RPM: Essere

February 3, 2012 § Leave a comment

Citazione del giorno: “How did it get so late so soon?/ It’s night before it’s afternoon/ December is here before it’s June/ My goodness how the time has flewn/ How did it get so late so soon?” [Dr Seuss]
Non c’è un motivo particolare.

Hai una sigaretta?”
No, mi dispiace.

Perché non hai una sigaretta?”
Perché non fumo. [perché ti stai strofinando contro la mia spalla?]

Perché non fumi? Dovresti fumare!”
Così divento intelligente come te? [lo so, laaaame. Ma ero molto occupata a scrollarmi di dosso lo stupido ragazzino che continuava a prendermi a spallate.]

Dovresti fumare! Dammi una sigaretta!”
Adesso smettila!

Hahahahah, ma chi sei? Ma lo vedete? Quest’essere!

Ebbene sì, qualche ora fa un ragazzino – occhi azzurri, lentiggini, capelli forse rossi, piercing al labbro, viso poco a fuoco in quanto a cinque centimetri dal mio – ha tentato di provocarmi, debitamente supportato com’è ovvio da un gruppo di coetanei altrettanto adorabili. Ora, non è che io mi sia offesa. D’accordo, un po’. Mi ha dato parecchio più fastidio il fatto che avesse invaso il mio spazio personale. Quello che mi ha stupita, a dire il vero, è stata la finezza dell’insulto. Insomma, Quindicenne-col-piercing avrebbe potuto apostrofarmi in svariati modi. Se ho capito qualcosa delle sue intenzioni, avrebbero avuto tutti a che fare col mio aspetto o con ciò che della mia sessualità il mio aspetto lascia intendere. Non sono neppure gran che sicura che si sia accorto che sono una ragazza. In effetti, porto ormai i capelli molto corti e con mia grande soddisfazione ho dei tratti abbastanza ambigui. Evidentemente dovevo avere un’aria molto stravagante, oggi, se il gruppetto mi ha notata come elemento d’interesse; cosa che normalmente non succede, o almeno non più da quando sono tornata al mio colore naturale. In ogni caso, mi vengono in mente una serie di epiteti che il mio aspetto potrebbe ispirare (e non li scriverò), ma “essere” non è nell’elenco. Non perché non sia calzante; al contrario, è forse quello che mi si adatta più precisamente. Nell’insultarmi, il ragazzino mi ha descritta; e ha anche mostrato una certa proprietà lessicale, perché definire qualcuno “essere” non è da tutti. È probabile che sia stato un caso, e che il simpatico fanciullo non abbia particolari doti nell’indovinare il carattere degli sconosciuti; ma nel caso in cui io mi fossi imbattuta in un piccolo prodigio dell’insulto, mi dispiace non aver avuto il coraggio di fermarmi e dirgli un paio di cose. Sarei potuta suonare più o meno così.

Ragazzino. Ci sono almeno tre cose che non hai capito. Tutte e tre si riassumono in ‘non si va in giro a insultare sconosciuti per divertimento’. Ma ti spiegherò, perché evidentemente nessuno l’ha mai fatto, o tu da quell’orecchio non ci senti.

Prima di tutto, sì, sono un essere. A rigore, lo sei anche tu. Ma io lo sono proprio nel senso che tu intendi come insulto. Esattamente come sembra, o come sembrerebbe se tu avessi interesse a rifletterci un momento anziché insultarmi, non mi ritrovo gran che nelle definizioni di genere che vengono date normalmente. Se te ne serve una, puoi pensare che sono lesbica, e dunque diversa da come qualcuno ti ha detto che dovrei essere, ma in realtà l’etichetta non esaurisce la mia idea di me. In ogni caso, sono diversa. Diversa non vuol dire sbagliata, e questo dovrebbe avertelo già detto qualcuno, santo cielo. Sono sempre stata orgogliosa di questo fatto, forse troppo, e ho sempre voluto che chi mi osserva si chiedesse se corrispondo alle sue categorie, che siano sessuali o intellettuali. C’è un fondo di vanità in questo, anche più di un fondo; ma c’è anche una strategia di difesa, un modo per annunciare a chiunque ‘sta’ attento, perché le tue aspettative non saranno necessariamente soddisfatte: sei stato avvisato’.

E questo è il secondo punto. Non hai nessun diritto di giudicare il mio essere (anzi, il mio essere un ‘essere’) o quello di chiunque altro, e anche se l’avessi sarebbe bene che tenessi il giudizio per te. O più che altro che non lo esprimessi in insulti. Innanzitutto perché le tue parole hanno un potere sugli altri, e non capisco perché tu possa pensare di essere in diritto di fregartene. Quello che mi hai detto andrà a intaccare le mie già labili difese nei confronti del bagaglio di insicurezze che quotidianamente mi accompagna. Ora, credo di essere abbastanza forte da non lasciarmi abbattere da una frase detta da uno sconosciuto alla stazione. Ho avuto un’ottima giornata, sono soddisfatta di me stessa, il mio stato emotivo è quasi stabile. Non è una cosa che mi succeda tutti i giorni, se ti interessa saperlo. Sono quasi contenta che tu abbia sfogato con me i tuoi istinti, piuttosto che con qualcuno momentaneamente più fragile. Ma avresti potuto rovinare la giornata a qualcuno. Per quale sacrosanto motivo ti credi in diritto di offendere un’altra persona, di farle del male (moralmente parlando)? Hai vagamente pensato alle conseguenze di quello che fai? No, perché non sei solo egoista. Non ho nulla contro gli egoisti. Ma tu pensi anche che il tuo egoismo possa essere usato come un’arma per ferire gli altri. Questo, se permetti, è abbastanza stupido. Più ci si ferisce a vicenda, tra sconosciuti ancor peggio, più il malumore generale aumenterà, più si continuerà ad offendersi a vicenda. Cosa ti costa un po’ di cortesia, un po’ di autocontrollo? Quello che hai fatto era totalmente gratuito. Non ce l’ho, una sigaretta. Se l’avessi te la darei.

Adesso penserai che sto facendo una questione monumentale di una sciocchezza. In parte sarà anche vero. Ma il punto è che tu sei anche bravo. Hai trovato la parola giusta per farmi del male. (Sempre ammesso, come da premessa, che non sia stato un caso.) Ebbene, il talento sprecato mi fa arrabbiare. Innanzitutto saresti più che in grado di usare le tue abilità per ferire qualcuno che quantomeno ti abbia offeso a sua volta. Ci sarà un tuo compagno di classe con cui litighi. E per litigare non intendo che tu lo aggredisci e lui piange. Ecco, piuttosto usa gli insulti per questo. Ma potresti essere anche abbastanza intelligente da riflettere su quello che fai, porti un minimo di problema etico, capire che non ci fai neppure questa gran figura, al limite. Perché non ci hai pensato? Non va né a tuo onore né a tuo vantaggio, prescindendo dal fatto che non è giusto. Sei fondamentalmente deludente. La cosa ti fa piacere? Ne dubito.”

Mi si dirà che sono una moralista. Per la cronaca, non posso che essere d’accordo. Intanto, il discorso al ragazzino non l’ho fatto. Sono scappata, perché aveva invaso il mio spazio personale e l’istinto mi diceva di averne paura. Odio quando mi comporto così.

Per fortuna, oggi ho davvero avuto una splendida giornata. Ho iniziato un gruppo di studio, ho parlato di lingua e cultura greca (sempre pomposa, mi raccomando) e sono stata ascoltata con interesse. Sono stata a contatto con persone piacevoli. Mi è stato ricordato, per l’ennesima volta, perché voglio fare l’insegnante. Sono soddisfatta. O meglio, lo sarei se il mio cervello non fosse un maniaco dell’equilibrio e mi restituisse un’ora di malessere per ogni ora di serenità. Ma questo non ha nulla a che fare con Quindicenne-col-piercing.

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