Il peso del corpo e lo sforzo dell’ale, ovvero qualcosa sul (mio) esame di maturità

June 24, 2013 § Leave a comment

Nota: questo post potrebbe avere un tono piuttosto amaro. Accidents happen.

Siamo in periodo di maturità, ed è curioso guardare tutto dall’esterno per la prima volta. Da matricola universitaria, ora posso davvero leggere gli stati su facebook [è un’espressione che non amo usare per iscritto, ma che temo dovrò ripetere ancora qualche volta], i messaggi e le preoccupazioni di chi la maturità la sta facendo (avete tutta la mia solidarietà, sia chiaro) e pensare che non solo tutto questo non mi riguarda, questa volta, ma non mi riguarderà mai più. (Il che poi non è vero, perché ancora l’anno prossimo persone a me care dovranno finire il liceo, quindi indirettamente sono ancora coinvolta.) Nel frattempo, ho anche la possibilità di leggere gli stati su facebook di chi la maturità l’ha già fatta, e desidera in qualche modo offrire la sua esperienza ai novelli maturandi. Il tutto dopo l’ondata di post (che personalmente ho trovato abbastanza fastidiosi, ma per fortuna il computer offre la possibilità di non soffermarsi su ciò che infastidisce) di studenti universitari che si lamentavano perché i liceali erano già in vacanza e loro invece avevano esami fino a luglio. Ora, invece, il commento più frequente che mi è capitato di osservare è stato sul tono di “giovani ingenui, godetevi la maturità che è una bella esperienza, e ricordatevi che a settembre la rimpiangerete perché i ritmi universitari sono molto peggiori” [questa è una rielaborazione personale, nda]. Il che mi porta a ripensare alla mia, di maturità, e ai miei ritmi universitari, e al fatto che forse è il momento di fare un breve bilancio.

Inizio col dire che non rimpiango il liceo, così come non ho rimpianto le medie o le elementari. Questo ha in parte a che fare con la mia apparente incapacità di integrarmi davvero bene in qualsiasi ambiente, ma soprattutto col fatto che il mio ultimo anno di liceo è stato abbastanza insopportabile. Al di là di una serie di difficoltà di natura personale, come il ritrovarmi senza una delle persone con cui avevo legami più stretti, ciò che ricordo meglio della mia terza liceo (classico e senza riforma degli anni di corso, evidentemente) è “il peso del corpo e lo sforzo dell’ale”. Ovvero la sensazione di volermene andare, di non poterne più di una scuola che mi costringeva a fare ciò che non volevo, o meglio, che avrei anche voluto (perché in realtà non ho mai trovato una materia che davvero non m’interessasse) se soltanto mi fosse stato permesso di fare le cose con un po’ più di calma. E invece l’ultimo anno di liceo è quasi inevitabilmente una corsa contro il tempo, anche per gli insegnanti, che si ritrovano a dover finire programmi di dimensioni improbabili e a dover valutare tutto nel modo più comprensivo possibile in modo da arrivare a definire chiaramente le ammissioni alle prove finali. Durante il mio ultimo anno di liceo sono arrivata a fare quel che avevo temuto per i quattro anni precedenti, perdendo il controllo e gridando contro una mia insegnante di fronte a tutti (insegnante con cui peraltro rimango tutt’ora in ottimi rapporti, e questo dà solo a intendere quanto si tratti di una persona notevole).

Ma non è dell’ultimo anno di liceo che avevo intenzione di parlare, anche perché ho anche ottimi ricordi che, in quanto tali, spesso preferisco coltivare in silenzio. Il punto è questo: mai e poi mai rifarei la maturità, anche se ciò dovesse significare poter arrivare alla laurea senza dare più un esame. Perché, anche se naturalmente questa rimane un’esperienza personale, della mia maturità ricordo soprattutto la rabbia per dover studiare di nuovo tutto ciò che non volevo, per di più in tempi strettissimi, per dare un esame che altro non era che una formalità, mentre avrei voluto (e dovuto) fare altro. Ricordo il pensiero martellante, lasciatemi andare, cosa volete ancora da me. Io la notte prima degli esami l’ho passata nel letto dei miei genitori, a iperventilare per il terrore di avere un attacco di panico durante la prima prova scritta. [Lo so, è profondamente illogico, non ditemelo.] Ma non è neppure questo il motivo per cui preferisco mille volte l’università col suo carico di lavoro incessante all’esperienza della maturità. Il fatto è che ora, finalmente, posso studiare ciò che desidero. Anzi, a voler dire ciò che davvero è importante, ora finalmente ho la sensazione veritiera di stare studiando per me stessa, non per soddisfare le esigenze di un meccanismo che non condivido. E non farei il cambio con un impegno minore (che poi minore non è: ricordate quanto si studiava e con quanta fretta al liceo?) a nessun costo.

Mi si dirà che, oggi come allora, avrei potuto sottrarmi alle esigenze di quel meccanismo. Avrei potuto studiare per bene solo ciò che mi interessava, o ciò che sapevo mi sarebbe stato utile nel mio percorso futuro, e lasciare da parte ciò che invece mi sottraeva tempo. Probabilmente me la sarei cavata, e forse avrei dovuto farlo (talvolta me lo rimprovero). Ma – e questa è anche una delle conclusioni di una conversazione che ho avuto qualche tempo fa – il sistema della valutazione scolastica così com’è ha anche lo svantaggio di offrire una (apparentemente) facile via d’uscita per chi, come me, soffra di bassa autostima e buone capacità intellettuali. Anche su questo, magari, è meglio non soffermarsi, per il bene della mia dignità.

Intanto, conservo anche qualche piccolo, prezioso ricordo della mia maturità (incentrato soprattutto su due persone, quelle che sono uscite con le lacrime agli occhi dopo il mio orale, per motivi forse non troppo diversi). Ne conservo alcuni agghiaccianti e personali, che mi accorgo in questo momento di non aver superato e che non hanno posto nella discussione della maturità di nessun altro. Ricordo il modo in cui le due insegnanti che più avrebbero avuto motivo di rancore nei confronti della mia classe ci mostrarono supporto senza quartiere nell’opporsi a una presidente di commissione di dubbia correttezza. Ricordo l’odio e il senso d’ingiustizia che può nascere dalla scoperta di una scorrettezza infantile come può essere l’aggiungere in programma argomenti non svolti in modo da coprire la propria incapacità (non ho parole più miti), di nascosto, nonostante le discussioni e nonostante i patti. Ricordo con gratitudine la disponibilità di un professore che risponde alla telefonata di una ragazza in preda al panico nel pomeriggio della prima prova. La ricordo come un’esperienza umana, che è stato come sempre (o quasi) importante compiere ma che non rifarei, mai.

Ricordo, e qui spero che i miei compagni di classe che eventualmente leggano ora, a distanza di un anno o quasi, non me ne vogliano troppo, come l’importanza data alla valutazione, il desiderio di avere quei pochi (o molti) punti in più abbia portato la mia classe a dividersi e ad accusare un insegnante cui si poteva rimproverare solo di essere stato rigido e onesto. E per questo mi preoccupa il fatto che il voto di maturità, quest’anno, avrà valore anche per l’ammissione all’università, anche se ormai la cosa non mi riguarda. Mi preoccupa non tanto perché non si può mai garantire che il sistema di valutazione funzioni bene (in fondo, so che questa non è una visione utile, ma mi terrorizzerebbe molto di più un sistema che fosse in grado di valutare in modo oggettivo il valore di ogni singola prova all’interno di un percorso scolastico, al netto dei fattori emotivi e di fortuna – mi terrorizzerebbe la possibilità di ricevere una valutazione senza appello, che mi dica “tu hai fatto davvero una cosa che vale tanto e non di più” – ma qui torniamo alla bassa autostima), non tanto per questo, ma perché in questo modo non si fa altro che dare ancora e ancora importanza alla valutazione numerica in sé e per sé. Avere un punto in più o in meno a un test di ammissione è determinante, e di conseguenza anche avere un punto in più o in meno alla maturità lo diventerà, senza la minima considerazione per il valore del percorso scolastico che sta dietro tutto ciò. E allora, in fondo, forse è davvero meglio che un professore ti passi la versione se è troppo difficile.

Tranne per il fatto che io quest’ultima cosa non la accetterò mai, perché significherebbe ammettere che due o tre centesimi e un esame valgano più di quello che io ho imparato a fare in cinque anni di scuola.

In conclusione, mi si permetta un momento paternalistico: maturandi, innanzitutto fregatevene di quello che ho scritto, perché è la mia esperienza e non quella di qualcun altro e perché avrete modo di pensare alla vostra a suo tempo. In secondo luogo, sappiate che, con un po’ di fortuna e buona volontà, tra qualche mese avrete più lavoro da fare, più tempo per farlo, e molta più soddisfazione. E con questo mi sento ufficialmente vecchia.

E cito d’Annunzio. Possiamo cadere più in basso?

Ed in nessuna plaga
con più guerra, ahi, l’anima audace
travagliarono il peso
del corpo e lo sforzo dell’ale.”

(Alcyone, Il Gombo)

Avere senso, ovvero l’ennesimo nuovo inizio

September 25, 2012 § Leave a comment

È almeno un mese che penso di riprendere a scrivere, e non so mai come cominciare.

Ci vorrebbe qualcosa di simile a una spiegazione del perché ho smesso, o magari dovrei raccontare cosa sia successo nel frattempo (certo, quando mai ho davvero raccontato qualcosa della mia vita quotidiana qui dentro?). Oppure potrei ricominciare senza dire nulla con un bel post su Seneca e perché mi ha delusa. O magari potrei usare come scusa il fatto che ho continuato a pubblicare qualche traduzione su un altro blog (magari no, però se qualcuno andasse a dare un’occhiata non mi dispiacerebbe, e non solo per le mie traduzioni). L’idea generale, in effetti, sarebbe di provare a fare tutte queste cose, per quanto il risultato possa essere discontinuo. Abbiate fiducia, arriverò da qualche parte.

Insomma, Seneca mi ha delusa. Sono mesi che voglio spiegarne il perché, ma sembra che nessuno abbia voglia di ascoltarmi su questo argomento in particolare. Ho letto il De brevitate vitae nel febbraio scorso, in un infelice momento scolastico (d’accordo, sostanzialmente tutto il mio anno scolastico è stato infelice, grazie, maturità!), e ho finalmente capito cosa mi disturbasse della sua filosofia fin dalla quinta ginnasio. Per chi non lo avesse presente, il De brevitate vitae è una lunga lettera sul tempo e sul suo migliore impiego, in cui Seneca argomenta contro tutti coloro (gli occupati) che sprecano il proprio tempo in attività estranee (aliena, che i lettori di almeno la prima Lettera a Lucilio ricorderanno come parola chiave) anziché impegnarsi a ottenerne il controllo, come il saggio deve fare. Insomma, saggio è chi sa impiegare il suo tempo in modo che neppure un attimo vada sprecato – in caso contrario, la vita non potrà che apparire breve, per colpa degli anni persi in occupazioni inutili. E fin qui forse non ho nulla da eccepire: avere il controllo su qualunque cosa è anche il mio ideale di serenità (a volte). Il punto è: e poi? Come dovrei impiegare tutto questo tempo di cui mi sono riappropriata? È qui che Seneca si rivela per quello che è, ovvero un filosofo antico con evidenti ascendenze ellenistiche la cui idea di felicità è incompatibile con quella di qualsiasi uomo moderno, diciamo, la mia. Perché per Seneca il problema non si pone: e poi, una volta ottenuto il controllo sul proprio tempo, il saggio può impiegarlo a… esser saggio? Credo che questo possa concretizzarsi nello studio e nel riposo (sempre di otium si tratta), ma qualcuno più esperto di me mi smentisca pure. In sostanza, però, il saggio fa il saggio, e si chiude nell’ambito di ciò che può serenamente controllare, ovvero in se stesso. Fine. Felicità.

Tutto questo, è naturale, mi sembra inammissibile. Chiudermi in me stessa è esattamente ciò che mi impegno a evitare più di ogni altra cosa. Perché ciò che faccio deve avere un senso, o finirò per smettere di farlo, e il senso di ciò che faccio non può venire da me stessa. Sarà un mio limite (probabilmente lo è), ma di me stessa non so cosa farmene. Il mio terrore è proprio rimanere bloccata all’interno, senza la possibilità di comunicare con altri.

Und mehr noch als das, in allem hatte er nur sich gesucht, und sich nur in allem gefunden.”

Sono abbastanza certa di aver già scritto di questo, dato che lo scopo principale di questo blog è proprio quello di dare un senso ai miei pensieri. All’interno, questo significa che scrivere aiuta a mettere ordine nelle cose; all’esterno, ed è questo che davvero importa, significa che se qualcuno ritrova qualcosa di sé in quello che scrivo, o quantomeno vi riconosce qualcosa che sia valsa la pena di leggere, allora il mio obiettivo è raggiunto. Non si può uscire da se stessi, ma si può almeno comunicare qualcosa. È lo stesso per la conoscenza: nulla di ciò che si impara può e deve rimanere nascosto, non condiviso, e anche per questo desidero insegnare.

Don’t let it go to waste, dice l’epigrafe di questo blog, una delle mie citazioni preferite.

Nel mezzo di tutto questo, tra le mie riflessioni su Seneca e diverse, diverse altre cose, è successo che io smettessi di credere che ciò che scrivo potesse avere senso per qualcun altro. Ho smesso di immaginarmi un destinatario (o, talvolta, di averne uno), e di conseguenza ho perso anche l’identità di chi doveva scrivere. (Non la mia, s’intende.) Poi, poco a poco, altri mi hanno restituito l’idea che quello che avevo scritto o che avrei detto avesse un significato, che, in un certo senso, fosse importante. E, in fondo, scrivere mi è necessario, a patto che qualcuno legga.

Non starò a ringraziare le persone che mi hanno restituito questa fiducia, perché in buona parte non lo sanno e preferisco che continuino a non saperlo. Intanto, voglio ricominciare a scrivere. E non solo. Tra meno di una settimana mi trasferirò a 300 km da casa e inizierò l’università nel luogo migliore che potessi immaginare. (Qui.) So di non potermi permettere di partire con l’idea che quello che scrivo, faccio, dico non abbia importanza. So che dovrò avere fiducia in me stessa, per quanto non sia affatto abituata ad averne. Ma, di nuovo, non è me stessa che voglio cercare, e non è a me stessa che voglio bastare. Con buona pace di Seneca.

Dieci motivi per cui voglio essere un filologo alessandrino

March 27, 2012 § Leave a comment

Esametro del giorno: Avia Pieridum perago loca nullius ante | trita solo… (d’accordo, è uno e mezzo, ma ci voleva)

Qui, nella Biblioteca di Beirut, subito a destra
entrando, noi abbiamo sepolto il saggio Lisia
grammatico. Il luogo è appropriato. Tanto
vicino ai testi, ai suoi commenti, ai passi
a quei trattati che annotava irti d’ellenismi
che ancora forse lui ricorda. Così da noi la sua tomba
sarà vista e onorata ogniqualvolta staremo tra i libri.
[K. Kavafis]

Come da titolo, ecco le mie ragioni in ordine assolutamente sparso. Aggiungo soltanto che il mio studio della letteratura ellenistica è stato molto produttivo (al di là degli abbondanti epigrammi che ho pubblicato negli ultimi mesi), piacevole e stimolante. Da grande farò il grammatico alessandrino. Il filologo no, giammai. In ogni caso, vorrei essere vissuta in epoca ellenistica

  1. per poter vivere ad Alessandria d’Egitto e non morire di caldo. Non so se l’abbiate mai notato, ma in effetti nessuno dei nostri autori si lamenta mai, anche se a mio parere doveva fare un caldo infernale, appiccicoso e puzzolente. Sarà che le suddette osservazioni suonano male inserite in un idillio bucolico, ma neppure tra i comici (e ci metto anche Aristofane) mi pare di aver mai letto osservazioni su quanto dovessero sudare i poveri alessandrini (o ateniesi che dir si voglia) durante una giornata di lavoro. Il massimo che si trova sono gli apprezzamenti di Teocrito e Anite per l’ombra nelle giornate di calura estiva (θερμὸν καύμα, che in effetti dà quell’idea di fornace, ma non fa pensare a tutti gli aspetti più pedestri della situazione). Forse avevano vestiti molto leggeri, o forse lo stress peggiora anche la percezione del caldo (questo, devo dire, l’ho sempre pensato).

  2. per vedere una buona volta tutte le erbe assurde che Teocrito cita negli Idilli. Insomma, cos’è il “fitto cipero”? E dove diamine trovi “una giuncaia fitta e chelidonia azzurra e capelvenere verde pallido e florido prezzemolo e gramigna che sale dappertutto”? Florido prezzemolo? Non so se mi venga più in mente un prato da fiaba o una zuppa. Aggiungerò un’osservazione non del tutto pertinente dal punto di vista cronologico: qualcuno sa descrivermi con precisione una tamerice? Tra l’altro, ammiro sinceramente i poveri lessicografi che devono spulciarsi assurdi trattati di botanica, in greco come in italiano, per capire di che accidenti di erba si tratti in ogni singolo caso. A meno che non si limitino a traslitterare una serie di nomi contando sul fatto che in ogni caso i lettori non sanno distinguere un garofano da una calla [un’aringa a chi riconosce la citazione].

  3. per il cibo. Diciamocelo. Se ne parla poco, si citano soprattutto i cibi più umili, e la cosa mi rincresce, ma la cucina greca doveva essere molto interessante. Soprattutto in un’età in cui tutte le culture del Mediterraneo orientale si contaminavano. Chissà che trionfo di spezie e di pesci. Dal nome altrettanto incomprensibile delle erbe, ora che ci penso. Un vero peccato che mancassero le melanzane, che pare siano arrivate con gli Arabi intorno al sedicesimo secolo. Come avessero fatto fino ad allora…

  4. arriviamo alle cose serie. Vorrei essere vissuta in età alessandrina per poter entrare nella Biblioteca. E possibilmente rubare almeno metà del contenuto. Be’, forse con qualche centinaio d’anni di piccoli furti avrei potuto farcela. Insomma, migliaia di opere di ogni genere, soprattutto le più astruse. Se qualcuno ha visto la scena di Agorà in cui nel corso di un salvataggio precipitoso viene intimato di “lasciar perdere le opere minori” saprà cosa intendo. Che poi, retrospettivamente, anch’io mi indigno. Le opere maggiori le potevano pure lasciare, tanto chissà quante copie ce n’erano in circolazione. Ma tutti i trattati sconosciuti di autori oscuri su argomenti inutili, chi li ha salvati? Nessuno. Risultato, le uniche copie sono andate perdute e adesso dobbiamo sopravvivere senza le fondamentali Cetrioliadi di Sebastiano Picrografo, che magari contenevano l’unica attestazione in tutta la letteratura greca di qualche termine che ora non conosceremo mai. Tutto perché chi ha governato la tradizione delle opere attraverso i secoli mancava di prospettiva storica.

  5. per farmi spiegare da Callimaco la questione dei Giambi e del suo abuso della persona loquens. Caro Callimaco, ci sono secoli di commentatori che si chiedono se nel Giambo IV la tua posizione sia espressa dall’alloro, dall’olivo o dal rovo. Sembrava tutto così chiaro che non ci avresti mai pensato? Complimenti. Ah, stavi scherzando e l’hai fatto apposta? Perché la cosa non mi stupisce?

  6. per poter sapere quale fosse l’aggettivo riferito ai Telchini nel secondo prologo degli Aitia. A me la congettura ἀκανθήϲ piace da impazzire, mi fa pensare al lusso dei capitelli corinzi e nel contempo al fatto che in effetti accarezzandoli la sensazione doveva essere spiacevole (no, non chiedetemi perché – e ci tengo a specificare che so cosa sia l’acanto e so che è spinoso, nonostante la mia ignoranza botanica di cui sopra). In generale, sarebbe tanto bello poter leggere un bel po’ di testi in uno stato non frammentario, anche se il fascino dell’indeterminato ha i suoi pregi. Nella Biblioteca di Alessandria di cui sopra, gli altri studiosi si chiederebbero perché io stia sempre a sfogliare (per modo di dire, provate voi a sfogliare un rotolo, ma srotolare non mi convinceva) le opere più peregrine con aria interessatissima. Avere a disposizione migliaia di parole perdute, mmm… Lasciatemi sbavare qualche secondo, torno subito.

  7. in generale, per fare due chiacchiere con alcune persone. Primo della lista rimane sempre Callimaco, ma ce n’è un po’ di altri. Del tipo Apollonio Rodio: è vero che vi odiavate così tanto, tu e il Cirenese, o è tutta una leggenda messa in giro dai posteri? E poi, provate a immaginare Callimaco e Apollonio insieme nel Museo. Chissà se si evitavano nei corridoi e avevano ciascuno la sua cricca (Teocrito di qua, Posidippo di là, prescindendo totalmente da qualunque limitazione realistica di tempo o spazio, è chiaro). “Giuro che se diventi direttore della Biblioteca non ti rivolgo più la parola!” Oppure in realtà avevano un sereno rapporto maestro-allievo rispettoso delle differenze. Io pagherei per trovarmici in mezzo nell’uno e nell’altro caso.

  8. per sentirli parlare. Seguire la trasformazione della lingua verso la pronuncia bizantina, capire come leggevano davvero la metrica, sentire se davvero le Siracusane parlano allargando tutte le vocali o se è solo una questione di resa grafica del dialetto. Farmi leggere gli epigrammi da un epigrammista, che mi avrebbe preso per imbecille, perché chiaramente la letteratura si legge in privato, non in pubblico. Ma tanto si leggeva a voce alta in ogni caso. Tra l’altro, mi immagino la confusione nella Biblioteca nell’ora di punta. Che chissà quando sarà stata. A mezzogiorno? La mattina?

  9. per poter usare il sigma lunato senza che nessuno lo trovi strano. È così utile. In più, in età alessandrina si iniziava per la prima volta a scrivere in maniera dignitosa. E poi potrei passare alla storia come l’inventore di spiriti e accenti!

  10. per prendere parte alle discussioni tra studiosi. Non riesco a capire come mai Callimaco potesse pensare che esortarli alla pace fosse una cosa fattibile o tantomeno interessante. Le dispute dovevano essere la cosa più appassionante della vita nel Museo. Infuriarsi sull’interpretazione di un passo, saper citare a memoria tutte le fonti a proprio sostegno, altrimenti si sarebbe stati scherniti da tutti gli altri dotti. Imparare che non è una buona cosa intromettersi nelle diatribe altrui, o tutti i contendenti si rivolteranno contro di te. A meno che la tua idea non sia migliore delle loro, al che la discussione diventerà più ampia e più interessante. E il giorno dopo ritrovarsi tutti insieme in un stanza della Biblioteca e guardarsi in cagnesco, soprattutto se il tuo rivale si è preso il volume che tu volevi usare proprio oggi.

  11. in generale, per poter fare filologia con leggerezza. In modo sicuramente meno accurato (non dimentichiamo che diranno lo stesso di noi tra duemila anni, se non fosse che tra duemila anni nessuno si preoccuperà di noi, mentre degli alessandrini sì), ma più vivo. La letteratura che veniva studiata era ormai morta, il suo clima pure. La sua lingua no. Gli eruditi alessandrini avevano contemporaneamente il vantaggio e l’handicap di una lingua viva, ancora in lento mutamento. E non avevano alle spalle tutti quei secoli di sudore colato sulle carte che consultavano.

[In caso qualcuno avesse notato il mio spudorato omaggio alle strutture poetiche arcaiche, vuol dire che è probabilmente più alessandrino/a di me. Decidete voi se sia un complimento o meno. In caso qualcuno invece volesse farmi notare che i motivi sono undici, credete che non lo sappia?]

Intermezzo (ceci n’est pas un épigramme)

February 25, 2012 § Leave a comment

Questo sarà il post più breve che io abbia mai scritto, e tanto per peggiorare le cose è una giustificazione. In sostanza, oggi non ci sarà nessun epigramma (o equivalenti), e probabilmente lo stesso accadrà sabato prossimo. Mi dispiace rompere il ritmo (nonché mi piace tradurre) ma sarò in viaggio fino a venerdì sera molto tardi, e come si può immaginare i miei post del sabato mattina vengono preparati il venerdì. Spero di riuscire a recuperare magari sabato sera, anche perché oltre a ciò che accadrà settimana prossima ho già un paio di cose da scrivere (tra cui, ad esempio, spiegare come un autista di autobus possa aver provocato grandi spostamenti nel mio sistema etico semplicemente chiudendo una porta. Con me in mezzo, ma questa è un’altra storia.)

Per sei giorni a partire da domenica sarò in gita scolastica in Grecia. Andrò con il mio professore preferito, il posto è più che meraviglioso, tutto sarà estremamente piacevole. O almeno sto tentando di convincermene. Al momento, l’ansia da partenza è tale che passerei ben volentieri, piuttosto, una settimana chiusa in casa. Forse influisce anche il ricordo del mio unico viaggio precedente in Grecia, che si è trovato senza sua colpa a coincidere con uno dei miei momenti peggiori. Ma passerà. Questo non è il periodo più felice per me per uscire dalla mia comfort zone, ma andrà tutto bene.

Per oggi mi limito a una canzone, perché avevo detto che l’avrei fatto.

I’m throwing stones just to get you all alone.

L’egoista consapevole

February 2, 2012 § Leave a comment

Frase del giorno (di ieri, a dire il vero): “perché, vedete, lei mi piace perché è così semplice, è l’alunna ideale, ragiona in modo lineare, segue le mie indicazioni e traduce perfettamente, senza problemi.” Come no. Vuole una sardina?1.

Premessa necessaria: questo post è evidentemente una risposta a smellslikewhite, la cui identità non è un mistero per nessuno ma non svelerò per le imperscrutabili regole del blogging, e perché così è più divertente. Di certo non è una risposta completa (quando mai ho dato delle risposte complete?); vi converrà probabilmente leggere il suo post prima per capire qualcosa, o quantomeno io lo consiglio, come consiglio spesso (?) di leggere le cose con cui non sono affatto d’accordo.

Ma iniziamo come si deve.

Per “egoismo” intendo (in breve) diversamente dal senso comune, il fatto che ogni nostra azione dipenda solo e soltanto da noi stessi e ritorni solo e soltanto su di noi, all’interno del guscio chiuso del nostro “ego”.

Ecco. Ci sono almeno due definizioni possibili, o due livelli, di egoismo. Uno prevede che l’individuo agisca soltanto per sé, nel proprio interesse. Si può osservare che, in effetti, noi agiamo bene perché associamo alla buona azione un benessere psicologico, una soddisfazione, anche solo l’assenza di quello stimolo negativo potentissimo che è il senso di colpa. Si noti che quando lo sforzo per ottenere questo benessere diventa superiore al beneficio (che è enorme), allora cessiamo lo sforzo stesso. Per questo siamo così sensibili a un limite che potrei chiamare “orizzonte morale”: nei confronti di chi cade all’interno di esso ci sentiamo responsabili, mentre chi ne è escluso viene trascurato nei nostri calcoli. Può essere una questione di prossimità geografica o di contatti umani o di rispettabilità o di quel che volete, il punto è che nel momento in cui agiamo in modo tale da ottenere “il maggior bene” per chi ci circonda siamo continuamente costretti a limitare questo gruppo di persone, o il concetto stesso di bene si frammenterebbe troppo perché noi possiamo perseguirlo. Un’azione morale è volontaria per definizione; ma la volontarietà toglie gratuità, non necessariamente valore all’azione stessa. A questo riguardo, potrei limitarmi come mio solito a citare Hume e il suo interlocutore immaginario:

Che ne dite, aggiungo, dell’affetto naturale? Anch’esso è una specie di egoismo?
Sì, tutto è egoismo. I tuoi bambini li ami solo perché sono tuoi; i tuoi amici per la stessa ragione, e del tuo paese ti importa solo in quanto ha un rapporto con te stesso: se togliessimo l’idea dell’io, nulla ti toccherebbe più […]
Sono anche pronto, rispondo, ad accettare la vostra interpretazione delle azioni umane, purché voi ammettiate i fatti. Dovrete cioè ammettere che quella specie di egoismo che si manifesta sotto forma di benevolenza verso gli altri ha una grande influenza sulle azioni umane; un’influenza non di rado anche maggiore di quella specie di egoismo che mantiene il suo aspetto o la sua forma originari. […] Se anche voi foste uno di questi uomini, sareste sicuro della buona opinione e della benevolenza di tutti; ossia, per non urtare le vostre orecchie con simili espressioni, l’egoismo di tutti, e il mio tra gli altri, ci spingerebbero a renderci a voi utili e a parlare bene di voi.

[“Dignità o viltà della natura umana”, in Sul suicidio e altri saggi morali, Laterza]

Hume, peraltro, è di un ottimismo indegno, e il mio studio recente degli utilitaristi inglesi e di quel brav’uomo di James Mill potrebbe avermi leggermente influenzata nelle riflessioni appena fatte. Ma non è questo il genere di egoismo in questione, anche se confondersi è molto facile. Qui si tratta piuttosto di quello che per me è forse il primo problema dell’etica: la possibilità di adottare una prospettiva che non sia la propria.

Questo può significare la semplice elezione di un principio morale a guida esterna e “assoluta” delle proprie azioni, e si può con qualche ragione affermare che un simile procedimento porti all’abdicazione dell’individuo alla propria possibilità di scelta. Il che significa però anche la negazione del principio stesso dell’etica, ovvero (poco kantianamente, mi raccomando) il principio che un’azione ha valore morale quando è libera, ovvero quando dipende dalla volontà dell’individuo che la compie. Aggiungerei: dipende almeno in parte dalla volontà, perché una responsabilità condizionata è sempre responsabilità. Il che significa peraltro che le azioni non valutabili moralmente sono pochissime, forse nessuna, perché anche nella situazione più costrittiva è (quasi) sempre possibile scegliere di non fare ciò che viene imposto.

Ma il paradosso dell’etica è un altro. Per prendere una decisione le cui conseguenze riguardino gli altri, nel momento in cui si vuole tener conto di queste conseguenze (non farlo non è un “peccato” morale, anche perché una cosa del genere non esiste: piena libertà di essere coerentemente egoisti, fino in fondo) è necessario tentare di uscire dalla propria prospettiva individuale. Perché non è vero, e non sono io a dirlo, che “le nostre azioni ritornino solo e soltanto su di noi”. Una nostra azione ha sempre un’influenza sul mondo esterno. Una morale che tenga conto degli altri non significa una morale al servizio dell’altro come se questo fosse un principio superiore (o “inferiore”!) qualsiasi. Non serve neanche dimostrare che gli altri esistano, così come non è necessario dimostrare che esista la realtà: è solo un promemoria critico, qualcosa che giustifichi il dato empirico che (apparentemente) non tutto dipende da noi. Non è neanche detto che ciò sia vero. Il punto è che il mio egoista è consapevole perché sa e non può dimenticare di essere confinato entro se stesso, che ogni sua azione dipende dalla sua volontà e quindi da nient’altro che da lui, e di non poter chiamare un principio esterno a giustificazione di un bel nulla. Eppure vuole (scegliere una morale, anche una diversa per ogni decisione se si preferisce, è un atto di volontà, dunque libero!) tentare di tener conto, nel momento in cui agisce, delle conseguenze che la propria azione avrà all’esterno di lui. Decidere che la propria libertà non sia arbitrarietà.

Questo è il punto in cui si arriva all’impasse. È inevitabile. Uscire da sé è impossibile, non si riesce ad abbandonare la prospettiva individuale, perché tutti i nostri punti di riferimento sono stati filtrati da quella prospettiva stessa. Il bene altrui (ammesso e non concesso che io sia in grado di definire “bene”) non è necessariamente il nostro, non solo in termini concreti (ciò che va bene per me non va bene per te), ma anche in teoria. Ciò che io vedo come bene o utilità universale è in realtà il mio concetto di bene e il mio concetto di utilità. Come in qualunque altra situazione, sono condannato all’egoismo conoscitivo. Eppure non sono tenuto a rinunciare qui. Il migliore esercizio sta proprio nell’esaminare se stessi, nel ricercare nei limiti del possibile quali siano i filtri che frapponiamo tra noi e l’ipotetica realtà, e una volta individuati tentare di correggere la deviazione che ne derivi. Non riusciremo mai, neppure con una ragionevole approssimazione, e la posizione non è neppure gran che difendibile a livello teorico.

Sembrerebbe che ciò non dimostri niente. A mio parere, mostra almeno una cosa: che non necessariamente chi rifiuta di fondare la propria morale unicamente su di sé sta cercando una maschera o una scusa per non esaminare continuamente le proprie decisioni. Al contrario, cerca un modo per ricordarsi di farlo di continuo. Anche se questo, alla fine, non è che il trionfo dell’egoismo, dell’autoreferenzialità, della superbia addirittura.

L’egoista consapevole esiste, e sa benissimo che la sua morale non funziona, né teoricamente né in pratica, perché ogni volta che prova a vedere la realtà e la verità degli altri gli viene il forte sospetto che qualunque corso di azione sia intrinsecamente sbagliato. Ma secondo quale termine di riferimento? Spesso pensa che la cosa migliore sia non agire, smettere di parlare e di respirare pur di non influenzare il mondo esterno, e allo stesso tempo sente che questa è la cosa più sbagliata che potrebbe fare, perché sarebbe l’insulto peggiore che potrebbe fare a se stesso. L’egoista consapevole sa di non avere una morale, tenta di costruirsela e ricostruirsela di continuo, e si accorge altrettanto spesso di quante delle sue azioni prescindano dall’analisi morale propriamente detta. Una morale che non sia valida almeno per qualcosa che senso ha? L’egoista consapevole è molto, molto frustrato.


1. Battuta poco comprensibile a chi non conosca il contesto. Diciamo che il mio professore di greco ha una certa somiglianza con un tricheco.

Purtroppo, poca cosa

January 27, 2012 § Leave a comment

Brano musicale del giorno: L. van Beethoven, 7 Variazioni sul tema “Bei Männern, welche Liebe fühlen” per violoncello e pianoforte.

Stamattina ho pensato di scrivere un post per il Giorno della Memoria; avrei probabilmente fatto qualche considerazione di ordine morale. Poi mi sono messa ad ascoltare alcune testimonianze.

Una è un’intervista della Rai a Primo Levi.

L’altra è la registrazione di un incontro con Liliana Segre organizzato dal comune di Cinisello Balsamo a maggio scorso, cui io ho potuto assistere e che non sapevo fosse stato registrato.

Non ho e non posso avere altro da dire. Non perché la riflessione morale sia sospesa, perché sarebbe l’esatto contrario di ciò che deve accadere. Ma perché non ne sono ancora in grado. Ogni anno, il 27 gennaio mi rendo conto nuovamente di non essere ancora in grado di parlare. So che tra qualche anno non sopravviveranno più testimoni, e toccherà a chi li ha ascoltati continuare a raccontare. Per mantenere viva la memoria, nel senso più stretto, servono le persone, non i musei. Ringraziando il progresso, oggi siamo in grado di documentare le parole dei testimoni, non solo di ricordarle.

Non so quanti avranno voglia o tempo di guardare più di un’ora di video in totale. Nessuno può essere biasimato. Dico soltanto che farlo permette di imparare molto e di sentire altrettanto, come nessun discorso astratto (nonostante tutto il mio amore per l’astrazione) può ottenere. Io mi limito a osservare due piccole cose, piccolissime rispetto al resto. Innanzitutto come il testimone non sia e non debba essere una categoria umana. Ogni persona è diversa, e l’aver condiviso un’esperienza, per quanto impensabile, non cancella nulla di ciò. Ho avuto la possibilità di conoscere diversi ex deportati, e nessuno di questi non mi ha sorpresa. Così come sorprendono le risposte serene di Levi, di fronte alle quali l’intervistatrice, per quanto brava, non può che confondersi. Così come le risposte di Liliana Segre confondevano i professori del suo ultimo anno di liceo.

Questo veleno lei lo conserva ancora, qualche goccia di questo veleno?”
No, direi proprio di no. Sono passati molti anni, non invano; ho molto pensato su questo argomento, fa parte di un certo mio modo di vivere il riferirmi per tutte le mie esperienze posteriori a quella esperienza fondamentale. Questo veleno è esorcizzato, non mi corre più per le vene. Allora sì, in quel tempo sì…”

In secondo luogo c’è la capacità, crudelissima, di riconoscere che i carnefici restano più disumani della vittime, nonostante tutti i loro sforzi. E la capacità di riconoscersi uomini, donne di pace.

[il titolo “Se questo è un uomo”] allude non soltanto al prigioniero, ma anche al suo custode. Veramente direi che la mia esperienza fondamentale, quella specifica, è questa: quel sistema distrugge l’umanità in chi lo esercita e in chi lo subisce, in egual misura. La stessa disumanizzazione che noi subivamo perché imposta la vedevamo avvenire in chi ci custodiva, nella gerarchia nazista.”

E io lo dico sempre ai ragazzi: io sono stata molto fortunata, perché io sono stata vittima e non carnefice, perché io sono stata figlia, nipote di vittima – pensate a quei ragazzi che allora erano ragazzi delle SS, della Hitlerjugend, figli di nazisti, in casa…”

Concludo con le parole di un’altra persona, un altro testimone che ho conosciuto e che è morto da vari anni. Non so dire se le condivido; io non le avrei mai né dette né pensate. Ed è giusto così. Vale la pena di farle leggere ancora una volta; è un giorno di silenzio in meno.

Io non so, uomo sconosciuto che mi leggi, da dove vieni, cosa fai, come hai vissuto, che cosa vuoi: ma se la curiosità ti ha spinto a leggermi, ecco, questa è un’altra storia d’uomo fra le infinite storie di uomini. Perciò, e qualunque sia la tua opinione, sei già un amico. Criticami con severità e passione perché è il senso critico che spinge avanti il mondo, ma fallo con amore perché è di amore che dobbiamo impastare questa vita che tante volte è dura, cinica, eppure sempre meravigliosa se vissuta nell’amore. Io non credo nelle cose astratte e lontane, penso che le cose di questa Terra siano pur sempre costruite con la terra e, nonostante i voli della nostra fantasia, sempre con i piedi sulla terra siamo condannati a rimanere, ed i nostri corpi nella terra devono tornare a mescolarsi.
Penso anche che non saranno le idee astratte a risolvere i problemi dell’uomo, ma la saggezza e il senso di responsabilità costruiti su una attenta e continua osservazione dei comportamenti dell’uomo stesso. Saggezza che deve essere travasata nel sistema educativo, nelle famiglie, nella società, e soprattutto nel cuore di ogni persona, perché avremo una società rispettosa quando gli individui che la compongono saranno rispettosi. Per giungere a questo lontanissimo traguardo ci vorrà tanta saggezza e tanto senso di responsabilità.
La saggezza potrebbe essere la religione del futuro: quando l’uomo avrà sperimentato tutte le follie suggerite dalla sua presunzione, se riuscirà a sopravvivere, capirà che il mondo ci è stato consegnato con il compito di conservarlo in funzione della vita, per la vita. Forse perché testimone di tanto odio tra gli uomini e di tanto disamore per i beni creati, e perché vedo quei sentimenti confermati ogni giorno di più, scrivo queste righe con amarezza.
Sono un gabbiano, le mie ali sono ormai grigie, ma non stanche di volare. La voglia di vivere mi spinge sempre avanti e lontano, nella ricerca inesauribile di cose nuove. Ho avuto fortune e sfortune, e proprio per questo sono convinto che “la vita è una cosa meravigliosa”.
Oggi, sulla soglia del viale del tramonto, tutto mi appare immensamente bello, e nelle giornate cupe e tetre, quando mi prende la malinconia, è sufficiente che torni con il pensiero ai tanti giorni pieni di sole, alle corse nei prati profumati, sulle spiagge deserte del sud, sulle nevi immacolate delle Alpi, per ritrovare la gioia del dono che ho ricevuto: la vita, il mio paese, il mondo.”

[Roberto Camerani, Il bel sogno. Amare dopo lo sterminio]

PS dover selezionare è una cosa terribile. Tutto meriterebbe di essere scritto e letto. Di Roberto vorrei parlare ancora, forse tra qualche tempo.

This is how it works

August 31, 2011 § Leave a comment

Ebbene sì, anche quest’anno ce l’ho fatta. Non ne posso più delle vacanze. Voglio tornare a scuola. Non vedo l’ora di tornare a scuola, a dire il vero. Succede tutti gli anni, di solito intorno alla seconda settimana di agosto (sono in terribile ritardo, questa volta), nel momento in cui la mole di compiti non fatti inizia a scemare sensibilmente, inizia il ripasso prescolastico (il minimo indispensabile, per carità) e, soprattutto, arriva la noia. Sono una persona che si annoia facilmente, in vacanza. Posso rilassarmi, posso uscire con qualcuno, posso divertirmi, ma resteranno sempre enormi tempi morti che non so proprio come affrontare. Ed ecco che mi annoio. In particolare, c’è un momento in cui la noia, e l’irritazione che ne consegue, superano un livello critico: a quel punto inizio a smaniare per il ritorno a scuola. Quest’anno pensavo di non farcela, pensavo che sarei arrivata al dodici di settembre con ancora quella voglia di restarmene a casa, sola e in pace che ho provato per più di metà dello scorso anno scolastico. Invece sono ufficialmente stufa. (Che poi, che c’entra il riscaldamento?)

Sono stufa di stare in casa senza nulla da fare o quasi. Sono stufa del fatto che il compito di riempire le mie mattinate tocchi alle ripetizioni di latino. Dover sentire mio fratello che ripassa nell’altra stanza mi irrita. Cenare in giardino ogni santa sera mi sta facendo impazzire, tra il buio (odio mangiare al buio) e le zanzare che hanno ormai raggiunto dimensioni e livelli di aggressività apocalittici. Ma la verità è che a distruggere definitivamente la mia pazienza per la fine delle vacanze è arrivato il ripasso di filosofia.

In estate, come devo aver già detto più volte, permetto al mio cervello di andare in stallo. Dal punto di vista meno strettamente intellettuale, si tratta di tirarsi al bordo dello stagno e di osservare ciò che succede in mezzo all’acqua. A un certo punto del mese di agosto, di solito, si combinano due fattori: io mi stanco di stare a guardare, e succede qualcosa che mi porta a buttarmi di nuovo. Quest’anno le cose sono andate in modo leggermente diverso, ma questo non interessa a nessuno (tranne alle persone cui interessa, evidentemente). Non ho un preciso motivo per riprendere ad agire, o meglio, l’ho ma non ho modo di farlo per motivi contingenti, quindi mi sto innervosendo. In ogni caso, dal punto di vista invece strettamente intellettuale quando sono in vacanza faccio ben poco. Distendo il cervello. Non assimilo quasi nulla e imparo poco. Faccio i compiti, e nient’altro (sì, ho fatto due versioni di greco in tutta l’estate e non me ne vergogno neanche troppo). Infatti le mie liste di letture estive fanno sempre una pessima fine. Solo che da metà agosto in poi arrivano le settimane di ripasso, per quanto blando, degli argomenti che non ho capito durante l’anno. E quest’anno, per mia fortuna, è toccato anche a filosofia.

Il guaio è che il programma di filosofia dell’anno passato per me tende ormai inesorabilmente a Kant. Kant che avevo colpevolmente dimenticato per due o tre mesi, tralasciando i miei ambiziosi progetti di attacco alla Critica della Ragion Pura, e che stava perdendo la sua influenza sul mio modo di pensare. Provvidenziali sono arrivate le dispense consegnate dal mio professore, che non avevo mai letto integralmente e che ho colto l’occasione per usare come alternativa al libro di testo, la cui esposizione è pietosamente schematica. Eccomi dunque nel bel mezzo del ripasso di Kant, a rendermi conto di alcune cose, ovvero che: punto primo, la sua filosofia è troppo vicina alle mie riflessioni personali (fatte le debite proporzioni!) perché io vi resti indifferente; punto secondo, una volta compreso Kant non riuscirò mai più a liberarmi del suo approccio alla realtà nel giudicare il pensiero di altri filosofi (sì, io giudico il pensiero dei filosofi, eccome); punto terzo, non lo capirò mai quanto vorrei, alla fine di un ragionamento rigorosissimo troverò sempre una conclusione apparentemente illogica e del tutto spiazzante; punto quarto, ogni volta che leggo anche solo un riassunto scolastico della sua filosofia mi sento illuminata. (Punto quinto, incidentalmente, se l’uso di che seguito dai due punti nella frase precedente vi infastidisce, ammetto che avete quasi certamente ragione e che non posso neppure scusarlo come discorso indiretto libero alla latina.) Mi sento completamente persa in un insopportabile filosofo settecentesco, insomma. E non vedo l’ora di poter tornare a scuola, dove avrò diritto di sentirmi persa di fronte a una molteplicità di argomenti nuovi.

Ho effettivamente la sensazione di non star tenendo conto di qualcosa di spiacevole. Qualcosa come ore e ore di studio giornaliero e montagne di stress da prestazione. Ma per ora mi permetto di non pensarci.

La notizia positiva è che sabato parto di nuovo (e per la cronaca non credo che scriverò altro fino al mio ritorno), per una settimana di stage universitario che si concluderà direttamente il giorno prima dell’inizio della scuola. Insomma, se, come dice il mio professore di greco, “una volta entrata in una prospettiva culturale non ho speranza di uscirne”, allora almeno avrò pane per i miei denti e un modo per sconfiggere la frustrazione che mi sta assalendo negli ultimi giorni. Ah, e poi, in caso qualcuno si stesse preoccupando per la mia salute mentale nel frattempo, vi assicuro che mi sto dedicando anche a occupazioni più leggere del vecchio di Königsberg.

PS Non è che io voglia sempre concludere con un brano musicale, è solo che per completezza mi sembrava necessario indicare che il titolo è preso da qui. E magari si capisce anche perché.

Where Am I?

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