La primavera mi prende allo stomaco (ovvero, un progetto)

March 28, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, All this and Heaven too.

Premessa: questo post è uno sfogo piuttosto personale. Non contiene, a quanto ne so, nessuna riflessione più ampia di qualche interesse. Cosa che probabilmente si può dire di svariati dei miei scritti, quindi fate un po’ come vi pare.

Ahimè, è arrivata la primavera. Non mi lamento dell’ora legale, anzi, sono molto felice che il sole sorga quando sono a metà strada per andare a scuola la mattina e tramonti dopo cena (o quasi). Finalmente i miei ritmi si adattano a quelli del mondo, o viceversa. Adoro l’inverno, ma l’idea che il sole tramonti quando io ho ancora di fronte almeno tre ore di studio mi infastidisce parecchio – senza contare che la luce elettrica è meno rassicurante di quella naturale, e le zone d’ombra nelle stanze mi inquietano. No, non ho paura del buio, prendo in considerazione l’idea che la parte di stanza che non vedo smetta di esistere, tutto qui. Per la serie, non so se si noti, ma le condizioni ambientali hanno una forte influenza sul mio umore.

Proprio questo è il punto. La primavera mi sfibra. Da una parte il mio corpo riceve, com’è giusto e naturale, segnali di ripresa e risveglio dal mondo circostante, e ne trae un forte desiderio di muoversi, scoprirsi, fare qualcosa, fosse anche solo correre in giro. Dall’altra, le mie riserve energetiche marcano visita all’improvviso. MIA. Premetto che sono un individuo discretamente in salute, considerato che non “mi ammalo” fondamentalmente mai (non ho avuto più di 38° di febbre negli ultimi sette od otto anni); in compenso, per costituzione fisica non sono molto propensa a immagazzinare scorte energetiche (traduci: sono per natura parecchio magra). Il fatto di seguire una dieta basata soprattutto su verdura, cereali diversi dal frumento e pesce sarà anche molto salutare ma non mi aiuta. Il risultato è che in giornate come quella di oggi, in cui la temperatura doveva essere intorno ai venticinque gradi (ma potrei sbagliarmi, le mie stime indicative sono in generale pietose, se si escludono i dosaggi degli ingredienti in cucina) e sono stata fuori casa (con l’accompagnamento di uno zaino di un certo peso) per più di dodici ore, mi riduco per dirla in breve a uno straccio. Me ne rendo conto quando una corsa leggera di venti metri scarsi per prendere un autobus mi provoca capogiri e tremori manco avessi appena finito i cento metri, o quando qualunque cibo io tenti di assumere mi provoca nausee quasi tali da farmi perdere l’appetito. Quasi, perché farmi perdere davvero l’appetito per più di mezza giornata è un’impresa. In caso non si fosse capito il mio unico problema di salute (noto) è la pressione bassa. Ciò significa che non appena inizia a far caldo e la natura si risveglia, per così dire, il mio corpo inizia a mandare segnali impazziti che oscillano da “andiamo a fare una corsa nei prati!” a “non voglio mai più muovermi dal letto per i prossimi vent’anni”, possibilmente in contemporanea e con accompagnamento di sbalzi di temperatura, inappetenza, in sostanza tutto il corredo di qualunque persona normale di costituzione un po’ fragile in primavera.

E allora? Ho intenzione di lamentarmi ancora a lungo del mio stato fisico? Ricordo che vi ho avvertiti in partenza, questo è un post di sfogo. Ma, sinceramente, del mio stato fisico interesserebbe poco anche a me, se questo non avesse fastidiose ripercussioni mentali. Il mio stato emotivo tende ad andare fuori controllo già da solo, soprattutto negli ultimi mesi, come chi mi conosce deve aver notato con facilità. Aggiungeteci un corpo che si mette a mandare segnali scombinati. Il mio cervello, di conseguenza, non trova nulla di meglio che preoccuparsi, convincersi che a questo punto anche il fisico prima o poi partirà per la tangente e che non c’è più nulla da fare se non allertare tutte le risorse disponibili. Non so quanto la mia descrizione sia comprensibile, ma non è affatto divertente. Dopo mesi di apatia invernale, in cui i miei momenti di sconforto si risolvevano in totale immobilità e scoraggiamento, ora quando sono a disagio la sensazione precisa che provo è che i miei pensieri si mettano a rimbalzare qua e là come palline da ping pong. Un sacco di palline da ping pong. Risultato, è ovvio, di nuovo totale apatia e scoraggiamento, perché non sono in grado di concentrarmi e le cose mi sfuggono e non va bene. Condire con una buona dose di ansia che è il mio stato mentale abituale, servire a temperatura ambiente (che è decisamente troppo alta, comunque).

Da qui in poi finisco di lamentarmi. Nel senso che in qualche modo sto cercando una soluzione. È necessario, considerato che nei momenti in cui mi sembra (la parola chiave è “sembra”) di perdere il controllo dei miei pensieri non sono più in grado di fare nulla di sensato e produttivo, e in questo periodo non posso né voglio perdere tempo utile. Fortunatamente, una soluzione mi si è prospettata, in un certo senso, da sé, nella forma di una simulazione di seconda prova svolta ieri mattina. Per chi non lo sapesse, frequento l’ultimo anno di classico, e la nostra seconda prova di maturità sarà una versione dal greco. Quindi, quattro ore (o tre, per chi come me consegna appena il regolamento lo concede) di traduzione concentrata, senza possibilità di distrazioni esterne, in silenzio e (virtuale) solitudine. Anche note come “il paradiso”. Dopo la prova di ieri, posso confermare per l’ennesima volta che quando traduco sto bene. Per quanto mi possa innervosire sui passi incomprensibili [inserire insulto a chiunque abbia scelto la traccia della simulazione di ieri], quando sto traducendo sono qui e ora. E penso soltanto a ciò che ho davanti, il resto è una sensazione nebulosa sullo sfondo. Niente fastidiose palline da ping pong. Dopo qualche ora, alzo gli occhi dal testo, esco dal mio universo parallelo e rientro nel mondo reale pacificata. Almeno finché qualcuno non mi chiede come ho tradotto il tale costrutto, per sentirsi sistematicamente rispondere che non ricordo. Ciò che avviene nel tempo parallelo della traduzione si dimentica presto (e in ogni caso io quella domanda la odio). Ma la serenità e l’equilibrio acquistati in genere durano abbastanza per i miei scopi attuali, ovvero di riuscire a lavorare bene per questi tre mesi che mancano alla maturità. Motivo per cui sto per prendere un impegno ufficiale.

*IMPEGNO UFFICIALE*

Da domani prometto che ogniqualvolta mi capiterà di trovarmi in un momento di sconforto o di eccitazione incontrollata, in cui penso che non riuscirò a fare nulla perché il mio equilibrio emotivo è troppo compromesso, anziché starmene sul letto a leggere sciocchezze mi metterò alla scrivania (da riordinare per l’occasione, NdA) e tradurrò un pezzo di qualcosa. Greco, latino, poesia, prosa, l’opera che mi ispira di più al momento. Per rendere la cosa più ufficiale e impegnativa, prometto che pubblicherò i risultati di queste “sedute terapeutiche” qui, tempo permettendo.

*FINE IMPEGNO UFFICIALE*

Perderò tempo? Questo è sicuro, se è vero che le ore di studio non bastano mai. Ma il punto è che il tempo lo perdo comunque, anche se me ne sto immobile sul letto a farmi venire ancora più ansia. Così almeno ho un’opportunità di raddrizzare le cose. Di riprendere il controllo. Ovviamente questo non significa che ogni volta che mi verrà voglia di rilassarmi un po’ mi metterò a tradurre Seneca (dobbiamo appropriarci del tempo!) – sono in grado, credo, di distinguere un po’ di stanchezza da uno stato emotivo alterato. Il mio obiettivo principale è divertirmi e fare qualcosa di buono. O qualcosa in generale. Il motto di questo blog non è casuale.

PS In caso qualcuno se lo chiedesse, il lato positivo dei pensieri-palline da ping pong è che mi viene una gran voglia di scrivere, il che spiega l’improvvisa sovrabbondanza di nuovi post.

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