The word’s on the streets and it’s on the news

May 17, 2012 § 2 Comments

Pensiero del giorno: Già, perché dovevo riemergere dal mio silenzio per la Giornata mondiale contro l’omofobia. How cliché.

You are the girl that I’ve been dreaming of ever since I was a little girl.
[Black Kids, I’m not gonna teach your boyfriend]

Senza tema di smentita posso dire che la canzone sopracitata è la mia preferita tra quelle che parlano di omosessualità. Nonché una delle mie preferite in assoluto, peraltro. Senza parlare della musica e dell’assoluta felicità che comunica anche se nel testo non c’è gran che di gioioso (ma gioia e felicità sono due cose diverse, nevvero?), il motivo sta tutto in quel primo verso. Inizio canonico, dichiarazione d’amore; conclusione a sorpresa, fulmen in cauda, quello che volete. Sembra quasi di aver sentito male, e la circolarità della frase, oltre ad aggiungere un pizzico di eleganza in più, non aiuta. E invece c’è davvero, c’è una ragazza innamorata di un’altra ragazza (che peraltro è fidanzata, questo lo si sa dal titolo), lì nel primo verso. E poi? E poi basta. Niente “I kissed a girl and I liked it”. Ciò di cui si parla è altro, ed è quello che il titolo già annunciava: c’è un amore non corrisposto, c’è un fidanzato di mezzo, e non va bene. Poteva succedere tra una ragazza e due ragazzi? Sì. Succede tra due ragazze e un ragazzo? Sì. Nessuna delle due cose ha più peso dell’altra. Penso a Saffo, che non si è mai preoccupata di difendersi dall’accusa di essere lesbica, né di rimarcare nelle proprie poesie che amava una donna, ma quando c’era un participio da usare lo metteva al femminile così come doveva essere. Perché dovrei ribadire che sono lesbica? Perché dovrei negarlo?

Quando qualche personaggio famoso fa coming out sono sempre contenta. Anche se magari della sessualità di Tiziano Ferro non mi interessava più di tanto. In ogni caso, quando sono contenta di una notizia di solito mi alzo, vado da mia madre e gliela racconto. (La verità è che racconto a mia madre più o meno qualunque cosa mi interessi, diciamolo.) Ogni volta che la notizia riguarda un coming out, mia madre reagisce nello stesso modo: “E allora? Si poteva anche non dirlo.” Ora, mia madre non è omofoba. In generale, credo che la mia famiglia sia tra le meno omofobe che esistano (fino all’età di quindici anni non mi sono mai posta domande sulla mia sessualità, semplicemente perché nessuno mi aveva mai fatto notare che essere attratta dalle ragazze fosse una cosa che andasse dichiarata e discussa). Ma mia madre è anche disperatamente etero (e non posso dire che non mi dispiaccia almeno un pochino), e il coming out non è un concetto che le appartenga. Per lei, secondo la stessa politica che è stata applicata durante la mia infanzia e prima adolescenza, non c’è bisogno di dichiarare la sessualità di nessuno, perché l’identità della persona che si ha davanti non cambia. Quindi dichiarare la propria omosessualità è quasi un’esibizione, un po’ come insistere per dire alla stampa che ti piace il gelato al cioccolato e non alla vaniglia (riconoscete l’esempio?).

Ecco, io qui una cosa da dire ce l’ho. Essere gay non è affatto come preferire il cioccolato alla vaniglia, essenzialmente per due motivi: primo, nessuno ti insulterà mai per aver pubblicamente dichiarato la tua cioccolatofilia né boicotterà le gelaterie che servono gusti diversi dalla vaniglia; secondo, salvo casi improbabili non esistono al mondo persone che vivono il loro amore per il gelato al cioccolato come una colpa o una vergogna sociale. Quindi, che qualcuno ci racconti le sue preferenze gustative non ci interessa, che qualcuno faccia coming out sì.

Ma non si tratta soltanto di personaggi più o meno famosi. Un’altra cosa che mia madre non capisce è la mia incessante speranza che qualcuna delle persone adulte con cui ho a che fare si dichiari o si scopra omosessuale. No, la mia opinione della persona in questione non cambierebbe. Sì, mi farebbe piacere saperlo. Perché si tratterebbe di un modello positivo, reale, cui sono davvero vicina. In più potrebbe aiutare a dare una scossa a quel genere di omofobia “blanda”, meno manifesta, quella insomma che non si esprime con gli insulti ma con frasi come “non ho niente contro i gay, ma…”. Una delle caratteristiche di questa forma di omofobia è la “sindrome di NIMBY”. NIMBY sta per Not In My BackYard, ed è la sigla che viene usata per indicare l’atteggiamento di chi è favorevole, in linea teorica, a un’opera di interesse pubblico, ad esempio all’installazione di più impianti eolici per produrre energia elettrica, a patto che l’opera in questione non venga costruita nelle immediate vicinanze di casa sua, ad esempio perché le pale eoliche fanno rumore, e non vuole accollarsene gli svantaggi. Ecco, l’omofobia NIMBY è quella di chi dice “non ho niente contro i gay, ma mio figlio/il mio professore/la mia vicina di casa non lo è di sicuro, ti sembra che possa essere gay quello/quella lì?” Insomma, se sei gay si vede, e siccome nessuna delle persone che conosco (o quasi) sembra gay nessuna può esserlo. La persona che adotta questo atteggiamento rischia ovviamente di reagire male di fronte al coming out di un conoscente “insospettabile”, in quanto scoprire l’omosessualità di quest’ultimo la porta a riconsiderare tutto ciò che di lui sapeva, convincendosi di non conoscerlo abbastanza. Per carità, questo momento di diffidenza si può superare, con un buon esercizio di apertura mentale e soprattutto continuando la frequentazione: motivo per cui il coming out del vicino della porta accanto può aiutare quella del balcone di fronte a liberarsi di qualche pregiudizio.

Quindi, il coming out fa bene ed è salutare a te e agli altri? Certo, a patto che l’ambiente in cui vivi ti permetta di uscire allo scoperto senza essere insultato, emarginato, picchiato. Ci sono passi da gigante da fare rispetto all’omofobia in Italia (anche se una fetta sempre più larga della popolazione è favorevole alle unioni civili, pare), e non sono io la persona più qualificata a parlarne. Anche perché io personalmente non ho mai subito attacchi omofobi, per mia fortuna e grazie all’ambiente in cui vivo.

Di sicuro vi è che vivere in un ambiente in cui l’omofobia è ridotta al minimo, e in ogni caso sempre condannata dalle persone la cui opinione realmente mi interessa, fa bene. Meglio di quanto si possa pensare. Oggi riflettevo sul fatto che il mio orientamento sessuale è una delle poche parti di me con cui convivo bene e che non cambierei a nessun patto. Certo, ho avuto anch’io qualche crisi, soprattutto quando mi sono resa conto di non potermi definire propriamente lesbica (sì, è il caso di chiarire qualche cosa, perdonate l’autoreferenzialità) ma piuttosto asessuale (sono attratta dalle ragazze? Sì. Sono attratta dai ragazzi? No. Desidero andare a letto con una ragazza? No, ma l’idea non mi dispiace. L’ho fatto? Sì, e non mi è dispiaciuto. Desidero andare a letto con un ragazzo? No, e non lo sopporterei). Ma alla fine, adottata l’etichetta di queer (sia benedetta), il mio rapporto con la mia sessualità è pienamente sereno, e ne sono felice. Mi aiuta a vivere bene. Per una persona eterosessuale, non avere difficoltà ad accettare il proprio orientamento è scontato, di solito. Per un omosessuale no, ed è questo che dev’essere cambiato il prima possibile.

Quando la società intera vorrà riconoscere che non c’è alcuna differenza di valore tra un ragazzo che ama una ragazza, una ragazza che ama una ragazza o un ragazzo che ama un ragazzo, allora non ci sarà più bisogno di coming out e di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Finché non sarà così, ogni coming out è un passo avanti per l’educazione di chi ci circonda, per far capire a tutti che non è chi si ama o con chi si va a letto a caratterizzarci, ma come lo si fa.

E in fondo, come diceva ieri sera Luciana Littizzetto a Quello che (non) ho:

Basta chiedersi quando la società sarà matura per riconoscere i diritti dei gay. La risposta è: adesso, anzi, ieri.”

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§ 2 Responses to The word’s on the streets and it’s on the news

  • beginnercate says:

    Praticamente condivido tutto quello che hai detto.
    Non ho potuto fare di sbirciare altri post che hai scritto… complimenti scrivi davvero bene: fai delle riflessioni che riesci ad esprimere in una maniera veramente assurda nell’accezione più positiva che mi possa venire in mente. Bravissima.

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