L’egoista consapevole

February 2, 2012 § Leave a comment

Frase del giorno (di ieri, a dire il vero): “perché, vedete, lei mi piace perché è così semplice, è l’alunna ideale, ragiona in modo lineare, segue le mie indicazioni e traduce perfettamente, senza problemi.” Come no. Vuole una sardina?1.

Premessa necessaria: questo post è evidentemente una risposta a smellslikewhite, la cui identità non è un mistero per nessuno ma non svelerò per le imperscrutabili regole del blogging, e perché così è più divertente. Di certo non è una risposta completa (quando mai ho dato delle risposte complete?); vi converrà probabilmente leggere il suo post prima per capire qualcosa, o quantomeno io lo consiglio, come consiglio spesso (?) di leggere le cose con cui non sono affatto d’accordo.

Ma iniziamo come si deve.

Per “egoismo” intendo (in breve) diversamente dal senso comune, il fatto che ogni nostra azione dipenda solo e soltanto da noi stessi e ritorni solo e soltanto su di noi, all’interno del guscio chiuso del nostro “ego”.

Ecco. Ci sono almeno due definizioni possibili, o due livelli, di egoismo. Uno prevede che l’individuo agisca soltanto per sé, nel proprio interesse. Si può osservare che, in effetti, noi agiamo bene perché associamo alla buona azione un benessere psicologico, una soddisfazione, anche solo l’assenza di quello stimolo negativo potentissimo che è il senso di colpa. Si noti che quando lo sforzo per ottenere questo benessere diventa superiore al beneficio (che è enorme), allora cessiamo lo sforzo stesso. Per questo siamo così sensibili a un limite che potrei chiamare “orizzonte morale”: nei confronti di chi cade all’interno di esso ci sentiamo responsabili, mentre chi ne è escluso viene trascurato nei nostri calcoli. Può essere una questione di prossimità geografica o di contatti umani o di rispettabilità o di quel che volete, il punto è che nel momento in cui agiamo in modo tale da ottenere “il maggior bene” per chi ci circonda siamo continuamente costretti a limitare questo gruppo di persone, o il concetto stesso di bene si frammenterebbe troppo perché noi possiamo perseguirlo. Un’azione morale è volontaria per definizione; ma la volontarietà toglie gratuità, non necessariamente valore all’azione stessa. A questo riguardo, potrei limitarmi come mio solito a citare Hume e il suo interlocutore immaginario:

Che ne dite, aggiungo, dell’affetto naturale? Anch’esso è una specie di egoismo?
Sì, tutto è egoismo. I tuoi bambini li ami solo perché sono tuoi; i tuoi amici per la stessa ragione, e del tuo paese ti importa solo in quanto ha un rapporto con te stesso: se togliessimo l’idea dell’io, nulla ti toccherebbe più […]
Sono anche pronto, rispondo, ad accettare la vostra interpretazione delle azioni umane, purché voi ammettiate i fatti. Dovrete cioè ammettere che quella specie di egoismo che si manifesta sotto forma di benevolenza verso gli altri ha una grande influenza sulle azioni umane; un’influenza non di rado anche maggiore di quella specie di egoismo che mantiene il suo aspetto o la sua forma originari. […] Se anche voi foste uno di questi uomini, sareste sicuro della buona opinione e della benevolenza di tutti; ossia, per non urtare le vostre orecchie con simili espressioni, l’egoismo di tutti, e il mio tra gli altri, ci spingerebbero a renderci a voi utili e a parlare bene di voi.

[“Dignità o viltà della natura umana”, in Sul suicidio e altri saggi morali, Laterza]

Hume, peraltro, è di un ottimismo indegno, e il mio studio recente degli utilitaristi inglesi e di quel brav’uomo di James Mill potrebbe avermi leggermente influenzata nelle riflessioni appena fatte. Ma non è questo il genere di egoismo in questione, anche se confondersi è molto facile. Qui si tratta piuttosto di quello che per me è forse il primo problema dell’etica: la possibilità di adottare una prospettiva che non sia la propria.

Questo può significare la semplice elezione di un principio morale a guida esterna e “assoluta” delle proprie azioni, e si può con qualche ragione affermare che un simile procedimento porti all’abdicazione dell’individuo alla propria possibilità di scelta. Il che significa però anche la negazione del principio stesso dell’etica, ovvero (poco kantianamente, mi raccomando) il principio che un’azione ha valore morale quando è libera, ovvero quando dipende dalla volontà dell’individuo che la compie. Aggiungerei: dipende almeno in parte dalla volontà, perché una responsabilità condizionata è sempre responsabilità. Il che significa peraltro che le azioni non valutabili moralmente sono pochissime, forse nessuna, perché anche nella situazione più costrittiva è (quasi) sempre possibile scegliere di non fare ciò che viene imposto.

Ma il paradosso dell’etica è un altro. Per prendere una decisione le cui conseguenze riguardino gli altri, nel momento in cui si vuole tener conto di queste conseguenze (non farlo non è un “peccato” morale, anche perché una cosa del genere non esiste: piena libertà di essere coerentemente egoisti, fino in fondo) è necessario tentare di uscire dalla propria prospettiva individuale. Perché non è vero, e non sono io a dirlo, che “le nostre azioni ritornino solo e soltanto su di noi”. Una nostra azione ha sempre un’influenza sul mondo esterno. Una morale che tenga conto degli altri non significa una morale al servizio dell’altro come se questo fosse un principio superiore (o “inferiore”!) qualsiasi. Non serve neanche dimostrare che gli altri esistano, così come non è necessario dimostrare che esista la realtà: è solo un promemoria critico, qualcosa che giustifichi il dato empirico che (apparentemente) non tutto dipende da noi. Non è neanche detto che ciò sia vero. Il punto è che il mio egoista è consapevole perché sa e non può dimenticare di essere confinato entro se stesso, che ogni sua azione dipende dalla sua volontà e quindi da nient’altro che da lui, e di non poter chiamare un principio esterno a giustificazione di un bel nulla. Eppure vuole (scegliere una morale, anche una diversa per ogni decisione se si preferisce, è un atto di volontà, dunque libero!) tentare di tener conto, nel momento in cui agisce, delle conseguenze che la propria azione avrà all’esterno di lui. Decidere che la propria libertà non sia arbitrarietà.

Questo è il punto in cui si arriva all’impasse. È inevitabile. Uscire da sé è impossibile, non si riesce ad abbandonare la prospettiva individuale, perché tutti i nostri punti di riferimento sono stati filtrati da quella prospettiva stessa. Il bene altrui (ammesso e non concesso che io sia in grado di definire “bene”) non è necessariamente il nostro, non solo in termini concreti (ciò che va bene per me non va bene per te), ma anche in teoria. Ciò che io vedo come bene o utilità universale è in realtà il mio concetto di bene e il mio concetto di utilità. Come in qualunque altra situazione, sono condannato all’egoismo conoscitivo. Eppure non sono tenuto a rinunciare qui. Il migliore esercizio sta proprio nell’esaminare se stessi, nel ricercare nei limiti del possibile quali siano i filtri che frapponiamo tra noi e l’ipotetica realtà, e una volta individuati tentare di correggere la deviazione che ne derivi. Non riusciremo mai, neppure con una ragionevole approssimazione, e la posizione non è neppure gran che difendibile a livello teorico.

Sembrerebbe che ciò non dimostri niente. A mio parere, mostra almeno una cosa: che non necessariamente chi rifiuta di fondare la propria morale unicamente su di sé sta cercando una maschera o una scusa per non esaminare continuamente le proprie decisioni. Al contrario, cerca un modo per ricordarsi di farlo di continuo. Anche se questo, alla fine, non è che il trionfo dell’egoismo, dell’autoreferenzialità, della superbia addirittura.

L’egoista consapevole esiste, e sa benissimo che la sua morale non funziona, né teoricamente né in pratica, perché ogni volta che prova a vedere la realtà e la verità degli altri gli viene il forte sospetto che qualunque corso di azione sia intrinsecamente sbagliato. Ma secondo quale termine di riferimento? Spesso pensa che la cosa migliore sia non agire, smettere di parlare e di respirare pur di non influenzare il mondo esterno, e allo stesso tempo sente che questa è la cosa più sbagliata che potrebbe fare, perché sarebbe l’insulto peggiore che potrebbe fare a se stesso. L’egoista consapevole sa di non avere una morale, tenta di costruirsela e ricostruirsela di continuo, e si accorge altrettanto spesso di quante delle sue azioni prescindano dall’analisi morale propriamente detta. Una morale che non sia valida almeno per qualcosa che senso ha? L’egoista consapevole è molto, molto frustrato.


1. Battuta poco comprensibile a chi non conosca il contesto. Diciamo che il mio professore di greco ha una certa somiglianza con un tricheco.

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