Considerazione [sono una persona modesta]

February 16, 2012 § Leave a comment

Frase del giorno: “Salve. Qui tutto ti è facile e amico.” Bella frase da mettere all’ingresso di una biblioteca. Anche se forse in arabo non ha un grande effetto comunicativo.

Mettiamola così: ho un problema etico.

Almeno da Kant in poi (ma qualcuno lo avrà detto già prima, su, non è complicato), qualcuno ha pensato di stabilire come principio fondamentale dell’etica quello della libertà. Un’azione è morale, e di conseguenza passibile di un giudizio morale, quando dipende dalla volontà dell’individuo e non da costrizioni esterne. Ora, in fondo, già su questo avrei delle leggere riserve. La volontà di un individuo dovrebbe essere un principio libero. Si può compiere un’azione non avendo altra scelta e dando il proprio assenso, oppure si può compiere un’azione non avendo altra scelta ma perseverando nella propria volontà di non compierla. Il problema finisce dunque per sdoppiarsi: chi compie un’azione moralmente condannabile non avendo altra scelta è colpevole? O lo è soltanto se dà il suo assenso? O lo è in misura minore se non avrebbe voluto farlo? Si può essere colpevoli in misura minore? (ok, questo sì, o la mia morale rischia di diventare una mostruosità più di quanto già non sia) E soprattutto, che senso ha ragionare in astratto su qualcosa di cui solo l’individuo può avere coscienza per se stesso? Che poi, la mia etica non concede la possibilità di condannare gli altri per le loro azioni senza conoscerne pienamente i motivi, il che è impossibile, perché la visione del mondo di ogni altro individuo ci è preclusa. (Ciò non toglie che si possa giudicare ed esprimere un giudizio sulla condotta altrui – sono una moralista –, a patto che ci si ricordi che il proprio giudizio è inevitabilmente parziale e fallace, con tutte le conseguenze del caso – e qui ci sarebbe da discutere del fatto che diritto e morale non coincidono, ma questa parentesi si sta allargando troppo.)

Insomma, già la questione della volontà è un problema rilevante su cui sto tentando di ragionare. Anche perché, chi lo dice che sia veramente libera? Siamo fatti di processi biologici di cui abbiamo una coscienza estremamente limitata. All’inizio di settembre ascoltavo un neurologo spiegare che nel momento in cui ci rendiamo conto di aver preso una decisione i nostri processi cerebrali si sono, a quanto risulta dagli esperimenti, già avviati. Anche il rapporto tra speculazione (oh dear, not Hegel again) filosofica e progresso scientifico è una questione enorme, maledizione. Ma sto decisamente divagando.

Il mio problema più recente non riguarda il principio etico della volontà, ma un’altra proposizione apparentemente scontata che sta altrettanto, se non di più, a fondamento della morale. Vale a dire che ogni nostra azione ha conseguenze. Mi si dirà che non è vero, che spesso non si riesce a ottenere nulla (è uno dei motivi per cui l’etica, almeno in un’ottica kantiana, valuta le intenzioni e non i risultati). Non intendo dire che ogni azione ha le conseguenze desiderate. Intendo dire che ogni nostro atto, anche il più piccolo, il più futile, ha degli effetti sul mondo esterno. Lo modifica. Altrimenti non avrebbe alcun senso parlare di questioni o di giudizi o di alcunché di morale. E a questo punto si apre un abisso.

Il punto è: se ogni mia azione ha delle conseguenze, di quali di queste conseguenze io mi devo ritenere responsabile? (Nota fondamentale: quando dico “io” intendo esattamente io. Me. Non un individuo ipotetico, perché quello non lo potrei giudicare correttamente, mentre posso e devo giudicare me stessa.) Tecnicamente, anche ogni volta che respiro modifico l’ambiente esterno in modo rilevante. È vero che questa azione non è subordinata alla mia volontà, quindi forse non me ne devo preoccupare. E poi, sarebbe difficile definire se l’effetto delle mie emissioni di anidride carbonica, agenti patogeni e affini sia positivo o negativo dal punto di vista etico. Ma mettiamo il caso che io faccia qualcosa nel senso più comune, che io compia una scelta etica, prendendomene le responsabilità. Questa mia azione, qualunque sia, potenzialmente modificherà (seppure, per carità, in minima parte) l’ambiente con cui si relazionano svariate persone. Più importante è la mia scelta più vaste o più gravi saranno le conseguenze sull’ambiente esterno. Ora, io dico: qual è il discrimine tra le conseguenze di cui sono responsabile e quelle che non mi riguardano? Mi si dirà: sei responsabile di quello che riesci a controllare. Buona risposta, e poi, si sa, la parola mi piace. Cosa significa, però, controllare? Essere in grado di contribuire alle cause di un evento? In tal caso, se la mia azione precedente ha contribuito a causarlo, allora io ne sono automaticamente responsabile. Anche se fossi la proverbiale farfalla che battendo le ali in Indonesia ha causato, tramite una catena di fenomeni inspiegabile di cui non ha coscienza, un tornado in Kansas. Ah, i dilemmi etici dei lepidotteri.

Ecco, vedete? In realtà, tutto questo è ridicolo. È ridicolo perché, me ne rendo conto scrivendo (be’, diciamo che prima lo sospettavo), forse ho impostato il problema al contrario. In realtà, io sono responsabile non di quello che posso provocare più o meno direttamente, ma di quello che avrei potuto impedire. Le concause che determinano un evento sono innumerevoli, come direbbe il solito Tolstoj. Solo che, e non ricordo se di questo il vecchio russo avesse tenuto conto, ci sono casi in cui l’eliminazione di una sola causa è sufficiente a impedire che un evento si verifichi. Se questa causa dipende da me, allora io sono responsabile del verificarsi o meno di quell’evento. Tutto qui. Tutto semplice.

Oppure no. No perché questa non è una risposta definitiva, non è condivisibile (o almeno, sospetto che qualcuno non la condividerà) e non è detto che sia valida. (Notate la climax?) No, soprattutto, perché anche così le responsabilità di cui tener conto sono una massa spaventosa. Forse io sono troppo fragile. Forse sto sbagliando i conti. Ma mi sembrano sempre e comunque più di quanto mi aspettassi. Tutto questo non era previsto dal contratto. Dov’è il mio diritto di recesso? Dove si restituisce il biglietto? Eppure non posso e non devo non tener conto di questo principio di base. Ogni mia azione ha conseguenze sugli altri. Che si traduce in, semplicemente, sta’ attenta a quel che fai. Piccoli imperativi non categorici.

PS Qualcuno si starà forse chiedendo chi io sia per pensare di poter dare qualche risposta a questioni così grandi (o magari per giudicarle più importanti di altre). Nessuno. Sono una persona che fa fatica ad accettare molte cose.Per quanto io provi a negarlo, sono una creatura.”

PPS Il titolo è un po’ autoreferenziale, forse.

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