Alcune note sulle Fenicie di Euripide: Giocasta, Creonte, Meneceo

April 27, 2013 § Leave a comment

Non ditemelo, sono in ritardo. Li chiameremo “tempi tecnici da preparazione di seminario”.

Innanzitutto, qualcuno mi ha chiesto conto (nella consueta maniera puntualissima per cui ringrazio) di quanto ho scritto nell’ultimo post. Ci tengo a chiarire almeno una cosa, al di là del fatto che, naturalmente, si tratta di mie opinioni personali senza pretese di autorità (caratteristica che peggiorerà in questo post e nel successivo): non ho un’ipotesi filologica sulla costituzione del testo delle Fenicie. È tutto ben più complicato di quanto si addica alle mie possibilità – mi limito a osservare che un problema di “autenticità” c’è, ed è evidente, e che nonostante ciò non ne terrò conto (perché, personalmente, penso che il testo abbia valore per come ci è pervenuto, al di là delle analisi filologiche, etc.). Questa precisazione è fondamentale per quanto segue, dato che la caratterizzazione dei personaggi (Antigone in particolare) cambierebbe radicalmente se non si prendessero in considerazione sezioni come la teichoskopìa o i riferimenti al seppellimento di Polinice nel finale. Per chi invece volesse documentarsi meglio sull’aspetto testuale della questione, a livello divulgativo raccomando, per una volta, l’edizione BUR a cura di Enrico Medda, corredata di un’ottima introduzione e un’appendice note al testo che rimediano (in modo peraltro ben più leggibile) all’assenza di apparato critico.

Ma torniamo ai personaggi. Se non fosse chiaro, non ho intenzione di parlare né di Eteocle né di Polinice, se non per opposizione. I due fratelli non sono affatto i protagonisti del dramma, e l’unica cosa che sanno fare davvero bene è discutere. Per un episodio intero. Senza concludere nulla, senza ascoltarsi, senza ascoltare la madre. Ciascuno dei due è mosso da diverse motivazioni e diverse ambizioni, entrambi non vedono oltre il proprio regal naso. È questo ciò che li condanna ad avere torto, inappellabilmente, a differenza di quanto avveniva nei Sette a Tebe eschilei: per quanto Polinice sia più dalla parte del giusto rispetto al fratello, non è capace di preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni esattamente come lui. Agendo per un principio non certo condannabile (effettivamente, Eteocle l’ha cacciato dalla propria città violando i patti, condannandolo alla peggiore sventura per un uomo greco), Polinice porterebbe o Tebe o l’esercito argivo alla sconfitta e alla distruzione. Non ci sarebbe modo di evitare questa considerazione neppure se Giocasta non la rendesse esplicita a metà del (lunghissimo) primo episodio. Da parte sua, Eteocle non difende Tebe, ma il proprio diritto alla tirannide: “Se si deve agire ingiustamente, meglio farlo per il potere.”

Il carattere dei due fratelli, d’altronde, si sarebbe potuto intuire perfettamente già dal loro atteggiamento nei confronti del padre. Nelle Fenicie, sia Edipo sia Giocasta sono vivi, e Creonte non ha ancora preso il potere a Tebe; cosa più importante, Edipo non ha maledetto i figli nel momento in cui ha scoperto la propria colpa. È tipico di Euripide presentare versioni inaspettate del mito, ma questa alterazione è particolarmente significativa: Edipo maledice i figli in risposta al loro primo atto di crudeltà ed egoismo, ovvero quando essi, divenuti adulti, decidono di rinchiudere il padre nel palazzo, nascondendone l’esistenza al mondo nella (risibile) speranza che i cittadini dimentichino la macchia che è stata la loro stessa nascita. A narrare il tutto è una Giocasta molto servizievole, nel prologo: un lungo discorso denso d’informazioni sugli antefatti della torbida vicenda, che andò inevitabilmente soggetto all’accusa di essere inopportuno. Il fatto è che Giocasta racconta la storia della propria famiglia deforme (simboleggiata da un Edipo sfregiato, di cui la madre si prende cura anche dopo la condanna dei figli) con un’attenzione al particolare straordinaria sì, ma sempre temperata dalla volontà di riportare tutta la storia a qualcosa che, in fondo, può essere normale. O meglio, Giocasta racconta la storia della propria famiglia distrutta come chi ne fa ancora parte (il contrario di ciò che accade nell’Edipo Re sofocleo) e, soprattutto, è ancora legato da profondi legami affettivi a tutti i protagonisti della vicenda. Quasi commovente (o morboso, se si preferisce) è l’affetto che la madre-moglie prova per Edipo, quasi che il suo doppio status di marito e figlio non abbia fatto altro che accrescere la forza della loro unione. Così anche per i figli e le figlie del letto contaminato – soprattutto Antigone e Ismene, nomi scelti a turno, uno dalla madre e uno dal padre, nell’ottica di una “comunanza di figli” tra marito e moglie che mantiene unito il nucleo familiare. È attraverso questo nucleo affettivo che Giocasta è in grado di mettere ordine, in qualche modo, nella confusione di valori creata dagli dei e dagli uomini, riportandosi a quelli, tra i valori, che dovrebbero essere in grado di renderle almeno sopportabile l’esistenza. Ed è anche l’unico personaggio a porre i due fratelli di fronte alle proprie responsabilità, rispondendo a ciascuno dei discorsi pronunciati da loro in difesa della propria posizione con una rhesis che è un appello alla responsabilità, di fronte alla città di Tebe, l’elemento sociale intorno al quale i legami familiari a propria volta si tessono, ma anche di fronte al cosmo intero (la metafora scelta non è casuale: il Sole e la Notte, pur dovendo alternare il proprio regno, non sono insofferenti nel sottomettersi al patto per il bene dell’umanità).

Tuttavia, non è a Giocasta che spetta di salvare Tebe. Anzi, tecnicamente a Giocasta non spetta di salvare proprio nulla: la sua fine sarà la rinuncia, l’abdicazione al proprio ruolo di “faro degli affetti” attraverso il suicidio – ma il medesimo ruolo sarà immediatamente ricoperto da Antigone, cui la madre stessa “passa il testimone” chiamandola, simbolicamente, fuori dalle stanze verginali alla vita adulta. C’è però nelle Fenicie un secondo nucleo familiare oltre a quello dei Labdacidi, ed è quello cui Giocasta stessa appartiene per sangue, rappresentato dal fratello di lei, Creonte, e dai suoi figli. È a loro, gli ultimi discendenti per linea pura degli Sparti, i guerrieri nati dai denti del drago sacro ad Ares seminati da Cadmo, che spetta di salvare la città. La contesa dev’essere espiata, e il compito, per responso di Tiresia, ricade su Meneceo, figlio minore di Creonte. (A Emone, il maggiore, spetta invece di sposare Antigone, ma quest’esigenza tradizionale è integrata nel testo, per una volta, in modo davvero maldestro.) L’unico ostacolo alla salvezza della città, questa volta, sono proprio gli affetti familiari, e qui (a mio modesto e forse non condivisibile parere) si arriva a uno dei momenti migliori di Euripide in quanto autore tragico che non attenua in alcun modo i conflitti di valore. Perché la reazione di Creonte al responso di Tiresia, ovvero tentare di far fuggire il figlio di nascosto pur di salvare lui, condannando Tebe, è perfettamente comprensibile (anche se il personaggio di Creonte, per parte sua, è altrettanto cieco e odioso di Eteocle e Polinice, e lo rivelerà nel finale). Sarà Meneceo ad assumersi la responsabilità di fare ciò che è giusto, sacrificandosi di propria mano sulle mura, nel punto più adatto per placare Ares. L’esigenza della collettività trionfa su quella personale, come nell’Eretteo, tragedia euripidea perduta della quale ci è stata tramandata una stucchevole rhesis (contenuta nell’altrettanto stucchevole orazione Contro Leocrate di Licurgo) in cui la moglie di Eretteo, Prassitea, approva il sacrificio della figlia per salvare la città. Ma anche nell’Eretteo il finale era tutt’altro che conciliatorio: pur con Atene salva, la madre ignorava che le altre figlie avevano giurato di uccidersi a propria volta se la sorella fosse stata sacrificata. Segue massacro. Nelle Fenicie, toccherà ad Antigone scegliere tra il ruolo veramente “tragico” della sua omonima sofoclea e un’altra strada, più umana.

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