una prova delle mie capacità. Voglio fare l’insegnante, e qualsiasi occasione per stare dietro una cattedra e tentare di trasmettere qualcosa su un argomento a degli alunni non mi deve sfuggire. E poi, io amo la mia scuola. Intesa, ormai, come il liceo classico in generale, e non come quell’edificio che, in fondo, è uguale a tutti gli altri, solo con un’aura di superiorità che non gli si addice gran che, e che in parte gli viene soltanto attribuita. Ma parlare del mio liceo sarebbe troppo lungo. L’open day, nella vita della scuola, è un momento a parte.

Durante l’open day, la comunicazione si svolge lungo una strettissima linea di confine tra il nostro mondo, quello interno a una scuola dove espressioni come “analisi microsintattica” o “forma flessa” sono perfettamente comprensibili (o almeno dovrebbero esserlo, diciamo), e il mondo di un ragazzino di terza media che non si è mai posto domande di questo tipo riguardo alla sua lingua, che non ha mai messo in discussione il proprio metodo di studio, che insomma conserva una curiosità intatta della quale chiede soddisfazione. Anche perché dalla direzione in cui questa curiosità andrà a svilupparsi dipende il suo corso di studi futuro. L’open day è un giorno di equilibrismi, linguistici e contenutistici; è il giorno in cui ho coscienza di ciò che non dico.

Ieri ho parlato di come qualsiasi argomento, anche il più noioso, quando è stato approfondito a lungo diventi interessante. Ho parlato di come si possa arrivare dopo giorni di studio a quel breve momento di illuminazione in cui ti sembra che quello che hai studiato fino ad allora sia riuscito finalmente ad entrarti dentro. Ho ammesso che i giorni in cui non vuoi più fare nulla per la stanchezza ci sono, e non sono pochi. Non ho detto come a volte sembri che non ci sia altro stato d’animo possibile. Ho parlato del fatto che talvolta capiti di credersi preparati e di prendere sonore batoste. Non ho specificato che a me non è mai successo. Non ho descritto il senso di inadeguatezza che nonostante ciò sa possedermi, la voce che ripete, “non è abbastanza, puoi fare di più, sei mediocre, mediocre, mediocre!”. Non ne ho parlato perché tento di ricordarmi cosa sia mio e cosa possa essere comune. Non desidero che il mio modo di vivere le cose entri in gioco nel momento in cui altri devono decidere della loro vita, dei loro studi. Ieri pomeriggio, per una volta, non ero io il problema.

Ho detto che amo il greco. Non ho parlato di cosa significhi per me il solo fatto di capire qualcosa, qualunque cosa, e soprattutto una frase, un brano, un’idea. Del momento in cui il pensiero di un autore entra in contatto con il tuo e ti convinci che insomma, alla fine il fraintendimento è accettabile, tradurre-tradire è un’azione legittima, se il risultato è questa scintilla di comunicazione. Di come tutto questo mi ricordi che “di ciò che non può essere detto io scelgo di parlare per approssimazione”. Non ne ho parlato perché so che non sarei stata capita, e di nuovo è giusto così, perché alla curiosità intatta va lasciata la possibilità piena dell’esperienza.

Non ho lasciato trasparire quanto mi senta ridicola nel pensare certe cose, e come talvolta mi senta ridicola e basta, e allora sia bene tacere davvero.

Ho avvertito qualche ragazzina di come si possano incontrare insegnanti che diventano modelli e maestri e di come questo sia bilanciato come sempre da un notevole numero di delusioni. Non ho parlato di come ci si sente quando un modello diventa una delusione. Non ne ho parlato perché in fondo non è questo che importa. Non ho ammesso quanto importante sia davvero stato il ruolo di alcuni insegnanti nella mia vita, perché solo scegliere le parole giuste mi avrebbe messo in imbarazzo.

Alcune cose non le ho dette affatto, perché non sono fatte per essere dette. Non ho spiegato per quale motivo mi capiti di pensare che il bacio sulle labbra sia ormai l’ultimo modo efficace che mi resta per esprimere i miei sentimenti nei confronti di alcune persone. Di come mi possa capitare di guardare la mia porzione di mondo e pensare che sì, io sono qui, loro sono qui, e spero che una parte di me possa restare nelle persone che mi circondano e che una parte di loro possa essere accolta in me. Non ho ammesso che questo per me è l’unico miracolo. Non ho indicato per nome gli esseri umani che dovrei ringraziare ogni giorno, né davanti ai ragazzini di terza media né davanti ai diretti interessati. Perché, in fondo, c’è il rischio che tutto questo sembri pura retorica, e se così è, davvero, bisogna tacere.

O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

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§ 10 Responses to Open.

  • Ti ringrazio per aver riassunto ciò che non mi è stato possibile ascoltare quel giorno, e quel che comunque non avresti detto.

    In realtà mi interessava molto, ma non l’ho dato a vedere, o sbaglio?
    Mi rendo conto di essere più perspicace di quanto pensassi, e mi accorgo pure che tu lo sei ancora di più.

    Per quanto riguarda le citazioni, beh, colgo al volo dal post:
    “Meglio tacere”.

    PS: Ti prego, non sentirti mai ridicola. Per favore.

    • Decisamente io dovrei tacere più spesso. Contrariamente a quanto tutti credono, devo pensare di più. E poi, il racconto di un discorso è sempre migliore del discorso stesso, non credi?
      Immagino tu sappia riconoscere le mie domande provocatorie, ormai.

      Comunque, forse sapevo che ti sarebbe interessato molto, di certo ho preferito non saperlo.

      PS Chissà se ci riferiamo alla stessa cosa, ma sì, è decisamente meglio.

  • L’avrei volentieri scritto tutto in inglese, ma viste le frequentazioni del tuo blog, preferisco evitare brutte figure.

  • Fiona says:

    Acciderbolina. Nella mia esperienza personale, open day ha significato: tour panoramici di atri polverosi, volantini con il piano orario, docenti assonnati che cercano di vendersi prendendo banalità a caso e spacciandole per caratteristiche distintive del loro liceo (“in questa scuola il voto giudica la prova, mai lo studente”; “in questa scuola si usa il computer per fare ricerche di letteratura”).
    Gli studenti al massimo davano delucidazioni sui permessi di uscita anticipata. Provo a immaginarmi, in un contesto del genere, qualcuno che parla con una passione come la tua (anche al netto di quello che non hai detto): una piacevole nota fuori posto. Forse ce ne sarebbe più bisogno. O forse no, si rischia di illudere i tredicenni.

    • C’è stato anche questo, naturalmente, o qualcosa di molto simile (vogliamo parlare della lavagna interattiva o come si chiama? no, non ne vogliamo parlare). E anche i volantini col quadro orario (che io peraltro neanche ricordavo) si sono sprecati.
      Io ci ho provato. Non credo di aver illuso nessuno (“ma da quello che dici sembra che non si studi poi così tanto” “quale parte di ‘almeno cinque ore al giorno’ non ti è chiara?”), ma almeno non ho dovuto fare esercizio di ipocrisia.

  • Cleo says:

    “Ho parlato del fatto che talvolta capiti di credersi preparati e di prendere sonore batoste. Non ho specificato che a me non è mai successo. Non ho descritto il senso di inadeguatezza che nonostante ciò sa possedermi, la voce che ripete, “non è abbastanza, puoi fare di più, sei mediocre, mediocre, mediocre!” “. Non avrei saputo dirlo meglio (e questo vale per molte delle cose che hai scritto): anzi, meno batoste prendi e più ti senti fragile, per quanto la cosa sembri paradossale a chi di batoste ne ha prese tante. Purtroppo mi imbatto in questo post con, vediamo, un anno e mezzo di ritardo. Credo di essere fuori tempo massimo. Chissà dove sei ora: anzi lo so, sei in un posto in cui si scrivono solo post su Giocasta e Creonte! Ma tutta la filologia del mondo e tutte le traduzioni dal greco al latino, dal latino al greco, dal cinese al sanscrito e chi più ne ha più ne metta non valgono l’ultimo paragrafo di questo post. Che dici?

    • Sono contenta che tu ti sia ritrovata (incidentalmente, assumo il tuo genere dal tuo nickname, ma se mi sbagliassi ti chiedo scusa e di dirmi quale pronome preferisci) in quello che ho scritto, un po’ meno dell’impressione che in questo posto “si scrivano solo post su Giocasta e Creonte”. In concreto è vero, ho pubblicato (quasi) solo questo da quando sono qui, ma la mia esistenza non si è ridotta a sole traduzioni (anche se talvolta il rischio c’è). Intanto mi spingi a pensare e a rimettermi a scrivere qualcosa di diverso, anche se ho un debito nei confronti di Antigone che in questo periodo mi blocca.

      PS Non sono io a dover valutare quanto valga l’ultimo paragrafo di questo post, posso solo dire che qualunque cosa io scriva e abbia risonanza in qualcun altro ha un valore altissimo per me, anche se fosse una traduzione.

  • Cleo says:

    Grazie della bella risposta. Chi scrive post come quello che ho commentato è sicuramente in grado di mettere “cuore” e “anima” oltre che “cervello” (tanto per fare un po’ di retorica) anche in una traduzione. Non volevo giudicare, ma soltanto dire che in me creano maggiore risonanza riflessioni di carattere, per così dire, esistenziale. Dal mio commento trapelava forse anche una qualche insofferenza per certi ambienti che ho conosciuto e che ho trovato molto stimolanti dal punto di vista intellettuale ma alla lunga (o forse anche alla breve) piuttosto deludenti dal punto di vista umano. Ma proabilmente non è il tuo caso. Grazie anche per gli scrupoli sul “gender”: il femminile è giusto, ma non ho potuto fare a meno di pensare che utilizzo talvolta questo nick da quando ho letto “La casa del sonno” di J. Coe, dove “Cleo” è il nome che un transessuale maschio assume dopo essere diventato donna. è stata la tua precisazione a farmelo tornare in mente.

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