Qualcosa sulle cose.

July 4, 2013 § 1 Comment

Scrivo, cancello e ricancello. (Da qualche parte prima dell’ultimo passaggio devo avere anche riscritto.) È abbastanza evidente che la mia ispirazione scrittoria (peraltro di rado esistente) sia un po’ arenata, negli ultimi mesi, al di là del poco tempo e di qualunque altra scusa io possa inventare. Oggi, però, il fatto che io cancelli e riscriva è particolarmente ironico, perché volevo scrivere un post su come non sono in grado di gettar via cose, e soprattutto parole, anche noto come “il motivo per cui non uso più Anobii e anche Goodreads è stato un fallimento e tutto ciò che in realtà non volevate sapere”. Il fatto è che ho appena cambiato computer (in realtà un vecchio portatile di mio padre opportunamente riadattato, dal peso ingestibile, i tasti rumorosissimi e la webcam montata al contrario con conseguenti, meravigliose immagini capovolte), e questo significa fare backup e trasferire file. Per fortuna il mio bagaglio elettronico è decisamente leggero (musica a parte, i documenti occupano davvero poco spazio, tant’è che finora me la sono cavata perfettamente con un netbook); ma ci sono altri motivi per cui un backup per me è un’operazione tutt’altro che rassicurante.

Il fatto è che avere la certezza che qualunque cosa succeda (o quasi) i tuoi file, anche quelli meno importanti, quelli che non hai religiosamente conservato su chiavetta o come allegati a mail mandate al tuo stesso indirizzo per timore che si cancellassero mentre stavi lavorando (eh sì), i tuoi file, dicevo, saranno salvi dovrebbe essere il migliore antidoto all’angoscia di una persona che ha il terrore di perdere le cose. In realtà, sugli oggetti sono arrivata a un compromesso: li perderò, è inevitabile, soprattutto se sono piccoli, inutili e ci sono affezionata. Anche se quando ho perso un certo frammento di quarzo perfettamente trasparente quest’inverno ci sono rimasta particolarmente male. Il fatto è che o mi rassegno a tenere le cose chiuse in una scatola, come facevo da bambina con i piccoli tesori che tutti, o almeno spero, abbiamo raccolto fino a una certa età, oppure accetto il fatto che un giorno quella pedina blu che mi è stata regalata mesi fa potrà scivolare fuori dalla mia tasca e perdersi irrimediabilmente per strada. Lo so, non c’è nulla di razionale nel conservare pezzi di plastica blu (ma sono blu!), né alcunché di preoccupante nel perderli. Non sono oggetti di valore. Ma sono cose, e perdere cose è perdere pezzi di spazio intorno a me, di qualcosa che dovrebbe restare completo e in ordine per il mio benessere personale.

Tutto questo atteggiamento già di per sé discutibile diventa davvero problematico nel momento in cui io devo relazionarmi con i testi, si tratti di documenti, handout di conferenze e seminari, libri di scuola o file su un computer. Ricordo ancora il misto di angoscia e di trionfo che provai nello smembrare – letteralmente – i libri delle medie e mandarli al macero dopo l’esame. Il punto era che o si dovevano conservare o andavano distrutti, senza mezzi termini. Ora, almeno con i libri, ho più o meno accettato il compromesso di venderli. Ma a scuola finita, e non tutti, solo quelli che, ne sono certa al di sopra di ogni dubbio, non mi serviranno più. (Avvertenza per chi si trovasse nella mia situazione: all’università questo sistema si rivela un colossale fallimento.) Con i documenti stampati ho qualche difficoltà maggiore, ma occupano spazio, e la scelta è tra arrendersi al disordine (e alla triste realtà che accumulare fogli, in assenza di un perfetto sistema di catalogazione, che è poi un altro problema, significa solo non saperli ritrovare al momento del bisogno) ed eliminarne periodicamente almeno una parte. Con le mail è un disastro. Solo il cestino del mio programma di posta elettronica ha richiesto circa un minuto di backup (ah, davvero dovrei svuotarlo io ogni tanto? Non lo fa in automatico? Ok, non ho speranze). Con i file di testo, be’, allora non c’è speranza.

Il problema è che le parole significano. E questa è la speranza elementare di ogni filosofo del linguaggio, credo. Le parole significano cose, persone, elementi di ricordi che io, da sola, fatico a mantenere. (Già, perché ho una memoria spaventosamente selettiva, ma per questo avevo anche pensato a un altro post, se mai supererò l’idea che tutto questo sia tremendamente tedioso per chi non è me.) E non sono solo i file così come vengono salvati, le versioni definitive, a dover essere conservate per questo, altrimenti il problema sarebbe relativo. Il fatto è che fosse per me salverei ogni versione intermedia di ciò cui sto lavorando, non per timore di perdere qualcosa, ma perché anche lo sviluppo di uno scritto ha un significato. E poi vorrei ricevere le versioni intermedie di qualunque file mi venga mandato, per poter entrare in qualche modo dentro chi lo stava scrivendo (ma qui scadiamo nel patologico). Vorrei poter vedere tutto, riesaminare ogni stadio della mia coscienza e di quella altrui, così come si fissa su carta. Mio fratello mi ha proposto di fare un backup che conservasse le vecchie versioni dei file, di salvataggio in salvataggio. Io ne ho il terrore. Perché se potessi cominciare a farlo non saprei dove fermarmi, farei backup ogni giorno, terabyte su terabyte di pura inutilità. Perché tutto questo è inutile, sono la prima a saperlo.

E poi, c’è il problema della divisione all’infinito. Quando si può parlare di “nuova versione” di un documento? Non finirei a salvare a ogni nuovo paragrafo, ogni dieci parole? Oppure ogni volta che cancello qualcosa, per evitare che ciò che è stato cancellato si perda mai? Ringraziamo il cielo che io non lavori su carta. Ringraziamo il cielo che non ho una macchina da scrivere.

E poi ci sarebbe il problema di come rileggere tutta questa mole di parole. Già mi affatica il pensiero di conservare tutto ciò che altri mi hanno mandato, sapendo che non ho la forza di rileggerlo, e anche se l’avessi non avrei la forza di tenerlo a mente. (È meglio che tenga tu i miei quaderni.) Il fatto è che le cose si perdono, comunque decidiamo di attaccarci a loro. E selezionare, per chi vede il mondo come me, è uno sforzo improbo. Per questo, appunto, ho ad esempio smesso di usare Anobii. Perché non posso accettare di avere una lista incompleta dei libri che ho letto, perché dovrei iniziare soltanto da oggi senza tentare di ricostruire le mie letture, ma questo significherebbe lasciar fuori dalla lista i Karamazov, Guerra e Pace, i Miserabili, il Conte di Montecristo, i racconti di Dahl, il Silmarillion, tutto ciò che in qualche modo ha o deve avere un significato, senza cui la mia identità libraria non ha alcun senso. Non potendo sopportare una lista incompleta, non si fa nessuna lista. Oppure un giorno mi deciderò a catalogare tutta la mia biblioteca (e le date di lettura? Come faccio a ricostruire le date di lettura? Ho una pessima memoria!), sapendo che continuerà a mancare tutto ciò che ho preso in prestito. È molto più della “vertigine della lista” di echiana memoria, o dell’horror vacui. O meglio, è un horror vacui che non ha niente a che fare col desiderio di riempire, perché riempire è fonte di altrettanta angoscia catalogatoria, ma proprio con l’ossessione di non restare vuoti. Quando forse restare vuoti sarebbe una liberazione, come fare a pezzi i miei libri delle medie, ma non credo che l’angoscia sarebbe sopportabile. Né, d’altro canto, che il vuoto, di cose di parole di affetti, sia ammissibile, in sé.

because the thing about things
is that they can start meaning things nobody actually said
and if you’re not allowed to love people alive
then you learn how to love people dead

Amanda Palmer

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