WOTY 2011: perché io no?

December 30, 2011 § 1 Comment

A quanto pare, ogni anno la Oxford University Press sceglie una Word Of The Year (WOTY, per chi non l’avesse capito) che descriva il clima dell’anno trascorso. Lo stesso fa la American Dialect Society, con più autorità, a quanto pare. C’è anche un carattere cinese dell’anno e un kanji dell’anno. (NB mi limito a indicare qui le mie fonti personali d’informazione, che non sono né complete né super partes; chi desiderasse approfondire lo faccia pure) La prima, il terzo e il quarto sono già stati scelti (e qualcuno ha avuto da ridire), mentre la seconda a quanto pare sta creando attesa. L’idea a quanto ho capito si ispira ai People Of The Year della rivista Time; si tratta di scegliere una parola (o simili) che sia entrata in uso nell’arco dell’anno trascorso e che ne sia rappresentativa. Ciò mi diverte moltissimo (e quando mai non mi approfitto di una cosa del genere?), quindi ho deciso di scegliere anch’io la mia “parola dell’anno” per il 2011. Anzi, le mie parole dell’anno. Almeno una prima e una seconda classificata.

Sono orgogliosa di annunciare che la vincitrice per l’anno trascorso è “random”. Come ogni buon premio dev’essere assegnato da una giuria, anche questa decisione non è stata presa da me sola, bensì da un gruppo di lavoro composto da altre tre persone, che peraltro sarebbero tranquillamente eleggibili People Of The Year 2011 in quanto nell’arco dell’anno hanno occupato uno spazio alquanto imprevedibile nella mia esistenza. D’accordo, a essere precisi una di queste è stata una presenza necessaria per gli ultimi ormai tre anni abbondanti, e per quanto talvolta la cosa mi stupisca continua a non muoversi da dov’è. In senso figurato. Le altre due, invece, sono un’importante novità. E gradita. Ma non è di questo che volevo parlare, o forse sì. In ogni caso, la scelta è stata fatta dopo un lungo dibattito durato esattamente trenta secondi, e in cui temo di essere intervenuta solo io. Più o meno. Ma questo non cambia minimamente le cose.

In sostanza, random è di nuovo una parola che rappresenta una relazione. A quanto pare è una mia fissazione costante. Il suo uso è nato e cresciuto all’interno di un gruppo decisamente ristretto (le quattro persone di cui sopra, me compresa, più una, almeno nell’ultima parte della sua evoluzione), dapprima come aggettivo, per poi stabilizzarsi nei termini di una sorta di gioco. Tell me five random facts about… Io con questo genere di cose vado a nozze. In più, random è la definizione di uno stato mentale, che potrebbe essere sufficientemente caratteristico dell’anno trascorso. Quello da cui, forse, voglio anche uscire (buon proposito per l’anno venturo: concentrazione), ma che in fondo mi ha fatto piacere vivere. E, sia chiaro, non ho intenzione di diventare una macchina da lettura nei prossimi mesi. Un po’ di randomness ha un effetto benefico sul mio modo di essere. E sono molto grata a chi me la fa vivere, soprattutto perché riesce a farlo nel modo meno superficiale che si possa immaginare.

E ora, la seconda classificata. Questa è una mia scelta personale, invece, anche se mi è stata fatta conoscere sempre da qualcun altro. La seconda parola dell’anno è “mainstream”. E a questo punto dovrei preoccuparmi sia della mia predilezione per i prestiti linguistici sia del rischio di scadere in un vocabolario fin troppo popolare. Molto mainstream, già. E pensare che non ci avrei mai neppure pensato fino a qualche tempo fa. Come un concetto possa entrare a far parte del mio modo di pensare per influenza di un’altra persona, nonostante che io per quanto mi riguarda sia decisamente poco indie, è solo testimonianza del fatto che questa persona ha un’importanza notevole nella mia vita culturale. E non solo.

Come bonus finale, ho pensato anche a una Word Of The Month per dicembre. In questo caso si cambia ambito e lingua, e la mia scelta cade su “esistenzialista”. Questa credo di non averla mai usata in vita mia prima di quest’ultimo mese. Ringraziamo il signor Kierkegaard e una certa giovane filosofa per avermela fatta scoprire.

PS Ho come la sensazione che qualcuno mi dirà che questo post è frammentario e confuso. Ha perfettamente ragione.

PPS La frase dell’anno, a quanto ne so, potrebbe essere “nessuno ti fermerà”. Ma questo l’ho già detto.

Random language, random words, random thoughts

October 13, 2011 § 1 Comment

Benché io stia rimanendo un tantino silenziosa in questo periodo, non ho smesso la mia attività di “blogger passiva” – che, al di là del leggero ossimoro, è un modo molto pomposo per dire che sto leggendo un sacco di blog. Con un piccolo aiuto da parte di un pratico programma per gestire i feed, nonché naturalmente dei link gentilmente offerti dai blog che già conosco, il numero di siti che seguo sta aumentando. E la cosa mi fa estremo piacere. Mi piace leggere, e soprattutto mi piace leggere in inglese (e mi piacerebbe poterlo fare anche in francese e tedesco, per lo meno, ma ahimè, breve è la vita e lunga l’arte, giusto per citare a sproposito). Il fatto è che sto leggendo più in inglese che in italiano; in parte perché ho poco tempo a disposizione, mediamente frammentato (rendo meglio facendo pause frequenti nello studio piuttosto che concentrando tutto in un unico sforzo per poi garantirmi un lungo momento di relax), e in parte perché la mia mente affaticata trova più allettante la prospettiva di un post di mille parole piuttosto che di un capitolo di un libro. (ecco, l’ho detto. Shame on me!) In più, il computer è a portata di mano, i feed sono molto comodi, eccetera eccetera. Ergo, la mia esposizione all’inglese scritto aumenta notevolmente. E si dà il caso che stia iniziando a percepirne i risultati.

Molto semplicemente, inizio a confondere le lingue sempre più spesso. Premetto che il mio cervello ha una buffa propensione a giocare con le parole a mia insaputa, nello scritto quanto nel parlato (si va dalla paronomasia – la logica artistica anziché aristotelica – al più spudorato lapsus calami – la sciocchezza… ehm, filosofia di Schelling), e che questa tendenza peggiora quando sono sotto stress, vale a dire ora; posto ciò, negli ultimi tempi ho iniziato a sostituire termini italiani con il corrispettivo inglese, spesso traducendo letteralmente le peggiori espressioni (“in avanti”, “come esempio”, persino “attualmente”). Per quanto mi concerne (ecco! appunto!), in realtà, trovo la cosa molto divertente. E lusinghiera. Si dà il caso, infatti, che conoscere le lingue sia una delle mie passioni e/o aspirazioni, anche se sempre subordinata a capire come funzionano. Qualcuno si chiederà perché faccia il classico e non il linguistico: il motivo ha a che fare con la mia riluttanza a parlare le suddette lingue. Non voglio saperle usare, voglio averne una visione d’insieme. Magari diacronica oltre che sincronica. Possibilmente sistematica (cosa che, per quanto riguarda l’inglese, mi manca moltissimo). Saper leggere correntemente una lingua è forse il mio massimo traguardo, a livello pratico, anche perché mi offre accesso a un patrimonio di testi che potrei raggiungere solo parzialmente in traduzione (quanto ai blog, in effetti, non potrei avere accesso proprio a nulla). Se il “prezzo da pagare” (sì, è talmente ridicolo che lo metto tra virgolette) per maneggiare una lingua con una certa confidenza è confondermi ogni tanto mentre parlo, ben venga, insomma. Al massimo qualcuno si farà due risate con me.

Eppure, ci sono brevi, irrazionali momenti in cui, mentre incespico su un modo di dire di cui mi viene in mente solo la traduzione letterale, mi sento una traditrice della mia stessa lingua. È buffo, e presumibilmente parecchio sciocco. Però, insomma, dovrei saper tracciare dei confini (ah, davvero?). Ogni tanto, quando mi tornano in mente queste cose, penso alla mia cuginetta (leggasi cugina di secondo grado, ammesso che la parentela sia giusta – insomma, la figlia di mia cugina prima), che sta avendo una possibilità che io non ho mai avuto e che invidio moltissimo, quella di crescere bilingue. Di madre italiana (peraltro parlante norvegese correntemente) e padre di lingua spagnola, la bambina (che ha poco più di un anno) in effetti al momento inserisce nel proprio vocabolario parole di entrambe le lingue in modo apparentemente indiscriminato. Non ho la più pallida idea di cosa questo significhi o di come si inserisca nello sviluppo, anche se posso intuire che sia normale in una situazione del genere (ho riscritto questa frase quattro volte perché non trovavo un sinonimo italiano soddisfacente per “bilingual child”. Alla fine ho rinunciato); in ogni caso sono sicura che seguirò la suddetta situazione con interesse. Come ho scritto un attimo fa, invidio tremendamente chi ha la possibilità di imparare due lingue dalla nascita, sia per la maggiore flessibilità che questo sembra garantire nell’apprendimento linguistico futuro, sia per una pura e semplice “questione di curiosità”. Conosco due lingue perfettamente (anzi, di più: ho due lingue madri): in cosa differiscono? Perché? In quali situazioni le confondo più spesso? Perché? Quali parole sono simili? Perché? Eccetera. Soprattutto “perché”. Avere la possibilità di porsi queste domande senza doversi avventurare in un ambito estraneo! Certo, magari la mia cuginetta non avrà mai interessi di questo tipo. Nel caso, potrò sempre porgliele io, le domande, volendo.

Pare comunque che non sia esattamente tutto rose e fiori. Per chi volesse farsi un’idea almeno vaga sulle questioni relative al bilinguismo attraverso lo scritto (non tecnico) di una non profana, rimando a una serie di tre post di As A Linguist (amo questo blog, lo dico chiaro e tondo – e dovrei imparare a scrivere in questo modo, anziché mutuare espressioni idiomatiche incongrue), che trovate qui, qui e qui. Volendo, in appendice ci sono anche i rimandi a testi specialistici, anche se non ho idea di quanto siano accessibili, non avendoci neppure provato (sono curiosa, ma ho dei limiti).

Certo, il mio sogno nel cassetto sarebbe di essere bilingue dalla nascita in greco antico. O almeno in latino. Ma, al di là del fatto che avrei dei genitori ben strani, forse mi perderei tutto il divertimento. Le lingue morte stanno bene così come sono.

La questione del relativo

June 24, 2011 § 3 Comments

As A Linguist (trovate il link nella colonna qui accanto), che rimane uno dei miei blog di riferimento, sta pubblicando da qualche settimana i cinque errori di grammatica (in senso lato) che l’autrice detesta di più. L’idea sarebbe estremamente allettante, se fossi un linguista con qualche diritto/preparazione per discutere in modo interessante delle mie fissazioni da purista. O almeno per giustificarle. Perché, lo ammetto, una virgola tra soggetto e verbo potrebbe darmi più fastidio di un condizionale in una protasi. Agli errori peggiori si fa l’abitudine. O quasi. O quantomeno, con gli errori più gravi non sono quasi mai a contatto. Nemmeno su facebook, dove però l’occasionale *c’è la faremo compare. Il mio lato crudele spera sempre che non ce la facciano, ma mi limito a quello. Vivere in un ambiente protetto dal punto di vista del linguaggio ha i suoi vantaggi. Il guaio è che quando ne esco mi sembra, spesso, di avanzare attraverso una pericolosa giungla di elementi lessicali sconvolgenti. Se non altro, sconvolgente è la distanza che percepisco parlando anche solo con una povera “licenzianda media” cui sto dando le ultime ripetizioni. E ho sempre più la sensazione che sia colpa mia. Che il livello che io fisso sia troppo alto, o piuttosto che io non abbia alcun diritto di fissare un livello, e che debba soltanto adeguarmi agli usi della maggioranza.

Questo significa che non mi lamenterò della diffusione dell’indicativo nelle interrogative indirette dell’italiano medio. Però oggi ho sentito una frase che mi ha fatto accapponare la pelle. Si tratta di un uso di cui avevo dimenticato l’esistenza ma di cui ho vaghi ricordi dai tempi delle medie, ovvero del pronome relativo al posto di una qualsiasi congiunzione. La frase incriminata suonava più o meno così:

Allora i padroni delle fabbriche ordinano la serrata, ma gli operai tentano l’autogestione, che però non hanno i fondi quindi non riescono.

D’accordo. Capisco che uno studente possa avere dei problemi nel gestire un periodo di quattro proposizioni. No, non lo capisco, ma mi sforzo. Ma perché? Non è la prima volta, ripeto, che sento usare che come un intercalare. (tra parentesi, perché intercalare è maschile? Non dovrebbe sottintendere “espressione, parola, particella”?) Preferisco considerarlo intercalare piuttosto che una sorta di “congiunzione suppletiva”, perché non è facile indovinare a cosa dovrebbe essersi sostituito. Forse a un altro pronome relativo? Riflettendoci, è improbabile: “in cui però non hanno i fondi quindi non riescono” ha poco significato comunque. L’unica spiegazione che riesco a dare è che l’autrice della frase intendesse dire qualcosa come “l’autogestione, che però non hanno i fondi quindi non riesce“, mantenendo una sorta di vaga struttura a senso della frase. In entrambi i casi, ho la sensazione che il pronome relativo tenda a ridursi a una sorta di particella di collegamento generico. Qualcuno ha qualche idea in proposito? Aggiungo che ricordo di aver sentito quest’uso soprattutto quando a mia volta frequentavo le medie, da parte di studenti che ripetevano lezioni: ipotizzerei, di nuovo, che dipenda dallo sforzo per costruire un discorso articolato, discorso che però non si riesce a gestire per mancanza di esercizio. In ogni caso, starò più attenta in futuro e cercherò di notare altri casi in cui questa forma compaia.

Ma non è la fine delle disavventure del pronome relativo. Ci sono, ad esempio, le concordanze casuali. Del tipo (le citazioni sono prese dalla mia avventura di oggi con la giovane studentessa cui ho accennato sopra)

L’assistente sociale si accorda con la persona di cui ne ha bisogno per dare assistenza.

Qui è evidente, almeno credo, uno sforzo per rendere il discorso più formale, sforzo che si risolve tristemente nell’errore di concordanza, favorito naturalmente dalla presenza minacciosa della particella ne. Anche quella fin troppo bistrattata, se vogliamo ricordarlo. Uno sforzo malriuscito per elevare il tono del discorso, unito a un fattore per me misterioso, potrebbe essere alla base della sostituzione del pronome relativo femminile al posto del maschile, errore che ho sentito frequentemente da parte di individui sopra i quarant’anni cresciuti in ambiente dove, posso presumere, si parlava dialetto. Io, purtroppo, non conoscendolo più di tanto, non sono in grado di stabilire se sia davvero quest’ultimo la fonte della confusione (qualcuno può dare delucidazioni?). Secondo me, anche l’idea che “il quale” sia più formale di un semplice “che” o “cui” ha una parte nella cosa.

Resta l’ultima tendenza, che non è obiettivamente parlando un errore ma che mi irrita parecchio ugualmente: il mancato uso del pronome relativo.

Mussolini si allea con l’estrema destra, abbandonando Giolitti: lui è costretto a dimettersi.

Non che la sostituzione del pronome soggetto con il complemento non sia insopportabile già di per sé. Ma sarebbe stato così facile evitare anche il rischio di errore con l’aggiunta di un bel che lì in mezzo! Torniamo al fatto che gestire periodi complessi è un’operazione difficile, apparentemente. Meglio spezzarli, a quanto pare. Io continuo a non apprezzare, e continuo a tacere, perché so di stare esagerando, almeno in questo caso. È la triste sorte di ogni lagnoso purista del linguaggio.

E poi, in fondo, io mi lamento dei pronomi relativi e delle ragazzine delle medie, ma ricordiamo che c’è chi sta peggio. Ahinoi.

Difficoltà e dolori di una giovane lingua

May 28, 2011 § Leave a comment

“Sei madrelingua, accidenti, devi sapere come dirlo in italiano!” Così sono sbottata un paio di settimane fa davanti all’ennesimo, irritante congiuntivo sbagliato da uno dei miei alunni (modo pomposo per definire un ragazzo di prima liceo scientifico che viene a farsi dare un po’ di ripetizioni di latino). Confesso che ero perfettamente convinta di quel che dicevo. Insomma, un italiano dovrà pur sapere come tradurre nella propria lingua, per quante difficoltà possa avere in una lingua morta. Vero? No, decisamente no.

Situazione simile: ragazzina di terza media che tenta di rielaborare frasi per un esercizio di grammatica italiana. “Sostituisci un complemento con una proposizione”. Risultato? Lunghi momenti di totale e sconsolato silenzio, in cui lei non ha la minima idea di cosa fare (per quanto la teoria ci sia, “il complemento non ha il verbo, la proposizione sì”) e io rigiro disperatamente le mie idee in testa nel tentativo di trovare un modo per spiegarle. Il guaio è che per me è ovvio. Per me, è una cosa che qualunque madrelingua dovrebbe saper fare. No, decisamente no. Ci vuole qualche minuto perché mi renda conto dell’errore fondamentale. Anzi, probabilmente più di uno.

Parlando da non linguista (almeno per il momento, mi permetto), da persona senza la minima esperienza di insegnamento al di là di qualche ripetizione, da diciassettenne, eccetera, penso di aver almeno compreso una cosa che sarebbe dovuta essere evidente. Saper parlare una lingua non significa affatto essere consapevole dei suoi meccanismi. Anzi, spesso non significa neppure conoscerla. Primo, chiedere a un ragazzo il congiuntivo imperfetto di un verbo a caso richiede una conoscenza della grammatica che è tutto tranne che scontata. Ricordo una leggendaria verifica sui verbi irregolari in terza media, in cui metà della mia classe, deviata da un suggerimento si presume giunto da fonte autorevole, sostenne che il participio passato di cuocere fosse un preoccupante cuociuto. Non ho dubbi che buona parte dei colpevoli sapesse benissimo dire “ho cotto la pasta”, senza incontrare eccessive difficoltà. Ma il contesto era radicalmente diverso: quanti badano, in una frase così semplice, al fatto di stare usando il participio di un verbo irregolare? Domanda retorica, evidentemente nessuno. Di certo, non un alunno di terza media.

Seconda osservazione: la consapevolezza nell’uso di una lingua va oltre le regole grammaticali. È affine, credo, alla famosa “sensibilità traduttiva” cui gli insegnanti di lettere classiche accennano talvolta nel lodare un compito particolarmente ben svolto. Esiste anche, a mio parere, una sensibilità linguistica, una sorta di “orecchio” che registra il modo in cui si esprime un concetto. Di nuovo con la mia alunna di terza media: “Si può dire così o così, scegli l’alternativa che ti suona meglio, quella che ti piace di più”. Sorriso incoraggiante, dovrebbe essere una cosa piacevole poter scegliere, nevvero? “…” Sguardo inespressivo. D’accordo, abbiamo toccato la corda sbagliata. “Ma non c’è una regola?” No, ecco, temo sia questo il problema. Spesso non c’è una regola. Non posso spiegarle i passaggi necessari a trasformare un complemento in una subordinata, perché in generale non esistono. Bisogna soltanto esprimere lo stesso concetto in un modo diverso. “Ma come?” Adesso lo sguardo inespressivo è il mio. Perché, lo ripeto, purtroppo per me è evidente. È evidente che non ci sia una regola prescrittiva (mentre ci sono regole chiare che segnalano quali costrutti sarebbero sbagliati), ma è altrettanto evidente come l’esercizio vada svolto. Se la questione è simile a quella della sensibilità traduttiva, come si può acquisire sensibilità linguistica? Be’, la prima si acquista con l’esercizio. In maggiore o minor grado, a seconda della predisposizione, ma si può migliorare. Quindi, più esercizi di grammatica? Non credo sia quello il punto. Se non c’è una regola, gli esercizi applicativi sono più o meno inutili. Sarebbe importante, invece, l’esposizione alla lingua… Seconda illuminazione. “Ma tu quanto leggi, più o meno, in un anno?” “Eh, quello che ci dà da fare… – il soggetto implicito è Lei, la professoressa di italiano, che si dà il caso fosse anche la mia –, tre, quattro libri…”

Il mio istinto, a questo punto, è di commiserazione. Che peccato. Pensiero marginale: e io che con i miei due libri al mese mi sento in colpa perché leggo poco. Insomma, il classico autocompiacimento dell’alunna del classico. Però mi dispiace. Ho sempre (?) associato il linguaggio al pensiero: se non “hai” le parole, i costrutti per esprimere concetti complessi e variati, soprattutto variati, come fai a pensarli? Ma anche qui, molto probabilmente, mi sto sbagliando. La ragazzina in questione si mette a parlare del suo compagno cui piace leggere, quello che non esce mai di casa di pomeriggio. Ha lo stesso tono di commiserazione che avrei io con lei. “Mmmsì, be’, anch’io ero un po’ come lui… certo, mi piaceva anche uscire”, aggiungo al volo. Falsissimo, stavo proprio chiusa in casa a leggere. Insomma, sembra che entrambe commiseriamo l’atteggiamento che ci è lontano, quello difficile da comprendere. Come sempre, bisogna evitare gli eccessi come la peste. Resta il problema di come far capire alla povera alunna l’esercizio di grammatica. Io non ci sono riuscita. Ed è troppo tardi, a meno di un mese dall’esame, per sviluppare una sensibilità linguistica attraverso la lettura. E ci sono le prove INVALSI, anche quest’anno. Sì, potrebbe essere un problema, e non solo per quel che riguarda i risultati scolastici immediati. In fondo, conoscere la lingua dà potere su di essa, e questo io dovrei saperlo bene. Anche se il potere sulla lingua non è mai sufficiente.

Esco dalla lezione alquanto sconsolata. L’esercizio è stato fatto, ma con molto aiuto da parte mia. Una cosa, però, l’ho ricordata, ed è uno dei motivi per cui faccio la scuola che faccio. Perché io potrò anche leggere solo un paio di libri al mese (non c’è tempo, non c’è tempo, e soprattutto non ci sono le energie), ma sono continuamente esposta alla lingua, scritta e parlata, e a un livello piuttosto alto. Senza contare il greco e il latino. E conoscere la lingua, usarla, apprezzarla, non è solo utile, è bello. Ironicamente, non trovo aggettivi migliori.

Sticks and stones can break my bones (but words will never hurt me)

March 20, 2011 § 2 Comments

Ci sono momenti in cui mi sento una terribile moralista. Dove per moralista si intende precisamente “chi ha la tendenza a considerare ogni azione sotto l’aspetto morale, talvolta con eccessivo rigore“. Certo, di fronte a una definizione di questo tipo mi sorge qualche dubbio. Come si fa a non considerare qualunque azione sotto il profilo morale? La morale non è forse l’analisi delle ragioni per cui agiamo e la valutazione delle ragioni e delle azioni stesse (in termini di “bene” e “male”, se si vuole)? Diciamo che di solito con il termine moralista ci si riferisce all’eccessivo rigore. O meglio, alla tendenza a giudicare le ragioni altrui con un metro eccessivamente rigido. In generale, chi estende le proprie regole di comportamento anche agli altri è un moralista. In effetti, un sano relativismo (nessuno ha capito che è uno dei miei principi chiave, nevvero?) prevede anche e soprattutto che non si possano estendere ad altri le proprie regole, tanto meno quelle morali. Anche perché non è facile definire su cosa queste regole di morale si fondino, come leggevo oggi in un articolo decisamente illuminante.

Il guaio è che alcuni atteggiamenti altrui ci danno oggettivamente fastidio, e lo fanno proprio perché li riteniamo in conflitto con i nostri principi morali. Non è solo una reazione istintiva, è anche giustificata. Il problema, quando si relativizzano i valori morali, è che siamo molto sensibili all’argomento. In fondo, è un principio morale anche quello che ci intima di non uccidere. (Faccio notare en passant che neppure questa è una regola assoluta per tutti e in qualsiasi contesto, e ce lo ricorda – non per scivolare nel banale – il fatto che siamo in guerra. Di nuovo. E qui censuro un’imprecazione.) Insomma, mettere in discussione i valori che governano il nostro comportamento è rischioso. Personalmente, ho bisogno di tempo per rifletterci. Molto tempo. Almeno una decina d’anni.

Quindi, non è di questo che avevo intenzione di scrivere. O meglio, non proprio di questo. Era del fatto che mi sento eccessivamente moralista, ma forse non lo sono, quando sono infastiditadall’uso che si fa di alcuni termini. E questo è grave, in sé, perché la libertà di parola è intoccabile, etc., etc. Ma qui si tratta di insulti, il che forse rende le cose più facili. Venendo al sodo, da tempo so che mi dà tremendamente fastidio l’uso che si fa del termine “gay”. O delle sue più o meno simpatiche declinazioni. Ma limitiamoci al termine “politically correct”. Proprio perché è politicamente corretto, sembra che si possa usare come un insulto. Anche a livello amichevole, come in un gioco che non dovrebbe offendere nessuno. E in effetti non sarebbe eccepibile, se il destinatario non si sente offeso né a disagio: le dinamiche interne ad un gruppo danno alla parola un significato non offensivo, quindi il suo uso diventa legittimo. O no? Quello che mi irrita profondamente è il significato che si dà alla parola. Se qualcuno usasse il termine “negro” già ci si scandalizzerebbe di più. O almeno credo. Ecco, vedi, non hai ragione ad offenderti. Se due neri si danno del negro a vicenda, nessuno si scandalizza: è chiaro che l’intenzione non è offensiva. Sei una moralista.

D’accordo. Il dibattito interno con me stessa è giunto a questa conclusione: non posso chiedere a nessuno di non usare il termine “gay” come insulto amichevole”, se l’intenzione non è offensiva. Ma posso allarmarmi per il significato stereotipato che l’uso testimonia. Perché quello resta tremendamente discriminatorio. In inglese è ancora più evidente. “That’s so gay”. Qualcuno mi spiega esattamente che senso abbia in quel contesto? Si sta perdendo il significato reale del termine, rimane una generale sfumatura negativa. Che non deriva tanto dall’idea che gay sia innaturale o moralmente sbagliato, quanto piuttosto dall’equazione gay=effeminato, ed effeminato=ridicolo, non nobile, da discriminare. Due pregiudizi in uno, evviva. E che vogliamo dire dello stereotipo per ragazzine “voglio un amico gay con cui parlare di ragazzi e scegliere i vestiti”? Non ha certo intenti offensivi, si dirà. Però è discriminatorio. E, credetemi, gli oggetti del discorso si offendono eccome. Le parole non feriscono, si dice. I concetti che vi si nascondono dietro sì. E datemi pure della moralista.

Where Am I?

You are currently browsing the parole category at hydrargyrium.