Il peso del corpo e lo sforzo dell’ale, ovvero qualcosa sul (mio) esame di maturità

June 24, 2013 § Leave a comment

Nota: questo post potrebbe avere un tono piuttosto amaro. Accidents happen.

Siamo in periodo di maturità, ed è curioso guardare tutto dall’esterno per la prima volta. Da matricola universitaria, ora posso davvero leggere gli stati su facebook [è un’espressione che non amo usare per iscritto, ma che temo dovrò ripetere ancora qualche volta], i messaggi e le preoccupazioni di chi la maturità la sta facendo (avete tutta la mia solidarietà, sia chiaro) e pensare che non solo tutto questo non mi riguarda, questa volta, ma non mi riguarderà mai più. (Il che poi non è vero, perché ancora l’anno prossimo persone a me care dovranno finire il liceo, quindi indirettamente sono ancora coinvolta.) Nel frattempo, ho anche la possibilità di leggere gli stati su facebook di chi la maturità l’ha già fatta, e desidera in qualche modo offrire la sua esperienza ai novelli maturandi. Il tutto dopo l’ondata di post (che personalmente ho trovato abbastanza fastidiosi, ma per fortuna il computer offre la possibilità di non soffermarsi su ciò che infastidisce) di studenti universitari che si lamentavano perché i liceali erano già in vacanza e loro invece avevano esami fino a luglio. Ora, invece, il commento più frequente che mi è capitato di osservare è stato sul tono di “giovani ingenui, godetevi la maturità che è una bella esperienza, e ricordatevi che a settembre la rimpiangerete perché i ritmi universitari sono molto peggiori” [questa è una rielaborazione personale, nda]. Il che mi porta a ripensare alla mia, di maturità, e ai miei ritmi universitari, e al fatto che forse è il momento di fare un breve bilancio.

Inizio col dire che non rimpiango il liceo, così come non ho rimpianto le medie o le elementari. Questo ha in parte a che fare con la mia apparente incapacità di integrarmi davvero bene in qualsiasi ambiente, ma soprattutto col fatto che il mio ultimo anno di liceo è stato abbastanza insopportabile. Al di là di una serie di difficoltà di natura personale, come il ritrovarmi senza una delle persone con cui avevo legami più stretti, ciò che ricordo meglio della mia terza liceo (classico e senza riforma degli anni di corso, evidentemente) è “il peso del corpo e lo sforzo dell’ale”. Ovvero la sensazione di volermene andare, di non poterne più di una scuola che mi costringeva a fare ciò che non volevo, o meglio, che avrei anche voluto (perché in realtà non ho mai trovato una materia che davvero non m’interessasse) se soltanto mi fosse stato permesso di fare le cose con un po’ più di calma. E invece l’ultimo anno di liceo è quasi inevitabilmente una corsa contro il tempo, anche per gli insegnanti, che si ritrovano a dover finire programmi di dimensioni improbabili e a dover valutare tutto nel modo più comprensivo possibile in modo da arrivare a definire chiaramente le ammissioni alle prove finali. Durante il mio ultimo anno di liceo sono arrivata a fare quel che avevo temuto per i quattro anni precedenti, perdendo il controllo e gridando contro una mia insegnante di fronte a tutti (insegnante con cui peraltro rimango tutt’ora in ottimi rapporti, e questo dà solo a intendere quanto si tratti di una persona notevole).

Ma non è dell’ultimo anno di liceo che avevo intenzione di parlare, anche perché ho anche ottimi ricordi che, in quanto tali, spesso preferisco coltivare in silenzio. Il punto è questo: mai e poi mai rifarei la maturità, anche se ciò dovesse significare poter arrivare alla laurea senza dare più un esame. Perché, anche se naturalmente questa rimane un’esperienza personale, della mia maturità ricordo soprattutto la rabbia per dover studiare di nuovo tutto ciò che non volevo, per di più in tempi strettissimi, per dare un esame che altro non era che una formalità, mentre avrei voluto (e dovuto) fare altro. Ricordo il pensiero martellante, lasciatemi andare, cosa volete ancora da me. Io la notte prima degli esami l’ho passata nel letto dei miei genitori, a iperventilare per il terrore di avere un attacco di panico durante la prima prova scritta. [Lo so, è profondamente illogico, non ditemelo.] Ma non è neppure questo il motivo per cui preferisco mille volte l’università col suo carico di lavoro incessante all’esperienza della maturità. Il fatto è che ora, finalmente, posso studiare ciò che desidero. Anzi, a voler dire ciò che davvero è importante, ora finalmente ho la sensazione veritiera di stare studiando per me stessa, non per soddisfare le esigenze di un meccanismo che non condivido. E non farei il cambio con un impegno minore (che poi minore non è: ricordate quanto si studiava e con quanta fretta al liceo?) a nessun costo.

Mi si dirà che, oggi come allora, avrei potuto sottrarmi alle esigenze di quel meccanismo. Avrei potuto studiare per bene solo ciò che mi interessava, o ciò che sapevo mi sarebbe stato utile nel mio percorso futuro, e lasciare da parte ciò che invece mi sottraeva tempo. Probabilmente me la sarei cavata, e forse avrei dovuto farlo (talvolta me lo rimprovero). Ma – e questa è anche una delle conclusioni di una conversazione che ho avuto qualche tempo fa – il sistema della valutazione scolastica così com’è ha anche lo svantaggio di offrire una (apparentemente) facile via d’uscita per chi, come me, soffra di bassa autostima e buone capacità intellettuali. Anche su questo, magari, è meglio non soffermarsi, per il bene della mia dignità.

Intanto, conservo anche qualche piccolo, prezioso ricordo della mia maturità (incentrato soprattutto su due persone, quelle che sono uscite con le lacrime agli occhi dopo il mio orale, per motivi forse non troppo diversi). Ne conservo alcuni agghiaccianti e personali, che mi accorgo in questo momento di non aver superato e che non hanno posto nella discussione della maturità di nessun altro. Ricordo il modo in cui le due insegnanti che più avrebbero avuto motivo di rancore nei confronti della mia classe ci mostrarono supporto senza quartiere nell’opporsi a una presidente di commissione di dubbia correttezza. Ricordo l’odio e il senso d’ingiustizia che può nascere dalla scoperta di una scorrettezza infantile come può essere l’aggiungere in programma argomenti non svolti in modo da coprire la propria incapacità (non ho parole più miti), di nascosto, nonostante le discussioni e nonostante i patti. Ricordo con gratitudine la disponibilità di un professore che risponde alla telefonata di una ragazza in preda al panico nel pomeriggio della prima prova. La ricordo come un’esperienza umana, che è stato come sempre (o quasi) importante compiere ma che non rifarei, mai.

Ricordo, e qui spero che i miei compagni di classe che eventualmente leggano ora, a distanza di un anno o quasi, non me ne vogliano troppo, come l’importanza data alla valutazione, il desiderio di avere quei pochi (o molti) punti in più abbia portato la mia classe a dividersi e ad accusare un insegnante cui si poteva rimproverare solo di essere stato rigido e onesto. E per questo mi preoccupa il fatto che il voto di maturità, quest’anno, avrà valore anche per l’ammissione all’università, anche se ormai la cosa non mi riguarda. Mi preoccupa non tanto perché non si può mai garantire che il sistema di valutazione funzioni bene (in fondo, so che questa non è una visione utile, ma mi terrorizzerebbe molto di più un sistema che fosse in grado di valutare in modo oggettivo il valore di ogni singola prova all’interno di un percorso scolastico, al netto dei fattori emotivi e di fortuna – mi terrorizzerebbe la possibilità di ricevere una valutazione senza appello, che mi dica “tu hai fatto davvero una cosa che vale tanto e non di più” – ma qui torniamo alla bassa autostima), non tanto per questo, ma perché in questo modo non si fa altro che dare ancora e ancora importanza alla valutazione numerica in sé e per sé. Avere un punto in più o in meno a un test di ammissione è determinante, e di conseguenza anche avere un punto in più o in meno alla maturità lo diventerà, senza la minima considerazione per il valore del percorso scolastico che sta dietro tutto ciò. E allora, in fondo, forse è davvero meglio che un professore ti passi la versione se è troppo difficile.

Tranne per il fatto che io quest’ultima cosa non la accetterò mai, perché significherebbe ammettere che due o tre centesimi e un esame valgano più di quello che io ho imparato a fare in cinque anni di scuola.

In conclusione, mi si permetta un momento paternalistico: maturandi, innanzitutto fregatevene di quello che ho scritto, perché è la mia esperienza e non quella di qualcun altro e perché avrete modo di pensare alla vostra a suo tempo. In secondo luogo, sappiate che, con un po’ di fortuna e buona volontà, tra qualche mese avrete più lavoro da fare, più tempo per farlo, e molta più soddisfazione. E con questo mi sento ufficialmente vecchia.

E cito d’Annunzio. Possiamo cadere più in basso?

Ed in nessuna plaga
con più guerra, ahi, l’anima audace
travagliarono il peso
del corpo e lo sforzo dell’ale.”

(Alcyone, Il Gombo)

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