Dieci motivi per cui voglio essere un filologo alessandrino

March 27, 2012 § Leave a comment

Esametro del giorno: Avia Pieridum perago loca nullius ante | trita solo… (d’accordo, è uno e mezzo, ma ci voleva)

Qui, nella Biblioteca di Beirut, subito a destra
entrando, noi abbiamo sepolto il saggio Lisia
grammatico. Il luogo è appropriato. Tanto
vicino ai testi, ai suoi commenti, ai passi
a quei trattati che annotava irti d’ellenismi
che ancora forse lui ricorda. Così da noi la sua tomba
sarà vista e onorata ogniqualvolta staremo tra i libri.
[K. Kavafis]

Come da titolo, ecco le mie ragioni in ordine assolutamente sparso. Aggiungo soltanto che il mio studio della letteratura ellenistica è stato molto produttivo (al di là degli abbondanti epigrammi che ho pubblicato negli ultimi mesi), piacevole e stimolante. Da grande farò il grammatico alessandrino. Il filologo no, giammai. In ogni caso, vorrei essere vissuta in epoca ellenistica

  1. per poter vivere ad Alessandria d’Egitto e non morire di caldo. Non so se l’abbiate mai notato, ma in effetti nessuno dei nostri autori si lamenta mai, anche se a mio parere doveva fare un caldo infernale, appiccicoso e puzzolente. Sarà che le suddette osservazioni suonano male inserite in un idillio bucolico, ma neppure tra i comici (e ci metto anche Aristofane) mi pare di aver mai letto osservazioni su quanto dovessero sudare i poveri alessandrini (o ateniesi che dir si voglia) durante una giornata di lavoro. Il massimo che si trova sono gli apprezzamenti di Teocrito e Anite per l’ombra nelle giornate di calura estiva (θερμὸν καύμα, che in effetti dà quell’idea di fornace, ma non fa pensare a tutti gli aspetti più pedestri della situazione). Forse avevano vestiti molto leggeri, o forse lo stress peggiora anche la percezione del caldo (questo, devo dire, l’ho sempre pensato).

  2. per vedere una buona volta tutte le erbe assurde che Teocrito cita negli Idilli. Insomma, cos’è il “fitto cipero”? E dove diamine trovi “una giuncaia fitta e chelidonia azzurra e capelvenere verde pallido e florido prezzemolo e gramigna che sale dappertutto”? Florido prezzemolo? Non so se mi venga più in mente un prato da fiaba o una zuppa. Aggiungerò un’osservazione non del tutto pertinente dal punto di vista cronologico: qualcuno sa descrivermi con precisione una tamerice? Tra l’altro, ammiro sinceramente i poveri lessicografi che devono spulciarsi assurdi trattati di botanica, in greco come in italiano, per capire di che accidenti di erba si tratti in ogni singolo caso. A meno che non si limitino a traslitterare una serie di nomi contando sul fatto che in ogni caso i lettori non sanno distinguere un garofano da una calla [un’aringa a chi riconosce la citazione].

  3. per il cibo. Diciamocelo. Se ne parla poco, si citano soprattutto i cibi più umili, e la cosa mi rincresce, ma la cucina greca doveva essere molto interessante. Soprattutto in un’età in cui tutte le culture del Mediterraneo orientale si contaminavano. Chissà che trionfo di spezie e di pesci. Dal nome altrettanto incomprensibile delle erbe, ora che ci penso. Un vero peccato che mancassero le melanzane, che pare siano arrivate con gli Arabi intorno al sedicesimo secolo. Come avessero fatto fino ad allora…

  4. arriviamo alle cose serie. Vorrei essere vissuta in età alessandrina per poter entrare nella Biblioteca. E possibilmente rubare almeno metà del contenuto. Be’, forse con qualche centinaio d’anni di piccoli furti avrei potuto farcela. Insomma, migliaia di opere di ogni genere, soprattutto le più astruse. Se qualcuno ha visto la scena di Agorà in cui nel corso di un salvataggio precipitoso viene intimato di “lasciar perdere le opere minori” saprà cosa intendo. Che poi, retrospettivamente, anch’io mi indigno. Le opere maggiori le potevano pure lasciare, tanto chissà quante copie ce n’erano in circolazione. Ma tutti i trattati sconosciuti di autori oscuri su argomenti inutili, chi li ha salvati? Nessuno. Risultato, le uniche copie sono andate perdute e adesso dobbiamo sopravvivere senza le fondamentali Cetrioliadi di Sebastiano Picrografo, che magari contenevano l’unica attestazione in tutta la letteratura greca di qualche termine che ora non conosceremo mai. Tutto perché chi ha governato la tradizione delle opere attraverso i secoli mancava di prospettiva storica.

  5. per farmi spiegare da Callimaco la questione dei Giambi e del suo abuso della persona loquens. Caro Callimaco, ci sono secoli di commentatori che si chiedono se nel Giambo IV la tua posizione sia espressa dall’alloro, dall’olivo o dal rovo. Sembrava tutto così chiaro che non ci avresti mai pensato? Complimenti. Ah, stavi scherzando e l’hai fatto apposta? Perché la cosa non mi stupisce?

  6. per poter sapere quale fosse l’aggettivo riferito ai Telchini nel secondo prologo degli Aitia. A me la congettura ἀκανθήϲ piace da impazzire, mi fa pensare al lusso dei capitelli corinzi e nel contempo al fatto che in effetti accarezzandoli la sensazione doveva essere spiacevole (no, non chiedetemi perché – e ci tengo a specificare che so cosa sia l’acanto e so che è spinoso, nonostante la mia ignoranza botanica di cui sopra). In generale, sarebbe tanto bello poter leggere un bel po’ di testi in uno stato non frammentario, anche se il fascino dell’indeterminato ha i suoi pregi. Nella Biblioteca di Alessandria di cui sopra, gli altri studiosi si chiederebbero perché io stia sempre a sfogliare (per modo di dire, provate voi a sfogliare un rotolo, ma srotolare non mi convinceva) le opere più peregrine con aria interessatissima. Avere a disposizione migliaia di parole perdute, mmm… Lasciatemi sbavare qualche secondo, torno subito.

  7. in generale, per fare due chiacchiere con alcune persone. Primo della lista rimane sempre Callimaco, ma ce n’è un po’ di altri. Del tipo Apollonio Rodio: è vero che vi odiavate così tanto, tu e il Cirenese, o è tutta una leggenda messa in giro dai posteri? E poi, provate a immaginare Callimaco e Apollonio insieme nel Museo. Chissà se si evitavano nei corridoi e avevano ciascuno la sua cricca (Teocrito di qua, Posidippo di là, prescindendo totalmente da qualunque limitazione realistica di tempo o spazio, è chiaro). “Giuro che se diventi direttore della Biblioteca non ti rivolgo più la parola!” Oppure in realtà avevano un sereno rapporto maestro-allievo rispettoso delle differenze. Io pagherei per trovarmici in mezzo nell’uno e nell’altro caso.

  8. per sentirli parlare. Seguire la trasformazione della lingua verso la pronuncia bizantina, capire come leggevano davvero la metrica, sentire se davvero le Siracusane parlano allargando tutte le vocali o se è solo una questione di resa grafica del dialetto. Farmi leggere gli epigrammi da un epigrammista, che mi avrebbe preso per imbecille, perché chiaramente la letteratura si legge in privato, non in pubblico. Ma tanto si leggeva a voce alta in ogni caso. Tra l’altro, mi immagino la confusione nella Biblioteca nell’ora di punta. Che chissà quando sarà stata. A mezzogiorno? La mattina?

  9. per poter usare il sigma lunato senza che nessuno lo trovi strano. È così utile. In più, in età alessandrina si iniziava per la prima volta a scrivere in maniera dignitosa. E poi potrei passare alla storia come l’inventore di spiriti e accenti!

  10. per prendere parte alle discussioni tra studiosi. Non riesco a capire come mai Callimaco potesse pensare che esortarli alla pace fosse una cosa fattibile o tantomeno interessante. Le dispute dovevano essere la cosa più appassionante della vita nel Museo. Infuriarsi sull’interpretazione di un passo, saper citare a memoria tutte le fonti a proprio sostegno, altrimenti si sarebbe stati scherniti da tutti gli altri dotti. Imparare che non è una buona cosa intromettersi nelle diatribe altrui, o tutti i contendenti si rivolteranno contro di te. A meno che la tua idea non sia migliore delle loro, al che la discussione diventerà più ampia e più interessante. E il giorno dopo ritrovarsi tutti insieme in un stanza della Biblioteca e guardarsi in cagnesco, soprattutto se il tuo rivale si è preso il volume che tu volevi usare proprio oggi.

  11. in generale, per poter fare filologia con leggerezza. In modo sicuramente meno accurato (non dimentichiamo che diranno lo stesso di noi tra duemila anni, se non fosse che tra duemila anni nessuno si preoccuperà di noi, mentre degli alessandrini sì), ma più vivo. La letteratura che veniva studiata era ormai morta, il suo clima pure. La sua lingua no. Gli eruditi alessandrini avevano contemporaneamente il vantaggio e l’handicap di una lingua viva, ancora in lento mutamento. E non avevano alle spalle tutti quei secoli di sudore colato sulle carte che consultavano.

[In caso qualcuno avesse notato il mio spudorato omaggio alle strutture poetiche arcaiche, vuol dire che è probabilmente più alessandrino/a di me. Decidete voi se sia un complimento o meno. In caso qualcuno invece volesse farmi notare che i motivi sono undici, credete che non lo sappia?]

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