Disenchanted lullabies

January 22, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Black Kids, I’m not gonna teach your boyfriend. Anche se sembra una contraddizione, perché il post parla di questa:

Avvertenza numero uno per coloro cui non piace il genere: non ascoltatela. O non sperate che vi piaccia. Non brilla per varietà melodica. Leggete almeno il testo, se vi interessa. Oppure continuate a leggere qui e capirete lo stesso.

Avvertenza numero due per tutti: questo post potrebbe essere più autoreferenziale del solito. E sapete che significa proprio tanto.

Ci sono diversi motivi per cui questa canzone (insieme a un paio di altre dello stesso gruppo) è uno dei miei inni. Laddove per “inno” intendo un brano che userei per affermare la mia identità: quindi non del tutto sincero, perché una descrizione di sé non lo è mai, ma abbastanza vicino alla realtà. O a una parte della realtà. O a quello che voglio vedere della realtà. In un determinato momento. Non fatemi cominciare su questa linea o non finisco più. Comunque, ci sono diversi motivi per cui questa canzone è uno dei miei inni, e non c’è bisogno di elencarli. Oggi ho intenzione di usarla come spunto per un discorso sulla reciprocità. Che, francamente, in italiano è una parola orrenda. Preferirei di gran lunga l’inglese reciprocity, ma suonerebbe alquanto strano se lo usassi più di una volta. Per reciprocità intendo esattamente questo:

sing me yours, I’ll sing you mine.

Reciprocità, scambio (non materiale), simmetria sono una parte del mio modo di approcciarmi al mondo, e soprattutto alle persone con cui mi relaziono più profondamente. Parlatemi di voi e io vi parlerò di me. Datemi la vostra versione e io vi darò la mia. Trovo insopportabile, in linea di principio, mostrare parte di me a persone che non sono disponibili a fare lo stesso. Sono le regole dell’incontro, per quel che mi riguarda. Naturalmente, toccherà a me rispettarle per prima. Spesso è necessario che sia io a offrire qualcosa di me, con delicatezza, per saggiare il terreno. Talvolta a questo corrisponde un’apertura dall’altra parte. Talvolta no, e allora è difficile che io faccia un nuovo tentativo, almeno per qualche tempo. È una struttura consolidata, semicosciente, un sistema di regole flessibili per avvicinarsi a un altro essere umano. Non ferire, non chiedere di entrare, mostra le mani e aspetta che l’altro faccia lo stesso. È, nello stesso tempo, naturalmente, un’istanza di controllo. Ma, si sa (o forse non si sa), il controllo è alla radice della gran parte dei miei comportamenti.

Eppure non è sempre così. Una volta che il terreno è stato saggiato, che il rapporto ha allungato con lentezza i suoi filamenti un po’ appiccicosi, allora le regole diventano sempre meno importanti. I miei rapporti umani non sono basati sul controllo, anche se questo si rivela essere soltanto autocontrollo. Si stabilisce un’altra base su cui comunicare, per quanto altrettanto labile. Ma a me rimane un fondo di diffidenza. Quando una persona mi nega una parte sostanziale di sé, allora potrò anche continuare ad essere sincera (perché altro è importante, non mi stancherò mai di ripetermelo), ma lo farò con un continuo senso di allarme. Non può che essere un diritto, quello di non dire, anche nel rapporto più stretto. E non amo quel lato istintivo di me che mi ripete che essere conosciuti senza conoscere è pericoloso, e farsi conoscere senza conoscere è da incoscienti. Razionalmente, so bene che non è così. Ma la razionalità non governa i miei pensieri, se mai ne è espressione. So che sembra contraddittorio.

Conclusione e postilla: la conclusione non c’è. Il conteggio parole mi dice che questo post, per i miei standard, è breve. Credo dipenda in parte anche dal fatto che ho cambiato font di scrittura. Sono stata costretta, in quanto era un carattere di Ubuntu e ora lavoro su OpenSUSE (ricordate i buoni propositi? Be’, mi trovo piuttosto meglio), e non lo riesco a ritrovare. La cosa mi infastidisce oltremodo. In ogni caso, questo carattere è molto più grande (anche se WordPress lo pubblica piccolissimo, misteri dell’informatica), quindi riempio una pagina molto più in fretta e mi convinco di aver scritto troppo.

Restando in tema di comunicazioni di servizio, non faccio neanche in tempo a rendermene conto ed è passata una settimana dal mio ultimo post. Nel frattempo mi si è accumulata una lista di almeno otto titoli. Ne ho per un mese, volendo. In realtà, prossimamente potrei, e dico potrei, avere un po’ più di tempo per scrivere (non è stata una settimana tranquilla, dico solo che ho passato meno ore a casa che fuori), quindi vorrei provare ad aumentare la frequenza delle pubblicazioni. Ma non prometto nulla. Anche perché avevo previsto di iniziare un progetto, e non l’ho ancora fatto. Ma, credetemi, è in cantiere.

È il momento di rimettersi a fare qualcosa per me, come si deve.

Ora questo post conta poco più di ottocento parole. Sempre sotto la media, ma più che accettabile. Magia dell’accumulazione.

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