Volevo intitolarlo “The sound of silence”, ma mi pareva scontato.

February 22, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, Swimming. Da ascoltare in cuffia a volume molto alto. E poi mi chiedo cosa sia successo alle mie orecchie.

Credo di stare rimandando la scrittura di questo post da un paio di mesi, ma ormai è ufficiale: c’è qualcosa che non va con le mie orecchie. O meglio, non è ufficiale, perché continuo come mia abitudine a rimandare l’esame audiometrico che pure mi è stato prescritto da tempo, ma si dà ugualmente il caso che io abbia perso il silenzio. Al suo posto si è installato un interessante rumore di fondo, una via di mezzo tra un fischio e un ronzio simile all’effetto di un campo magnetico o di qualunque cosa si senta quando si accende una televisione di vecchio tipo. Anzi, credo lo si possa classificare con chiarezza come rumore bianco. Fssssh, insomma, con una buona approssimazione. È lì costantemente, con alcune variazioni d’intensità e di tono, fino ad arrivare al buon vecchio fischio nei momenti peggiori. Wikipedia mi spiega che dovrebbe trattarsi tecnicamente di un “acufene”, ma quando la pagina che sto leggendo è indicata come inaffidabile fin dall’inizio mi viene da pensare che ci sia bisogno di altre fonti. La sostanza è che sento un rumore continuo, forte o debole, per buona parte della mia giornata, in assenza di altre fonti sonore che possano coprirlo (e.g. lettore mp3, che però potrebbe ragionevolmente essere parte del problema, vedi sopra).

Ora, chi legge potrà immaginare quanto questo possa essere fastidioso. In alcuni giorni lo è a tal punto che mi viene una gran voglia di picchiare la testa contro ogni oggetto a portata di mano pur di farlo smettere, cosa che in precedenza mi capitava solo con l’aura della cefalea (quando arriva il dolore vero so di non essere in grado di fare movimenti così bruschi). Ma per la maggior parte del tempo in realtà il fenomeno non è così insopportabile. Per il novanta per cento del mio tempo di veglia ho a che fare con rumori di fondo reali di altro genere, che mi permettono di distrarmi da ciò che proviene dall’interno della mia testa. Persino ora che sono sdraiata sul letto a scrivere a mezzanotte passata ho la ventola del computer che ronza e il rumore dei tasti, e se non ci stessi, per ovvi motivi, pensando sarei in grado di ignorare il campo magnetico. Solo nei momenti peggiori, quelli in cui devo turarmi le orecchie per essere sicura che non ci sia effettivamente un oggetto ronzante nelle vicinanze, il rumore diventa concreto.

È da qui che è nata la riflessione. In sostanza, io ho perso il silenzio, ma non l’ho neanche mai ascoltato. Tra le mie capacità, di solito, c’è anche quella di saper isolare una sola fonte sonora, o un numero ristretto di esse, in base all’interesse che ho, e di escludere le altre dal mio ascolto con grande efficacia. Il che, tra l’altro, significa anche che faccio una gran fatica a distrarmi se qualcuno sta parlando, perché sento solo quello. Molti si stupiscono, ad esempio, quando una canzone conosciuta passa agli altoparlanti di un luogo pubblico, e io non la sento fino al momento in cui mi viene indicata. In realtà, è chiaro che la sento, solo decido di non elaborarla in favore di qualcos’altro. Credo abbia a che fare con il fatto che ho dovuto per anni suonare per esercizio in una stanza in cui c’erano almeno altre dieci persone con quattro strumenti diversi per due pomeriggi a settimana. Per la categoria “a thousand ways clarinet changed my life”, su cui non mi dilungherò perché è noiosissima. Ma, tornando a noi, ci sono due requisiti essenziali perché io sia in grado di fare ciò: innanzitutto devo avere un altro suono su cui concentrarmi (duh.), e in secondo luogo il suono che sto “scartando” non deve avere forma articolata oppure deve essere a volume molto basso. Se ha forma articolata, inevitabilmente il mio cervello lo elabora come linguaggio, impedendomi di concentrarmi su qualunque altro linguaggio dovrei star elaborando al momento; se è troppo forte non c’è speranza, sono un essere umano anch’io.

Allora, alla fine, qual è il problema con questo fischio-ronzio di fondo, oltre ovviamente al fatto che potrebbe essere indice di qualcos’altro di cui forse dovrei essere informata? Facciamo un piccolo esperimento mentale. Immagino di essere in una classe piena di gente, con un insegnante che parla e magari qualcuno che chiacchiera nelle file dietro, ovvero la situazione in cui mi trovo per cinque o sei ore al giorno, sei giorni su sette. Ora, mi concentro e ascolto solo l’insegnante, scartando le persone che parlano. Se volessi, potrei, con un po’ di fatica, concentrarmi sulle persone che parlano e ignorare l’insegnante, magari non al punto di non sentirlo ma almeno di non capire quello che sta dicendo. E se invece provassi a non concentrarmi né sull’insegnante né su chiunque altro, e invece ad ascoltare il silenzio? In pratica, mi troverei ad ascoltare il rumore nella mia testa, ovvero nulla, neutro, e sarebbe molto rilassante. È quello che succede quando mi distraggo davvero, e l’ho fatto molte volte, come penso chiunque altro. Poi, magari, affiora una canzone o qualche frase che ho sentito, e mi diverto con quelle. Ho un’ottima memoria uditiva. Ecco. Questo succede in condizioni normali. Ma adesso? Distraiamoci da tutti i rumori d’ambiente. Fssssssssh. Al posto del silenzio, ora nella mia testa risiede questo. In permanenza. E l’unico modo per scacciarlo è ascoltare qualcos’altro, ammesso che funzioni. È come tentare di spegnere una radio e ritrovarsi invece con un rumore bianco insopprimibile. Non vi è venuta un’improvvisa voglia di romperla contro il muro?

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