Scrivo un post su Leopardi.

January 22, 2012 § Leave a comment

Piatto del giorno: la mastodontica Schwarzwälder Kirschtorte preparata da mio padre per il compleanno di mia nonna. Tanta panna montata.

Come già si sa, la mia professoressa di italiano adora assegnarci raccolte di poesie come compito per le vacanze. Dopo Montale e Ungaretti, poteva forse mancare la lettura integrale dei Canti di Leopardi per Natale? Che l’esperienza di leggere poesia in questo modo possa essere sorprendentemente interessante, l’ho già spiegato nel vecchio post. Nonostante ciò, neanche questa volta sapevo esattamente cosa aspettarmi. Leggere o rileggere Leopardi non era un’impresa che mi ispirasse grande fiducia.

Come credo chiunque altro, ho passato il mio periodo-Leopardi in terza media. Mi sono innamorata del poeta triste che scrive dell’infelicità della vita nel momento in cui io stessa mi rendevo conto della sua presenza costante. Mi sono rivista in tutte le poesie più famose (quelle che si possono studiare in terza media, è ovvio); guardavo le mie compagne di classe e mi chiedevo quante di loro fossero come Silvia, quante stessero a cantare mentre tessevano o piuttosto facevano i compiti, ignorando la crudeltà della natura. Proprio poche, aggiungerei col senno di poi. Non sono stata particolarmente felice o a mio agio in terza media. Un po’ come tutti. Il passo successivo sono stati i Karamazov e Pavese, oltre al Mondo di Sofia, che in fondo è tanto superficiale ma perfetto per una ragazza di quell’età. Improponibile per qualcuno che inizi a studiare filosofia per davvero. Se finirò per insegnare alle medie o al ginnasio lo consiglierò ai miei alunni. Darlo per compito è impensabile, troppo lungo, e poi parla di filosofia, stiamo scherzando?

Ma non divaghiamo. Il punto è che il mio periodo-Leopardi è finito, che mi ricorda un momento della mia vita in cui ero tutto tranne che felice e soddisfatta e che in ogni caso sono sicura di essere stata molto sciocca e superficiale, a quei tempi. Soprattutto per quanto riguarda il povero Giacomo. Che non è così povero come è facile dire, e come la mia professoressa sembra convinta si debba ripetere dieci volte l’ora, neanche fosse l’approccio critico più valido. No, a mio parere non si può spiegare un’intera poetica con un’infanzia infelice e delle carenze affettive, per quanto enormi. E soprattutto non è accettabile avvicinarsi a un poeta con l’idea che non sia altro che un povero disadattato triste e incapace di comprendere la vita se non in un’ottica di sofferenza. Non è così, Leopardi stesso lo negò vigorosamente (Palinodia a Gino Capponi), e leggere i Canti è un buon modo per capirlo, per quanto probabilmente non il migliore. Il migliore, forse, sarebbe leggere lo Zibaldone, che è uno dei miei desideri irrealizzabili causa cronica mancanza di tempo.

In sostanza, il risultato di questo sommarsi di ricordi per me poco lusinghieri e di considerazioni critiche che non apprezzo è stata una lettura molto cauta. Ho letto (e riletto, in piccola parte) Leopardi tentando di non identificarmi con lui. Anzi, con il timore di riconoscermi troppo facilmente in qualcosa, di ridurre la sua visione alla mia e di mancargli in tal modo di rispetto come tutti gli altri. Non voglio mancare di rispetto a un autore che vorrei fosse me. Cioè, il contrario, ma era difficile inserirlo nella frase: io vorrei essere lui. Ci siamo capiti. In cambio di un frammento della sua profondità nel vedere il mondo (e la letteratura, e forse anche i rapporti umani, ma di questo non sono sicurissima), accetterei volentieri un paio di gobbe e un fastidioso amico napoletano. Al di là dei miei curiosi complessi di inferiorità nei confronti di determinati poeti italiani (vogliamo parlare di Carducci, che peraltro detesto?), comunque, la lettura dei Canti è iniziata con queste riserve.

Sorprendentemente, ho finito per riconoscermi in Leopardi. Non identificarmi, il che è un notevole progresso intellettuale, o almeno spero. Premetto che mi manca, nel caso non si fosse capito, una base critica decente (almeno finché non leggerò ciò che mi è stato consigliato a riguardo), quindi potrei cadere in madornali fraintendimenti. Leggendo soltanto, tuttavia, ho ritrovato almeno e soprattutto due aspetti di me nella poesia leopardiana: innanzitutto un amore per la forma e una tendenza a sforzarsi di esprimere le emozioni meno definite con un lessico curatissimo, anche se via via sempre più quotidiano (gli stessi elementi che ritrovo in Petrarca, e non ci vuole un genio per dirlo, lo so); in secondo luogo, e in modo ancora più personale, il timore della morte. Anzi, il terrore della morte: pur con tutte le sue teorie sull’infelicità e sul suicidio, Leopardi è attaccato alla vita fin quasi alla mostruosità. O almeno così si vede.

“E credi a me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullità delle cose, della vanità delle cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo; che possa durare assai: benché queste disposizioni dell’animo siano ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo; mutata leggermente la disposizione del corpo; a poco a poco; e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a notare; rifassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche cura; non veramente all’intelletto; ma sì, per modo di dire, al senso dell’animo. E ciò basta all’effetto di fare che la persona, quantunque ben cosciente e persuasa della verità, nondimeno a mal grado della ragione, e perseveri nella vita, e proceda in essa come fanno gli altri: perché quel tal senso (si può dire), e non l’intelletto, è quello che ci governa.”

[Dialogo di Plotino e di Porfirio]

L’attaccamento alla vita è naturale, prescinde dalla filosofia e nonostante tutti i discorsi sul suicidio è fondamentalmente inevitabile, almeno per Leopardi. Solo nel momento in cui si scopre innamorato e, per quanto questo sia assurdo, più felice e più vivo di quanto non sia mai stato, allora dichiara di desiderare la morte:

Giammai d’allor che in pria
questa vita che sia per prova intesi,
timor di morte non mi strinse il petto.
Oggi mi pare un gioco
quella che il mondo inetto,
talor lodando, ognora abborre e trema,
necessitade estrema;
e se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m’affiso.

[Il pensiero dominante]

Tra parentesi, questi versi mi ricordano un frammento di Ungaretti di cui non ricordo la collocazione:

Sempre ero stato timido,
Ribelle, torbido; ma puro, libero,
Felice rinascevo nel tuo sguardo.

Per concludere, perché ho già scritto davvero troppo: il mio legame con Leopardi e con il timore-desiderio della morte forse sta tutto in questo frammento dello Zibaldone.

“Io era oltremodo annoiato della vita, sull’orlo della vasca del mio giardino, e guardando l’acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: S’io mi gittassi qui dentro, immediatamente venuto a galla, mi arrampicherei sopra quest’orlo, e sforzatomi di uscir fuori dopo aver temuto assai di perdere questa vita, ritornato illeso, proverei qualche istante di contento per essermi salvato, e di affetto a questa vita che ora tanto disprezzo, e che allora mi parrebbe più pregevole.”

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