Avere senso, ovvero l’ennesimo nuovo inizio

September 25, 2012 § Leave a comment

È almeno un mese che penso di riprendere a scrivere, e non so mai come cominciare.

Ci vorrebbe qualcosa di simile a una spiegazione del perché ho smesso, o magari dovrei raccontare cosa sia successo nel frattempo (certo, quando mai ho davvero raccontato qualcosa della mia vita quotidiana qui dentro?). Oppure potrei ricominciare senza dire nulla con un bel post su Seneca e perché mi ha delusa. O magari potrei usare come scusa il fatto che ho continuato a pubblicare qualche traduzione su un altro blog (magari no, però se qualcuno andasse a dare un’occhiata non mi dispiacerebbe, e non solo per le mie traduzioni). L’idea generale, in effetti, sarebbe di provare a fare tutte queste cose, per quanto il risultato possa essere discontinuo. Abbiate fiducia, arriverò da qualche parte.

Insomma, Seneca mi ha delusa. Sono mesi che voglio spiegarne il perché, ma sembra che nessuno abbia voglia di ascoltarmi su questo argomento in particolare. Ho letto il De brevitate vitae nel febbraio scorso, in un infelice momento scolastico (d’accordo, sostanzialmente tutto il mio anno scolastico è stato infelice, grazie, maturità!), e ho finalmente capito cosa mi disturbasse della sua filosofia fin dalla quinta ginnasio. Per chi non lo avesse presente, il De brevitate vitae è una lunga lettera sul tempo e sul suo migliore impiego, in cui Seneca argomenta contro tutti coloro (gli occupati) che sprecano il proprio tempo in attività estranee (aliena, che i lettori di almeno la prima Lettera a Lucilio ricorderanno come parola chiave) anziché impegnarsi a ottenerne il controllo, come il saggio deve fare. Insomma, saggio è chi sa impiegare il suo tempo in modo che neppure un attimo vada sprecato – in caso contrario, la vita non potrà che apparire breve, per colpa degli anni persi in occupazioni inutili. E fin qui forse non ho nulla da eccepire: avere il controllo su qualunque cosa è anche il mio ideale di serenità (a volte). Il punto è: e poi? Come dovrei impiegare tutto questo tempo di cui mi sono riappropriata? È qui che Seneca si rivela per quello che è, ovvero un filosofo antico con evidenti ascendenze ellenistiche la cui idea di felicità è incompatibile con quella di qualsiasi uomo moderno, diciamo, la mia. Perché per Seneca il problema non si pone: e poi, una volta ottenuto il controllo sul proprio tempo, il saggio può impiegarlo a… esser saggio? Credo che questo possa concretizzarsi nello studio e nel riposo (sempre di otium si tratta), ma qualcuno più esperto di me mi smentisca pure. In sostanza, però, il saggio fa il saggio, e si chiude nell’ambito di ciò che può serenamente controllare, ovvero in se stesso. Fine. Felicità.

Tutto questo, è naturale, mi sembra inammissibile. Chiudermi in me stessa è esattamente ciò che mi impegno a evitare più di ogni altra cosa. Perché ciò che faccio deve avere un senso, o finirò per smettere di farlo, e il senso di ciò che faccio non può venire da me stessa. Sarà un mio limite (probabilmente lo è), ma di me stessa non so cosa farmene. Il mio terrore è proprio rimanere bloccata all’interno, senza la possibilità di comunicare con altri.

Und mehr noch als das, in allem hatte er nur sich gesucht, und sich nur in allem gefunden.”

Sono abbastanza certa di aver già scritto di questo, dato che lo scopo principale di questo blog è proprio quello di dare un senso ai miei pensieri. All’interno, questo significa che scrivere aiuta a mettere ordine nelle cose; all’esterno, ed è questo che davvero importa, significa che se qualcuno ritrova qualcosa di sé in quello che scrivo, o quantomeno vi riconosce qualcosa che sia valsa la pena di leggere, allora il mio obiettivo è raggiunto. Non si può uscire da se stessi, ma si può almeno comunicare qualcosa. È lo stesso per la conoscenza: nulla di ciò che si impara può e deve rimanere nascosto, non condiviso, e anche per questo desidero insegnare.

Don’t let it go to waste, dice l’epigrafe di questo blog, una delle mie citazioni preferite.

Nel mezzo di tutto questo, tra le mie riflessioni su Seneca e diverse, diverse altre cose, è successo che io smettessi di credere che ciò che scrivo potesse avere senso per qualcun altro. Ho smesso di immaginarmi un destinatario (o, talvolta, di averne uno), e di conseguenza ho perso anche l’identità di chi doveva scrivere. (Non la mia, s’intende.) Poi, poco a poco, altri mi hanno restituito l’idea che quello che avevo scritto o che avrei detto avesse un significato, che, in un certo senso, fosse importante. E, in fondo, scrivere mi è necessario, a patto che qualcuno legga.

Non starò a ringraziare le persone che mi hanno restituito questa fiducia, perché in buona parte non lo sanno e preferisco che continuino a non saperlo. Intanto, voglio ricominciare a scrivere. E non solo. Tra meno di una settimana mi trasferirò a 300 km da casa e inizierò l’università nel luogo migliore che potessi immaginare. (Qui.) So di non potermi permettere di partire con l’idea che quello che scrivo, faccio, dico non abbia importanza. So che dovrò avere fiducia in me stessa, per quanto non sia affatto abituata ad averne. Ma, di nuovo, non è me stessa che voglio cercare, e non è a me stessa che voglio bastare. Con buona pace di Seneca.

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