Alcune note sulle Fenicie di Euripide: una premessa

April 14, 2013 § 2 Comments

Forse dovrei spiegare in qualche modo i miei sei mesi di assenza. Dubito fortemente, però, che questo sia davvero utile. Chiariamo in poche parole: università, nuova città, nuovi ritmi. La primavera mi risveglia. C’è il sole, sono sulla terrazza del collegio, fa indegnamente caldo, e scrivo (di nuovo). Non posso garantire che durerà, il tempo a disposizione è davvero poco, ma ci sarà almeno questo post, e due altri a breve.

Ho promesso questo post da settimane, come risposta a una discussione che serpeggia tra i miei compagni di corso. (L’immagine è letterale: da brava serpe, tende a restare nascosta per la maggior parte del tempo per poi riemergere in momenti strategici. A mensa, tendenzialmente, ma questo è naturale.) Per chi mio compagno di corso non è (e non fa parte del discreto numero di persone che annoio di frequente con i miei discorsi, a prescindere dal corso di studi), offro un minimo di contesto: la tragedia in programma per l’esame di Letteratura Greca di quest’anno sono le Fenicie di Euripide, e la discussione, com’è naturale, è nata intorno a loro. Personalmente, ho finito di tradurle un paio di settimane fa; non avrei avuto altri motivi per scegliere proprio le Fenicie su cui lavorare, e per una volta sono grata al mio corso di greco per questo.

Ora, chiariamo subito una cosa: le Fenicie non sono una bella tragedia. Sono una tragedia autoreferenziale, confusa dal punto di vista drammatico, infestata di dialoghi insulsi e battute incongrue al contesto. Nel primo episodio Giocasta, incontrando il figlio Polinice per la prima volta dopo che è andato in esilio, durante una tregua organizzata dalla madre stessa nella speranza di scongiurare lo scontro fratricida che si prepara, inesorabile e mosso dai motivi più gretti, gli rivolge queste significative e sensibilissime domande (la traduzione, decisamente rozza, è mia):

G: “Esito a domandarti ciò che desidero, per timore di ferirti: ma lo desidero.”
P: “Chiedi pure, non lasciar da parte nulla: ciò che tu vuoi, madre, mi sta a cuore.”
G: “Allora ti chiederò ciò che innanzitutto desidero sapere: com’è esser privati della patria? È proprio un grande male?
P: “Grandissimo, non è cosa che le parole possano esprimere.”
G: “E che impressione dà? Cosa c’è di doloroso per gli esuli?”
P: “Una cosa è la più grave: non avere libertà di parola.”
G: “È proprio una cosa da schiavi, non poter dire ciò che si pensa.”
P: “Ma bisogna sopportare l’ignoranza dei potenti.”

Eccetera. Non credo ci sia bisogno di commento (né dei miei corsivi) per enfatizzare l’infelicità drammatica di un passo del genere (che peraltro segue un canto lirico notevolissimo di cui, nei miei progetti, avrò modo di parlare). Di certo l’idea ha un valore culturale indiscutibile, non ho obiezioni; ma le Fenicie non sono, appunto, per dare una diretta valutazione estetica, una bella tragedia. Sono anche un testo di cui si intuiscono le cicatrici: le ultime centinaia di versi soffrono con tutta evidenza di una selva di interpolazioni, rimaneggiamenti, chissà cos’altro, di cui ormai è impossibile districare il gomitolo (e qui mi sia concessa un’osservazione generale: un testo dovrebbe avere un valore anche per come ci è pervenuto, l’illusione di ripristinare fantomatiche “versioni originali” o archetipi si rivela per quello che è proprio in casi come questo – di fronte al rischio di snaturare l’intera tragedia, come fa chi elimina magari i riferimenti al seppellimento di Polinice per una banale questione di coerenza, non è forse il caso di rinunciare e accettare i propri limiti? Per questo le mie osservazioni si riferiranno sempre al testo che ho letto, senza discutere su cosa sia più probabilmente euripideo e cosa no. E poi, agli dei piacendo, non sono un filologo); Creonte, tanto per dire, resta in scena per 230 versi della sequenza finale, ascoltando in silenzio il racconto del messaggero senza intervenire fino al momento in cui i suoi interessi sono direttamente in gioco (possibilità affascinante, se mi si permette, ma drammaturgicamente incoerente), oppure esce e rientra senza che nessuno commenti i suoi movimenti (altra situazione ben difficile da ammettere). Almeno da metà tragedia (ma anche prima, per chi sospetta dell’autenticità della teichoskopìa iniziale) è chiaro che qualcosa non va, che o l’autore sta perdendo il filo del testo (cosa non del tutto improbabile, per un dramma in cui undici personaggi si alternano in scena) o, per salvare la sacrosanta reputazione di Euripide, che più persone ci hanno messo mano. Ora, io non so cosa sia successo, anche se qualche interpolazione è evidente e naturalissima, ma rimane l’impressione di star leggendo qualcosa di non del tutto formato, di cui non è così semplice dare una valutazione, riconoscere i difetti o gli eventuali pregi.

Dunque le Fenicie non sono una bella tragedia, né tantomeno una grande tragedia. L’Antigone è una grande tragedia, sulla stessa linea del mito. I Sette a Tebe, naturalmente, altrettanto, con tutte le riserve dovute a un testo “arcaico” (e anche su questo avrei da ridire, ma pace). Quest’ibrido confuso contiene in sé, tuttavia, una cosa di cui Euripide pare fosse maestro, e che la stessa storia sofferta del testo pare, se mi si consente l’immagine poetica, riflettere: è una tragedia umana. È una tragedia in cui si rappresenta un’immensa confusione di valori, qualcosa contro cui chi legge, assiste (vorrei essere tra i fortunati), scrive non può che rivoltarsi. Due fratelli si scontrano e si uccidono per una questione di potere, nessuno dei due ha torto e nessuno ha ragione, perché nessuno dei due è in grado di comprendere cosa stia succedendo al di fuori del loro litigio familiare trasformato in battaglia. La città di Tebe è in pericolo, di nuovo, e ricorda l’ira di Ares che ne ha accompagnato la nascita nel tentativo di dare un senso alle proprie vicende. Lo fa, per di più, attraverso un coro di giovani straniere, le Fenicie del titolo, perché Tebe stessa non ha più voce. Sarà il sacrificio di un ragazzo a garantire salvezza alla città, che rimarrà ugualmente in mano a chi, tra i potenti, è certo il meno colpevole, ma non per questo più capace di comprendere una realtà che ai giochi di potere, e ai loro effetti disastrosi per tutti, non sa più come opporsi. Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo che dovrebbero occupare il centro del dramma, restano ai margini; al centro sono invece accostate due coppie, genitore e figlio: Creonte e Meneceo, Giocasta e Antigone. Ciascuno di loro è un personaggio di umanità immensa, ed è questo l’unico vero motivo per cui le Fenicie sono, in fondo, una lettura che vale il tempo dedicatole.

Ma questo post è ormai sproporzionatamente lungo, sto scadendo nel retorico e avrei ancora ben altro da scrivere. Ne prometto, dunque, come prevedevo in apertura, altri due, possibilmente più brevi e meno tecnici, uno dedicato a Giocasta, a Creonte e, credo, a Meneceo, l’altro ad Antigone. Perché, casualmente, nel frattempo ho ripreso in mano la tragedia di Sofocle, e, me lo si perdoni, ho amato molto di più la ragazza ritratta da Euripide rispetto alla figura sofoclea. Spero di aver modo e tempo di spiegare degnamente perché.

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§ 2 Responses to Alcune note sulle Fenicie di Euripide: una premessa

  • Aglaia says:

    Welcome back. Visto che hai citato proprio quei versi delle Fenicie mi è venuto in mente un saggio di Foucault sulla parresia (o parrhesia): “Discorso e verità nell’antica Grecia”. Parla molto di varie tragedie di Euripide, magari ti interessa.
    PS1 Cosa saresti se non un filologo? 🙂
    PS2 Ma alla vostra mensa parlate anche di altro?

    • Thanks. Il saggio è sicuramente interessante, ti ringrazio.
      PS1 Per ora, una persona che studia greco. Inteso soprattutto come lingua, e mi piacerebbe che rimanesse così. Ma è un po’ una battaglia persa, naturalmente 🙂 Intanto sono una persona in ritardo con i compiti, visto che volevo pubblicare la seconda parte almeno entro domenica scorsa, ma prima o poi arriverà.
      PS2 Sì, ma tendiamo comunque pericolosamente all’accademico.

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