RPM: Dettaglio

February 7, 2012 § 1 Comment

Canzone del giorno: The Raveonettes, Veronica Fever.

In anni di patetici tentativi letterari (di cui il meglio che mi è rimasto è il piano di un romanzo che non scriverò mai ma che conteneva forse uno, e dico uno, spunto interessante), una cosa l’ho capita: la descrizione è un esercizio che mi fa bene. In effetti, è in sostanza l’unico che mi riesca. Talvolta mi trovo in preda a momenti di percezione esaltata, in cui mi sembra di notare qualunque cosa io veda e di essere in grado di tradurla in parole, oppure le sensazioni che immagino si traducono quasi in percezioni reali, o in anticipazioni di percezioni, estremamente appaganti. Per capirsi almeno un po’: oggi leggevo un fumetto ambientato su un aereo in volo, e mi sono resa conto che non vedo l’ora di partire per la Grecia solo per provare la sensazione di pressione al momento del decollo. Il mio stomaco si sta ancora contorcendo di piacere. In ogni caso, durante questi momenti descrittivi talvolta mi capita di mettere anche effettivamente qualcosa su carta. Circa un anno fa mi ero messa a descrivere il più dettagliatamente possibile i polsi di ciascuno dei miei professori. Scrivevo durante le lezioni, e sì, in caso qualcuno se lo chiedesse, mi rendevo conto di quanto la cosa fosse terribilmente inquietante. Si sa, i polsi mi affascinano. I risultati sono stati alquanto imbarazzanti, e non ho intenzione di recuperare qualche vecchio taccuino per rileggerli. Nondimeno è un buon esercizio lessicale, per una persona che tende a usare sempre gli stessi aggettivi e gli stessi maledettissimi avverbi (è una malattia, lo so, è una malattia).

Il senso di questa assurda introduzione (ma in realtà tutto quello che scriverò stasera sarà assurdo, e qualche linea di febbre non aiuta) è annunciare che sono entrata da qualche giorno in un momento descrittivo, e soprattutto spiegare almeno un minimo perché questo post è dedicato all’osservazione degli angoli della bocca. Il che, mi rendo conto, è ancora più inquietante dei polsi (o forse no, per chi mi conosce). Non c’è bisogno però di grande capacità speculativa (o di aver visto qualche puntata di Lie To Me) per sapere che gli angoli della bocca sono uno dei massimi veicoli delle espressioni facciali, e di conseguenza dell’intonazione emotiva, per così dire, di un discorso. In realtà, non è solo su di loro che mi sto concentrando, bensì sulla metà inferiore del viso in generale: oggi mi sono trovata a guardare (causa interessante corso di approfondimento scolastico) un filmato di un gerarca nazista che parlava in pubblico, e sono rimasta tra l’angosciato e l’affascinato notando quanta dell’aggressività che non traspariva dalle parole era evidenziata dall’atto di stringere ripetutamente i denti, facendo sporgere le estremità laterali della mandibola. Prescindendo completamente dal contesto (l’effetto collaterale più evidente di queste piccole ricadute nella vita estetica è proprio di allontanare qualunque osservazione più ampia della pura impressione sensoriale), è un movimento che mi affascina, soprattutto perché lo faccio spessissimo. In più è, appunto, estremamente violento, benché non preveda né gesti ampi né di scoprire i denti o altre parti minacciose. Ricorda che c’è qualcosa che va tenuto sotto controllo, altrimenti diventerebbe pericoloso. Ah, e fa venire dei gran mal di testa quando se ne abusa.

Ma torniamo a questi benedetti angoli della bocca. Si dà il caso che la mia professoressa di matematica e fisica sia una donna dall’espressività facciale parecchio ridotta. O, come direbbe mia madre, è un po’ figée. Insomma, lei non sorride, lei scoppia a sorridere, perché un sorriso per lei è un gesto clamoroso. Almeno quando arriva a coinvolgere gli occhi. Proprio per questa caratteristica, se si vuole interpretare in qualche modo il suo umore (che resta comunque stabile a livelli ammirevoli), è necessario prestare grande attenzione ai piccoli movimenti, ai particolari del viso. E qui entrano in gioco i nostri angoli. Non so quanto volontariamente, la mia professoressa sembra concentrare ogni espressione in quel punto. Una sorta di riduzione a icona della mobilità facciale, per cui ogni sfumatura comunicativa si traduce in una piccola differenza di tensione (valore base “nervosismo”), abbassamento (valore base “rabbia, disappunto, stai rispondendo male”) o sollevamento (valore base “non sorrido perché sono una persona compassata e questo non è abbastanza per convincermi, ma sto apprezzando quello che dici”). Non c’è nulla di meglio per attrarre l’attenzione di una persona in fase descrittiva come me. Per attenuare la forte impressione di interesse perverso che tutto questo post offre, dirò a mia difesa che è una pura questione astratta. La possibilità di ridurre il movimento al minimo mantenendone comunque il significato mi affascina. Gli angoli della bocca della mia professoressa sono vettori dell’umore, la cui circuitazione alla fine di ogni ora di lezione è bene che sia, per mantenere un buon equilibrio, pari a zero. Sapere che questo, con ogni probabilità, succederà ogni giorno è estremamente rassicurante.

Il che mi porta alla considerazione conclusiva, appena suggeritami peraltro da uno scambio di pensieri con una persona che ama molto le parentesi ed è curiosa di leggere il risultato dei miei deliri percettivi. In effetti, la maggior parte degli individui tende a non notare questo genere di particolari, ovvero a non registrare tutte le sfumature che accompagnano un messaggio (laddove per “sfumature” intendo l’interpretazione dettagliata della comunicazione non verbale, toni di voce, microespressioni e compagnia): è anche, credo (ma forse sono influenzata dalla mia prospettiva), una sorta di misura di sicurezza. Non tutto quello che ci viene detto ci deve importare, né tanto meno l’insieme dei suoi significati nascosti. Io sono stata definita “iperosservatrice”, e ne vado orgogliosa; ma questo significa che quando i segnali che una persona lancia, in particolare quelli negativi, diventano troppo evidenti, la pressione per me tende a diventare insopportabile. E non è soltanto perché quello che percepisco, spesso, mi importa, anche troppo; è una mera questione di sensibilità. Quando stai ascoltando uno scricchiolio, se qualcuno si mette a urlare è parecchio probabile che ti spaventerai. A maggior ragione se, come me, trovi che la rabbia o peggio ancora l’aggressività siano due aspetti emotivi pericolosamente ingestibili.

Insomma, in caso qualcuno volesse comunicarmi la propria irritazione ottenendo una risposta razionale (diversa dal nascondersi sotto un tavolo), consiglio vivamente di non alzare la voce e invece abbassare gli angoli della bocca. Forse è meno appagante, ma risparmia una notevole componente di stress.

NB Dopo breve dibattito interno ho deciso di archiviare anche questo post come Random Person Moment. Non è del tutto appropriato, ma mi sembra accettabile. E poi, così per questa settimana mi sento a posto.

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