Qualcosa sulle cose.

July 4, 2013 § 1 Comment

Scrivo, cancello e ricancello. (Da qualche parte prima dell’ultimo passaggio devo avere anche riscritto.) È abbastanza evidente che la mia ispirazione scrittoria (peraltro di rado esistente) sia un po’ arenata, negli ultimi mesi, al di là del poco tempo e di qualunque altra scusa io possa inventare. Oggi, però, il fatto che io cancelli e riscriva è particolarmente ironico, perché volevo scrivere un post su come non sono in grado di gettar via cose, e soprattutto parole, anche noto come “il motivo per cui non uso più Anobii e anche Goodreads è stato un fallimento e tutto ciò che in realtà non volevate sapere”. Il fatto è che ho appena cambiato computer (in realtà un vecchio portatile di mio padre opportunamente riadattato, dal peso ingestibile, i tasti rumorosissimi e la webcam montata al contrario con conseguenti, meravigliose immagini capovolte), e questo significa fare backup e trasferire file. Per fortuna il mio bagaglio elettronico è decisamente leggero (musica a parte, i documenti occupano davvero poco spazio, tant’è che finora me la sono cavata perfettamente con un netbook); ma ci sono altri motivi per cui un backup per me è un’operazione tutt’altro che rassicurante.

Il fatto è che avere la certezza che qualunque cosa succeda (o quasi) i tuoi file, anche quelli meno importanti, quelli che non hai religiosamente conservato su chiavetta o come allegati a mail mandate al tuo stesso indirizzo per timore che si cancellassero mentre stavi lavorando (eh sì), i tuoi file, dicevo, saranno salvi dovrebbe essere il migliore antidoto all’angoscia di una persona che ha il terrore di perdere le cose. In realtà, sugli oggetti sono arrivata a un compromesso: li perderò, è inevitabile, soprattutto se sono piccoli, inutili e ci sono affezionata. Anche se quando ho perso un certo frammento di quarzo perfettamente trasparente quest’inverno ci sono rimasta particolarmente male. Il fatto è che o mi rassegno a tenere le cose chiuse in una scatola, come facevo da bambina con i piccoli tesori che tutti, o almeno spero, abbiamo raccolto fino a una certa età, oppure accetto il fatto che un giorno quella pedina blu che mi è stata regalata mesi fa potrà scivolare fuori dalla mia tasca e perdersi irrimediabilmente per strada. Lo so, non c’è nulla di razionale nel conservare pezzi di plastica blu (ma sono blu!), né alcunché di preoccupante nel perderli. Non sono oggetti di valore. Ma sono cose, e perdere cose è perdere pezzi di spazio intorno a me, di qualcosa che dovrebbe restare completo e in ordine per il mio benessere personale.

Tutto questo atteggiamento già di per sé discutibile diventa davvero problematico nel momento in cui io devo relazionarmi con i testi, si tratti di documenti, handout di conferenze e seminari, libri di scuola o file su un computer. Ricordo ancora il misto di angoscia e di trionfo che provai nello smembrare – letteralmente – i libri delle medie e mandarli al macero dopo l’esame. Il punto era che o si dovevano conservare o andavano distrutti, senza mezzi termini. Ora, almeno con i libri, ho più o meno accettato il compromesso di venderli. Ma a scuola finita, e non tutti, solo quelli che, ne sono certa al di sopra di ogni dubbio, non mi serviranno più. (Avvertenza per chi si trovasse nella mia situazione: all’università questo sistema si rivela un colossale fallimento.) Con i documenti stampati ho qualche difficoltà maggiore, ma occupano spazio, e la scelta è tra arrendersi al disordine (e alla triste realtà che accumulare fogli, in assenza di un perfetto sistema di catalogazione, che è poi un altro problema, significa solo non saperli ritrovare al momento del bisogno) ed eliminarne periodicamente almeno una parte. Con le mail è un disastro. Solo il cestino del mio programma di posta elettronica ha richiesto circa un minuto di backup (ah, davvero dovrei svuotarlo io ogni tanto? Non lo fa in automatico? Ok, non ho speranze). Con i file di testo, be’, allora non c’è speranza.

Il problema è che le parole significano. E questa è la speranza elementare di ogni filosofo del linguaggio, credo. Le parole significano cose, persone, elementi di ricordi che io, da sola, fatico a mantenere. (Già, perché ho una memoria spaventosamente selettiva, ma per questo avevo anche pensato a un altro post, se mai supererò l’idea che tutto questo sia tremendamente tedioso per chi non è me.) E non sono solo i file così come vengono salvati, le versioni definitive, a dover essere conservate per questo, altrimenti il problema sarebbe relativo. Il fatto è che fosse per me salverei ogni versione intermedia di ciò cui sto lavorando, non per timore di perdere qualcosa, ma perché anche lo sviluppo di uno scritto ha un significato. E poi vorrei ricevere le versioni intermedie di qualunque file mi venga mandato, per poter entrare in qualche modo dentro chi lo stava scrivendo (ma qui scadiamo nel patologico). Vorrei poter vedere tutto, riesaminare ogni stadio della mia coscienza e di quella altrui, così come si fissa su carta. Mio fratello mi ha proposto di fare un backup che conservasse le vecchie versioni dei file, di salvataggio in salvataggio. Io ne ho il terrore. Perché se potessi cominciare a farlo non saprei dove fermarmi, farei backup ogni giorno, terabyte su terabyte di pura inutilità. Perché tutto questo è inutile, sono la prima a saperlo.

E poi, c’è il problema della divisione all’infinito. Quando si può parlare di “nuova versione” di un documento? Non finirei a salvare a ogni nuovo paragrafo, ogni dieci parole? Oppure ogni volta che cancello qualcosa, per evitare che ciò che è stato cancellato si perda mai? Ringraziamo il cielo che io non lavori su carta. Ringraziamo il cielo che non ho una macchina da scrivere.

E poi ci sarebbe il problema di come rileggere tutta questa mole di parole. Già mi affatica il pensiero di conservare tutto ciò che altri mi hanno mandato, sapendo che non ho la forza di rileggerlo, e anche se l’avessi non avrei la forza di tenerlo a mente. (È meglio che tenga tu i miei quaderni.) Il fatto è che le cose si perdono, comunque decidiamo di attaccarci a loro. E selezionare, per chi vede il mondo come me, è uno sforzo improbo. Per questo, appunto, ho ad esempio smesso di usare Anobii. Perché non posso accettare di avere una lista incompleta dei libri che ho letto, perché dovrei iniziare soltanto da oggi senza tentare di ricostruire le mie letture, ma questo significherebbe lasciar fuori dalla lista i Karamazov, Guerra e Pace, i Miserabili, il Conte di Montecristo, i racconti di Dahl, il Silmarillion, tutto ciò che in qualche modo ha o deve avere un significato, senza cui la mia identità libraria non ha alcun senso. Non potendo sopportare una lista incompleta, non si fa nessuna lista. Oppure un giorno mi deciderò a catalogare tutta la mia biblioteca (e le date di lettura? Come faccio a ricostruire le date di lettura? Ho una pessima memoria!), sapendo che continuerà a mancare tutto ciò che ho preso in prestito. È molto più della “vertigine della lista” di echiana memoria, o dell’horror vacui. O meglio, è un horror vacui che non ha niente a che fare col desiderio di riempire, perché riempire è fonte di altrettanta angoscia catalogatoria, ma proprio con l’ossessione di non restare vuoti. Quando forse restare vuoti sarebbe una liberazione, come fare a pezzi i miei libri delle medie, ma non credo che l’angoscia sarebbe sopportabile. Né, d’altro canto, che il vuoto, di cose di parole di affetti, sia ammissibile, in sé.

because the thing about things
is that they can start meaning things nobody actually said
and if you’re not allowed to love people alive
then you learn how to love people dead

Amanda Palmer

Omnia mea mecum.

October 21, 2012 § 4 Comments

Avvertenza: questo post è autoreferenziale. Continuo a vergognarmi un po’ ogni volta che ciò succede.

Sto immobile e cerco di ascoltare il mio corpo. La pelle, la rete di vasi sanguigni e linfatici che scorre appena al di sotto. Immagino il mio corpo come un guscio vuoto, trasparente, una struttura di vetro in cui corrono cavi sottili. Lentamente, cerco di concentrarmi sulla struttura, sui colori che pulsano all’interno, sulla fragilità della parete che mi separa dal resto del mondo, dimenticando ciò che si intravede al di sotto della pelle. Sapendo che se non lo ascolto, o piuttosto se lo ascolto senza dargli retta, ciò che sta all’interno non sfuggirà, non spezzerà la barriera riversandosi all’esterno. Il punto di equilibrio è sottile, so che se mi sforzerò troppo di tenermi lontana dal centro perderò il contatto con me stessa, e allora non avrò più aria, soffocherò.

In genere si dice che per trovare un centro di stabilità si debba cercare dentro di sé, conoscere se stessi e giungere a quel punto in cui tutte le proprie energie possono essere concentrate. Per me è l’esatto contrario. Il mio punto di stabilità è periferico, o meglio, è circonfuso, coincide con ciò che mi separa dall’esterno e, nel farlo, definisce la mia identità e ciò che di essa decido di volta in volta di mostrare agli altri. Talvolta mi chiedo se ciò faccia di me una persona molto sincera e molto spontanea o piuttosto una totale ipocrita che per di più è riuscita a convincersi delle proprie stesse bugie. Di recente sono stata spinta a pormi esattamente questa domanda.

La conclusione, probabilmente provvisoria (ho l’inveterata abitudine di trasformare qualunque risposta mi capiti di darmi nel punto di partenza di un’indagine di livello diverso, il cui risultato non è sempre coerente coi precedenti), cui sono giunta è che la mia identità non è affatto profonda, nascosta o inaccessibile alla coscienza. La mia identità è quella di cui io sono consapevole e che sento come mia. (Non quella che mi costruisco, è chiaro, o creerei un punto di partenza fasullo.)

Percepisco che un aspetto di me, o se si vuole una parte profonda (il punto è che questa parte non ha e non può avere autonomia, e questa consapevolezza mi è necessaria), tende a comportarsi in maniera differente da ciò che io riconosco come mio. Sarebbe più onesto dire che un aspetto di me tende a comportarsi come un’incontrollabile forza distruttiva. Talvolta è un’ondata appiccicosa e grigia come melassa che tende a schiacciarmi a terra e a impedirmi di muovermi, talvolta è la volontà di fare a pezzi qualcosa, qualsiasi cosa, in nome di un mio immaginario e subito misconosciuto benessere interiore. Più spesso è entrambe le cose contemporaneamente, e si trasforma in una palude di odio verso me stessa e verso gli altri nello stesso tempo, che mi impedisce di agire in alcun modo che io riconosca come ragionevole. In ogni caso, so bene che quando questo succede non posso dire di essere un’altra persona. Non posso scaricare la mia responsabilità su alcunché, perché la persona che agisce sono sempre io, in nome di una forza che mi appartiene e della quale so (cerco di ricordarmi di sapere) di essere responsabile. Il punto è proprio questo. Il punto è che questa forza non è autonoma, non ha possibilità di scegliere e di prendersi la responsabilità delle mie azioni. Questo significa che, paradossalmente, questo non può essere me. Non può essere neanche qualcun altro. Non può essere considerata come autonoma, perché non ha possibilità di scegliere come agire. La possibilità di scegliere l’ho soltanto io. Posso decidere di abbandonarmi a quello che sento salire dal profondo del mio corpo oppure posso decidere di respingerlo, di concentrarmi su quello strato superficiale che so essere reale, dotato di volontà e di capacità di interagire con gli altri.

È faticoso. Talora qualcosa di ciò che non voglio essere traspare, e in quel momento il mio esercizio dovrebbe stare nel riconoscermi, nel non rifiutare ciò che ho fatto o detto anche se so che non corrisponde a quello che sono. Ma ciò non toglie che le cose che potrebbe capitarmi di dire non sono vere, e soprattutto non sono affatto l’espressione di un’identità repressa avvolta in una struttura di menzogne. Non sopporto che qualcun altro possa pensare tutto questo, pensare di conoscere ciò che sono davvero meglio di me stessa. Non esiste una mia identità che prescinda da me, e dalla mia autocoscienza – se sembra esistere, non è altro che un errore di prospettiva. Sono la prima ad averlo fatto, questo errore, ma sono anche in grado, poco alla volta, di correggerlo.

Da tre settimane sto studiando in uno degli ambienti più incredibili che io abbia conosciuto. Da tre settimane posso anche dire di stare bene. Diverse persone mi hanno detto che si vede, e ne sono particolarmente orgogliosa. Questo non significa che tutto si sia cancellato, che io sia ora una persona tranquilla e serena. Non è neppure tra i miei obiettivi diventarlo, o quantomeno lo è con una priorità molto bassa. Significa che mi sto concentrando su ciò che di me riconosco anziché sull’ammasso di sensazioni negative che pure continua a esistere. È anche possibile che io sia riuscita a interrompere una volta per tutte (o meglio, attraverso il passo decisivo di una catena di piccoli passi che continua tutt’ora) uno dei canali più forti e più pericolosi attraverso cui la mia rabbia si rafforzava [grazie.]. E, soprattutto, mi sto concentrando su ciò che più mi interessa e che, nel contempo, mi calma al massimo grado. È meraviglioso pensare che le due cose coincidano, e che non solo io abbia la possibilità di applicarmi a ciò che desidero, ma che vi sia in qualche modo costretta. Al momento, è una delle difese più rassicuranti che riconosco di avere per il futuro. L’altra è il fatto che ciò che sono e faccio sembra piacere alle persone che mi circondano, senza che io sia costretta a costruirmi una facciata socialmente accettabile che, questa sì, riconoscerei come fittizia. Forse è presto per dirlo, ma credo di essere nel posto giusto.

La primavera mi prende allo stomaco (ovvero, un progetto)

March 28, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, All this and Heaven too.

Premessa: questo post è uno sfogo piuttosto personale. Non contiene, a quanto ne so, nessuna riflessione più ampia di qualche interesse. Cosa che probabilmente si può dire di svariati dei miei scritti, quindi fate un po’ come vi pare.

Ahimè, è arrivata la primavera. Non mi lamento dell’ora legale, anzi, sono molto felice che il sole sorga quando sono a metà strada per andare a scuola la mattina e tramonti dopo cena (o quasi). Finalmente i miei ritmi si adattano a quelli del mondo, o viceversa. Adoro l’inverno, ma l’idea che il sole tramonti quando io ho ancora di fronte almeno tre ore di studio mi infastidisce parecchio – senza contare che la luce elettrica è meno rassicurante di quella naturale, e le zone d’ombra nelle stanze mi inquietano. No, non ho paura del buio, prendo in considerazione l’idea che la parte di stanza che non vedo smetta di esistere, tutto qui. Per la serie, non so se si noti, ma le condizioni ambientali hanno una forte influenza sul mio umore.

Proprio questo è il punto. La primavera mi sfibra. Da una parte il mio corpo riceve, com’è giusto e naturale, segnali di ripresa e risveglio dal mondo circostante, e ne trae un forte desiderio di muoversi, scoprirsi, fare qualcosa, fosse anche solo correre in giro. Dall’altra, le mie riserve energetiche marcano visita all’improvviso. MIA. Premetto che sono un individuo discretamente in salute, considerato che non “mi ammalo” fondamentalmente mai (non ho avuto più di 38° di febbre negli ultimi sette od otto anni); in compenso, per costituzione fisica non sono molto propensa a immagazzinare scorte energetiche (traduci: sono per natura parecchio magra). Il fatto di seguire una dieta basata soprattutto su verdura, cereali diversi dal frumento e pesce sarà anche molto salutare ma non mi aiuta. Il risultato è che in giornate come quella di oggi, in cui la temperatura doveva essere intorno ai venticinque gradi (ma potrei sbagliarmi, le mie stime indicative sono in generale pietose, se si escludono i dosaggi degli ingredienti in cucina) e sono stata fuori casa (con l’accompagnamento di uno zaino di un certo peso) per più di dodici ore, mi riduco per dirla in breve a uno straccio. Me ne rendo conto quando una corsa leggera di venti metri scarsi per prendere un autobus mi provoca capogiri e tremori manco avessi appena finito i cento metri, o quando qualunque cibo io tenti di assumere mi provoca nausee quasi tali da farmi perdere l’appetito. Quasi, perché farmi perdere davvero l’appetito per più di mezza giornata è un’impresa. In caso non si fosse capito il mio unico problema di salute (noto) è la pressione bassa. Ciò significa che non appena inizia a far caldo e la natura si risveglia, per così dire, il mio corpo inizia a mandare segnali impazziti che oscillano da “andiamo a fare una corsa nei prati!” a “non voglio mai più muovermi dal letto per i prossimi vent’anni”, possibilmente in contemporanea e con accompagnamento di sbalzi di temperatura, inappetenza, in sostanza tutto il corredo di qualunque persona normale di costituzione un po’ fragile in primavera.

E allora? Ho intenzione di lamentarmi ancora a lungo del mio stato fisico? Ricordo che vi ho avvertiti in partenza, questo è un post di sfogo. Ma, sinceramente, del mio stato fisico interesserebbe poco anche a me, se questo non avesse fastidiose ripercussioni mentali. Il mio stato emotivo tende ad andare fuori controllo già da solo, soprattutto negli ultimi mesi, come chi mi conosce deve aver notato con facilità. Aggiungeteci un corpo che si mette a mandare segnali scombinati. Il mio cervello, di conseguenza, non trova nulla di meglio che preoccuparsi, convincersi che a questo punto anche il fisico prima o poi partirà per la tangente e che non c’è più nulla da fare se non allertare tutte le risorse disponibili. Non so quanto la mia descrizione sia comprensibile, ma non è affatto divertente. Dopo mesi di apatia invernale, in cui i miei momenti di sconforto si risolvevano in totale immobilità e scoraggiamento, ora quando sono a disagio la sensazione precisa che provo è che i miei pensieri si mettano a rimbalzare qua e là come palline da ping pong. Un sacco di palline da ping pong. Risultato, è ovvio, di nuovo totale apatia e scoraggiamento, perché non sono in grado di concentrarmi e le cose mi sfuggono e non va bene. Condire con una buona dose di ansia che è il mio stato mentale abituale, servire a temperatura ambiente (che è decisamente troppo alta, comunque).

Da qui in poi finisco di lamentarmi. Nel senso che in qualche modo sto cercando una soluzione. È necessario, considerato che nei momenti in cui mi sembra (la parola chiave è “sembra”) di perdere il controllo dei miei pensieri non sono più in grado di fare nulla di sensato e produttivo, e in questo periodo non posso né voglio perdere tempo utile. Fortunatamente, una soluzione mi si è prospettata, in un certo senso, da sé, nella forma di una simulazione di seconda prova svolta ieri mattina. Per chi non lo sapesse, frequento l’ultimo anno di classico, e la nostra seconda prova di maturità sarà una versione dal greco. Quindi, quattro ore (o tre, per chi come me consegna appena il regolamento lo concede) di traduzione concentrata, senza possibilità di distrazioni esterne, in silenzio e (virtuale) solitudine. Anche note come “il paradiso”. Dopo la prova di ieri, posso confermare per l’ennesima volta che quando traduco sto bene. Per quanto mi possa innervosire sui passi incomprensibili [inserire insulto a chiunque abbia scelto la traccia della simulazione di ieri], quando sto traducendo sono qui e ora. E penso soltanto a ciò che ho davanti, il resto è una sensazione nebulosa sullo sfondo. Niente fastidiose palline da ping pong. Dopo qualche ora, alzo gli occhi dal testo, esco dal mio universo parallelo e rientro nel mondo reale pacificata. Almeno finché qualcuno non mi chiede come ho tradotto il tale costrutto, per sentirsi sistematicamente rispondere che non ricordo. Ciò che avviene nel tempo parallelo della traduzione si dimentica presto (e in ogni caso io quella domanda la odio). Ma la serenità e l’equilibrio acquistati in genere durano abbastanza per i miei scopi attuali, ovvero di riuscire a lavorare bene per questi tre mesi che mancano alla maturità. Motivo per cui sto per prendere un impegno ufficiale.

*IMPEGNO UFFICIALE*

Da domani prometto che ogniqualvolta mi capiterà di trovarmi in un momento di sconforto o di eccitazione incontrollata, in cui penso che non riuscirò a fare nulla perché il mio equilibrio emotivo è troppo compromesso, anziché starmene sul letto a leggere sciocchezze mi metterò alla scrivania (da riordinare per l’occasione, NdA) e tradurrò un pezzo di qualcosa. Greco, latino, poesia, prosa, l’opera che mi ispira di più al momento. Per rendere la cosa più ufficiale e impegnativa, prometto che pubblicherò i risultati di queste “sedute terapeutiche” qui, tempo permettendo.

*FINE IMPEGNO UFFICIALE*

Perderò tempo? Questo è sicuro, se è vero che le ore di studio non bastano mai. Ma il punto è che il tempo lo perdo comunque, anche se me ne sto immobile sul letto a farmi venire ancora più ansia. Così almeno ho un’opportunità di raddrizzare le cose. Di riprendere il controllo. Ovviamente questo non significa che ogni volta che mi verrà voglia di rilassarmi un po’ mi metterò a tradurre Seneca (dobbiamo appropriarci del tempo!) – sono in grado, credo, di distinguere un po’ di stanchezza da uno stato emotivo alterato. Il mio obiettivo principale è divertirmi e fare qualcosa di buono. O qualcosa in generale. Il motto di questo blog non è casuale.

PS In caso qualcuno se lo chiedesse, il lato positivo dei pensieri-palline da ping pong è che mi viene una gran voglia di scrivere, il che spiega l’improvvisa sovrabbondanza di nuovi post.

Volevo intitolarlo “The sound of silence”, ma mi pareva scontato.

February 22, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, Swimming. Da ascoltare in cuffia a volume molto alto. E poi mi chiedo cosa sia successo alle mie orecchie.

Credo di stare rimandando la scrittura di questo post da un paio di mesi, ma ormai è ufficiale: c’è qualcosa che non va con le mie orecchie. O meglio, non è ufficiale, perché continuo come mia abitudine a rimandare l’esame audiometrico che pure mi è stato prescritto da tempo, ma si dà ugualmente il caso che io abbia perso il silenzio. Al suo posto si è installato un interessante rumore di fondo, una via di mezzo tra un fischio e un ronzio simile all’effetto di un campo magnetico o di qualunque cosa si senta quando si accende una televisione di vecchio tipo. Anzi, credo lo si possa classificare con chiarezza come rumore bianco. Fssssh, insomma, con una buona approssimazione. È lì costantemente, con alcune variazioni d’intensità e di tono, fino ad arrivare al buon vecchio fischio nei momenti peggiori. Wikipedia mi spiega che dovrebbe trattarsi tecnicamente di un “acufene”, ma quando la pagina che sto leggendo è indicata come inaffidabile fin dall’inizio mi viene da pensare che ci sia bisogno di altre fonti. La sostanza è che sento un rumore continuo, forte o debole, per buona parte della mia giornata, in assenza di altre fonti sonore che possano coprirlo (e.g. lettore mp3, che però potrebbe ragionevolmente essere parte del problema, vedi sopra).

Ora, chi legge potrà immaginare quanto questo possa essere fastidioso. In alcuni giorni lo è a tal punto che mi viene una gran voglia di picchiare la testa contro ogni oggetto a portata di mano pur di farlo smettere, cosa che in precedenza mi capitava solo con l’aura della cefalea (quando arriva il dolore vero so di non essere in grado di fare movimenti così bruschi). Ma per la maggior parte del tempo in realtà il fenomeno non è così insopportabile. Per il novanta per cento del mio tempo di veglia ho a che fare con rumori di fondo reali di altro genere, che mi permettono di distrarmi da ciò che proviene dall’interno della mia testa. Persino ora che sono sdraiata sul letto a scrivere a mezzanotte passata ho la ventola del computer che ronza e il rumore dei tasti, e se non ci stessi, per ovvi motivi, pensando sarei in grado di ignorare il campo magnetico. Solo nei momenti peggiori, quelli in cui devo turarmi le orecchie per essere sicura che non ci sia effettivamente un oggetto ronzante nelle vicinanze, il rumore diventa concreto.

È da qui che è nata la riflessione. In sostanza, io ho perso il silenzio, ma non l’ho neanche mai ascoltato. Tra le mie capacità, di solito, c’è anche quella di saper isolare una sola fonte sonora, o un numero ristretto di esse, in base all’interesse che ho, e di escludere le altre dal mio ascolto con grande efficacia. Il che, tra l’altro, significa anche che faccio una gran fatica a distrarmi se qualcuno sta parlando, perché sento solo quello. Molti si stupiscono, ad esempio, quando una canzone conosciuta passa agli altoparlanti di un luogo pubblico, e io non la sento fino al momento in cui mi viene indicata. In realtà, è chiaro che la sento, solo decido di non elaborarla in favore di qualcos’altro. Credo abbia a che fare con il fatto che ho dovuto per anni suonare per esercizio in una stanza in cui c’erano almeno altre dieci persone con quattro strumenti diversi per due pomeriggi a settimana. Per la categoria “a thousand ways clarinet changed my life”, su cui non mi dilungherò perché è noiosissima. Ma, tornando a noi, ci sono due requisiti essenziali perché io sia in grado di fare ciò: innanzitutto devo avere un altro suono su cui concentrarmi (duh.), e in secondo luogo il suono che sto “scartando” non deve avere forma articolata oppure deve essere a volume molto basso. Se ha forma articolata, inevitabilmente il mio cervello lo elabora come linguaggio, impedendomi di concentrarmi su qualunque altro linguaggio dovrei star elaborando al momento; se è troppo forte non c’è speranza, sono un essere umano anch’io.

Allora, alla fine, qual è il problema con questo fischio-ronzio di fondo, oltre ovviamente al fatto che potrebbe essere indice di qualcos’altro di cui forse dovrei essere informata? Facciamo un piccolo esperimento mentale. Immagino di essere in una classe piena di gente, con un insegnante che parla e magari qualcuno che chiacchiera nelle file dietro, ovvero la situazione in cui mi trovo per cinque o sei ore al giorno, sei giorni su sette. Ora, mi concentro e ascolto solo l’insegnante, scartando le persone che parlano. Se volessi, potrei, con un po’ di fatica, concentrarmi sulle persone che parlano e ignorare l’insegnante, magari non al punto di non sentirlo ma almeno di non capire quello che sta dicendo. E se invece provassi a non concentrarmi né sull’insegnante né su chiunque altro, e invece ad ascoltare il silenzio? In pratica, mi troverei ad ascoltare il rumore nella mia testa, ovvero nulla, neutro, e sarebbe molto rilassante. È quello che succede quando mi distraggo davvero, e l’ho fatto molte volte, come penso chiunque altro. Poi, magari, affiora una canzone o qualche frase che ho sentito, e mi diverto con quelle. Ho un’ottima memoria uditiva. Ecco. Questo succede in condizioni normali. Ma adesso? Distraiamoci da tutti i rumori d’ambiente. Fssssssssh. Al posto del silenzio, ora nella mia testa risiede questo. In permanenza. E l’unico modo per scacciarlo è ascoltare qualcos’altro, ammesso che funzioni. È come tentare di spegnere una radio e ritrovarsi invece con un rumore bianco insopprimibile. Non vi è venuta un’improvvisa voglia di romperla contro il muro?

Disenchanted lullabies

January 22, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Black Kids, I’m not gonna teach your boyfriend. Anche se sembra una contraddizione, perché il post parla di questa:

Avvertenza numero uno per coloro cui non piace il genere: non ascoltatela. O non sperate che vi piaccia. Non brilla per varietà melodica. Leggete almeno il testo, se vi interessa. Oppure continuate a leggere qui e capirete lo stesso.

Avvertenza numero due per tutti: questo post potrebbe essere più autoreferenziale del solito. E sapete che significa proprio tanto.

Ci sono diversi motivi per cui questa canzone (insieme a un paio di altre dello stesso gruppo) è uno dei miei inni. Laddove per “inno” intendo un brano che userei per affermare la mia identità: quindi non del tutto sincero, perché una descrizione di sé non lo è mai, ma abbastanza vicino alla realtà. O a una parte della realtà. O a quello che voglio vedere della realtà. In un determinato momento. Non fatemi cominciare su questa linea o non finisco più. Comunque, ci sono diversi motivi per cui questa canzone è uno dei miei inni, e non c’è bisogno di elencarli. Oggi ho intenzione di usarla come spunto per un discorso sulla reciprocità. Che, francamente, in italiano è una parola orrenda. Preferirei di gran lunga l’inglese reciprocity, ma suonerebbe alquanto strano se lo usassi più di una volta. Per reciprocità intendo esattamente questo:

sing me yours, I’ll sing you mine.

Reciprocità, scambio (non materiale), simmetria sono una parte del mio modo di approcciarmi al mondo, e soprattutto alle persone con cui mi relaziono più profondamente. Parlatemi di voi e io vi parlerò di me. Datemi la vostra versione e io vi darò la mia. Trovo insopportabile, in linea di principio, mostrare parte di me a persone che non sono disponibili a fare lo stesso. Sono le regole dell’incontro, per quel che mi riguarda. Naturalmente, toccherà a me rispettarle per prima. Spesso è necessario che sia io a offrire qualcosa di me, con delicatezza, per saggiare il terreno. Talvolta a questo corrisponde un’apertura dall’altra parte. Talvolta no, e allora è difficile che io faccia un nuovo tentativo, almeno per qualche tempo. È una struttura consolidata, semicosciente, un sistema di regole flessibili per avvicinarsi a un altro essere umano. Non ferire, non chiedere di entrare, mostra le mani e aspetta che l’altro faccia lo stesso. È, nello stesso tempo, naturalmente, un’istanza di controllo. Ma, si sa (o forse non si sa), il controllo è alla radice della gran parte dei miei comportamenti.

Eppure non è sempre così. Una volta che il terreno è stato saggiato, che il rapporto ha allungato con lentezza i suoi filamenti un po’ appiccicosi, allora le regole diventano sempre meno importanti. I miei rapporti umani non sono basati sul controllo, anche se questo si rivela essere soltanto autocontrollo. Si stabilisce un’altra base su cui comunicare, per quanto altrettanto labile. Ma a me rimane un fondo di diffidenza. Quando una persona mi nega una parte sostanziale di sé, allora potrò anche continuare ad essere sincera (perché altro è importante, non mi stancherò mai di ripetermelo), ma lo farò con un continuo senso di allarme. Non può che essere un diritto, quello di non dire, anche nel rapporto più stretto. E non amo quel lato istintivo di me che mi ripete che essere conosciuti senza conoscere è pericoloso, e farsi conoscere senza conoscere è da incoscienti. Razionalmente, so bene che non è così. Ma la razionalità non governa i miei pensieri, se mai ne è espressione. So che sembra contraddittorio.

Conclusione e postilla: la conclusione non c’è. Il conteggio parole mi dice che questo post, per i miei standard, è breve. Credo dipenda in parte anche dal fatto che ho cambiato font di scrittura. Sono stata costretta, in quanto era un carattere di Ubuntu e ora lavoro su OpenSUSE (ricordate i buoni propositi? Be’, mi trovo piuttosto meglio), e non lo riesco a ritrovare. La cosa mi infastidisce oltremodo. In ogni caso, questo carattere è molto più grande (anche se WordPress lo pubblica piccolissimo, misteri dell’informatica), quindi riempio una pagina molto più in fretta e mi convinco di aver scritto troppo.

Restando in tema di comunicazioni di servizio, non faccio neanche in tempo a rendermene conto ed è passata una settimana dal mio ultimo post. Nel frattempo mi si è accumulata una lista di almeno otto titoli. Ne ho per un mese, volendo. In realtà, prossimamente potrei, e dico potrei, avere un po’ più di tempo per scrivere (non è stata una settimana tranquilla, dico solo che ho passato meno ore a casa che fuori), quindi vorrei provare ad aumentare la frequenza delle pubblicazioni. Ma non prometto nulla. Anche perché avevo previsto di iniziare un progetto, e non l’ho ancora fatto. Ma, credetemi, è in cantiere.

È il momento di rimettersi a fare qualcosa per me, come si deve.

Ora questo post conta poco più di ottocento parole. Sempre sotto la media, ma più che accettabile. Magia dell’accumulazione.

Ebbene sì, sono buoni propositi.

January 1, 2012 § 1 Comment

Di solito si dice che la possibilità è leggera perché s’intende come possibilità di felicità, di fortuna ecc. Ma questa non è affatto la possibilità; questa è un’invenzione fallace che gli uomini nella loro corruzione imbellettano per avere un pretesto di lamentarsi della vita e della provvidenza e per avere un’occasione di farsi importanti ai propri occhi. No, nella possibilità tutto è ugualmente possibile e chi fu realmente educato mediante la possibilità ha compreso tanto il lato terribile quanto quello piacevole di essa. Quando si esce dalla sua scuola si sa meglio di come un bambino sa le sue lettere che dalla vita non si può pretendere nulla e che il lato terribile, la perdizione, l’annientamento abitano a porta a porta con ciascuno di noi; e quando si è appreso a fondo che ciascuna delle angosce che noi temiamo può piombare su di noi da un’istante all’altro, siamo costretti a dare alla realtà un’altra spiegazione: siamo costretti a lodare la realtà anche quando essa gravi su di noi con mano pesante e a ricordarci che essa è di gran lunga più facile che non la possibilità.”

Penso che il signor Søren si presti a sufficienza e volentieri a chiarire perché Capodanno non è esattamente il mio giorno preferito. Senza contare le mie piccole idiosincrasie riguardo agli anniversari. Eppure mi è sembrata un’occasione troppo ghiotta per mancarla. Adoro scrivere liste ed elenchi, soprattutto quando mi riguardano, e come sfuggire ai buoni propositi? Però mi sento banale (mainstream is the word), quindi troverò una mediazione. Anziché fare un elenco, mi limiterò a mettere per iscritto alcune cose.

Ho un paio di buoni propositi a breve termine. Riorganizzare la mia collezione di fumetti, che era stata allestita ormai tre anni fa senza prevedere che si espandesse così tanto. Cambiare distribuzione di Linux, perché Ubuntu 11.10 ha avuto la sua possibilità e l’ha sprecata (davvero, è un bug unico, persino un’imbranata come me se ne accorge quotidianamente, e non ho voglia di aspettare altri quattro mesi per un release peggiore). Decidere cosa fare dei miei capelli. Seriamente. Per chi non lo sapesse (e in effetti non credo di averne mai parlato, qui dentro), ho iniziato a tingerli di blu quasi esattamente un anno fa, e non ho più smesso. Sono splendidi, modestamente (soprattutto da quando ho deciso di iniziare anche a tagliarli), ma sono un tormento. Il colore va rifatto ogni due settimane e cambia sfumatura di giorno in giorno, la decolorazione ogni due, tre mesi al massimo, con i costi del caso e con grande gioia dei miei capelli, che per ora reggono bene ma potrebbero decidere di cedere in qualsiasi momento. Forse dopo un anno sarebbe il caso di smettere. Ma da un lato avrei voluto arrivare almeno alla maturità in queste condizioni (è divertente, è divertente), dall’altro non sono sicura di essere pronta a tornare a un normale castano. Già. È infantile, vero? Solo che tingere i capelli di un colore tanto assurdo (e che mi rappresenta tanto bene, certo) in quel preciso momento della mia vita (avrei solo dovuto farlo qualche mese prima) aveva un significato. La persona che ha dato segno di averlo capito in modo più chiaro è stata la mia professoressa di arte, ovvero l’ultima persona al mondo (più o meno) da cui mi aspettassi comprensione. L’insegnante da cui me l’aspettavo di più, invece, l’ha inteso come un segno di ribellione. Lo era, ma era soprattutto un gesto di definizione di un’identità. Un’identità nuova, ancora tutta da costruire e che non ho ad oggi affatto finito di formare. Motivo per cui vorrei tenere i miei capelli. Ma ho anche voglia di cambiare, mi sto annoiando, sono preoccupata per la loro salute, e non ultimo so che più vado avanti così più sarà difficile tornare indietro. Non posso tenerli così per tutta la vita, vero? Vedo già il blu come il mio colore naturale. Ho bisogno di fare qualcosa con i miei capelli che costituisca, a suo modo, un gesto di rottura altrettanto forte. Rosso fuoco, anyone? Tanto, si sa che i miei colori sono quelli di Mystica.

Il vero buon proposito, invece, è un altro. Quest’anno devo trovare tempo per me. E non per rilassarmi o per non far nulla, questo lo faccio già abbastanza. Devo riservarmi tempo per fare ciò che mi appaga, non quello che mi allontana da me stessa. “Per me” nel senso più rigido del termine. Anche perché un po’ di contatto con me stessa, per quanto non sia questa la strada che desidero percorrere (lo so, non è chiaro, quando mi sarà chiaro forse lo spiegherò), mi è necessario. Quindi più letture, anche più studio, ma di quello che voglio, più contatto umano e meno tempo perso. Ho bisogno soprattutto della forza di volontà per farlo, per convincermi che la concentrazione, per quanto spiacevole, alla lunga è più soddisfacente dell’oblio di sé. E poi, magari in questo modo mi odierò un po’ meno. Come dice una vecchia conoscenza letteraria (stavo per scrivere “amico” ma ormai non siamo più in questi rapporti), non è che ho poco tempo, è che ne perdo tanto.

Curioso che dopo due anni e mezzo di Divina Commedia la cosa che ricordo di più sia l’associazione istintiva tra “perso” e “rosso sanguigno, praticamente nero”. Il grigio renderebbe meglio l’idea, ma d’altronde il grigio è il mio colore, quindi non va bene.

Curioso anche che metà di questo post abbia finito per parlare dei miei capelli.

Mi rimane anche un dubbio fondamentale: la lettura corretta di 2012 è twenty-twelve o two-thousand-and-twelve? Chissà. Siamo comunque negli anni dieci, che cosa buffa.

Concludo con un pensiero propiziatorio (with many thanks as usual).

Scrivere un post la vigilia di Natale è troppo mainstream

December 26, 2011 § 1 Comment

(quindi io ne scriverò uno per Santo Stefano.)

Diciamolo chiaramente: non ho nessun motivo per festeggiare il Natale. Sono atea-o-agnostica-come-vi-sembra-più-adeguato, così come i miei genitori, detesto qualunque festività la cui più immediata conseguenza sia la diffusione di antiestetiche decorazioni (no, davvero, le avete viste le palle incongrue che decorano il centro di Bergamo da settimane?) e il sovraffollamento delle librerie; quanto allo spirito natalizio e alla vicinanza di chi ci è più caro, ogni anno mi trovo a passare le feste insieme con una famiglia con cui non condivido fondamentalmente nulla più di mezzo codice genetico e un vago e doveroso affetto. Con ciò, non odio il Natale. Mi è semplicemente indifferente. Le luminarie non si notano se guardi in basso, la Feltrinelli ha fatto un minimo di sconti nelle prime settimane di dicembre, e il pranzo di Natale con i nonni non è diverso dal pranzo di metà ottobre con i nonni, o da quello di primavera, o da quello estivo se non riesco a scamparlo. Insomma, mi accorgo che è quasi Natale quando ci si scambiano i regali l’ultimo giorno di scuola, per poi dimenticarmene di nuovo per un paio di giorni.

Ecco, lo ammetto: per me Natale significa soprattutto regali. Oh, che mentalità consumistica e corrotta. Sì, forse un pochino. In effetti io adoro i regali. Farne e riceverne, più o meno ugualmente. Mi limito a dire che la penso così perché anche il regalo, così come il biscotto, è a modo suo simbolo di una relazione. Ogni tanto ho bisogno anche di qualche segno tangibile che qualcuno ha pensato a me. Low self-esteem is low. E poi adoro fare contento qualcuno, anche in modo banale e momentaneo. Non c’è dubbio che sia un atteggiamento estremamente egoista, ma pazienza. Lo scambio dei regali è un momento che amo far durare (non ti offendi se te lo do dopo Capodanno? Ma figurati!), prolungare di giorno in giorno, possibilmente mentre le vacanze natalizie (che odio davvero, quelle sì) si trascinano, troppo lunghe per non essere noiose e troppo brevi per riuscire a fare con calma tutto ciò che si dovrebbe. Naturalmente vale lo stesso per i regali di compleanno – quanto sono contenta di essere nata a metà dell’anno solare –, con in più la questione degli auguri (quant’è bello ricordarsi i compleanni, e che qualcuno si ricordi il tuo, possibilmente senza l’insopportabile aiuto di Facebook).

Finita la premessa (e dovrei iniziare a chiedermi perché le mie premesse occupino sempre mezzo post), questo Natale ho ricevuto un regalo da uno sconosciuto. È andata così: mio padre mi ha regalato un’edizione di Manuzio (non parliamo dell’enormità di questo fatto, ma ci tengo a precisare che è un trattatello poco noto e mi auguro di poco valore, e che no, non sono abituata a ricevere cinquecentine per Natale), acquistata da un uomo che a quanto pare stava vendendo la sua biblioteca personale; quest’uomo, dopo aver chiesto a chi fosse destinato il libro, ha deciso che avrei dovuto senz’ombra di dubbio leggere anche Il profeta di Gibran, e l’ha aggiunto come regalo. Posto che l’edizione col testo a fronte in inglese non è male, ma che Gibran è davvero l’ultimo autore al mondo che penso possa piacermi, il fatto, per quanto probabilmente banale, mi ha toccata. Non tanto perché “uno sconosciuto mi ha fatto un regalo”, quanto perché mi intenerisce pensare a una persona che vende parte dei propri libri e decide in questo modo di creare un legame con un’altra persona a caso. Non avrei pensato la stessa cosa se non fossero stati libri, è chiaro. I libri veicolano significati particolari. Ma, in fondo, io avrei fatto lo stesso. Anzi, spero di poterlo fare. Per un certo periodo di quest’anno ho anche scritto e tenuto aggiornato un testamento, in cui tra le altre cose erano indicati espressamente quali libri della mia biblioteca personale (oh come suona bene!) dovessero essere lasciati a quali delle persone che conosco in caso di mia morte. Insomma, una cosa tra il megalomane e il macabro.

Sinceramente non so se leggerò Il profeta, né se mi piacerà o se me ne importerà qualcosa. Però apprezzo l’idea di una connessione con uno sconosciuto, e di essere la persona a caso di questo sconosciuto. Chissà, magari mi metterò anch’io a lasciare libri sulle panchine in regalo a chi passa, è una cosa che ho pensato di fare più volte. O magari fogli con delle frasi. Anche se, a pensarci bene, a chi vuoi che importi di una mia frase? Meglio i libri.

Nel frattempo, con questo post mi è venuta un’idea. Da un po’ di tempo (cioè prima della pausa nella scrittura) stavo meditando di inserire una sorta di rubrica, con un tema ricorrente, in questo blog. Molti dei blogger che seguo lo fanno, e lo trovo divertente da leggere. L’idea, a questo punto, sarebbe di scrivere un post alla settimana (circostanze permettendo) su un avvenimento che mi abbia fatto sentire una connessione particolare (o l’assenza di una connessione) con un estraneo qualsiasi. Un random stranger moment (sì, l’ho appena inventato e non sono sicura che mi piaccia). Dovrebbe servire anche a farmi guardare un po’ fuori da me stessa. Questo post ha dunque l’intenzione di diventare il primo di una serie. Se qualcuno volesse dirmi cosa ne pensa ne sarei particolarmente felice.

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