RPM: Farcela

March 22, 2012 § Leave a comment

Pensiero del giorno: sono talmente stanca che non riesco neppure a pensare un pensiero del giorno. Guarda, una figura etimologica!

La scena che segue sarà più facilmente comprensibile sapendo che il mio professore di educazione fisica è un tipo un po’ particolare. Verbalmente violento, diciamo, e con tendenze sovversive dell’ordine costituito mai ben represse ma altrettanto mai sfogate come si deve. “Va tutto storto e bisognerebbe fare la rivoluzione, io l’ho sempre detto ma nessuno mi dà retta e mi emarginano”, insomma. Vale anche la pena di specificare anche che una delle conseguenze di tutto ciò è il fatto che la mia classe non faccia mai educazione fisica, bensì venga lasciata libera di farsi gli affari propri (compreso studiare altre materie) per due ore alla settimana. Motivo per cui oggi un buon numero di noi era in classe proprio a studiare, alla luce della montagna di prove che ci aspettano o che abbiamo affrontato in questi giorni. Ed ecco che rientra (da una pausa sigaretta) il suddetto professore e ci vede con la testa sui libri e l’aria tesa.

Siete tutti ridicoli, soprattutto lei, che non sa fare altro e non ce la farà.”

Lei, ovviamente, sono io (nell’originale c’era il mio cognome, non sono paranoica). Io che, a quel punto, mi sono chiesta seriamente se non stessi sognando. Uno dei miei classici incubi in cui devo andare a comprare i sacchetti della Conad al mio professore di greco e poi vengo sgridata perché sono uscita da scuola senza permesso. Cose molto razionali di questo tipo. Quelli da cui mi sveglio piangendo perché hanno riportato alla luce qualcosa che avevo rimosso. Insomma, di solito sono i personaggi animati dal mio subconscio che danno esatta forma verbale alle mie paure inespresse, non le persone che incontro tutti i giorni. Non è comune che qualcuno sappia leggermi nel pensiero così bene.

Ora, il mio professore di educazione fisica non ha certamente capacità telepatiche (ho ancora dei dubbi su quella di matematica, invece, ma questo non c’entra), ma nonostante ciò è riuscito a esprimere nel modo più lapidario possibile la paura che mi accompagna dall’inizio di quest’anno. Non ce la farò. Non riuscirò a preparare bene la maturità, non sarò all’altezza, sacrificherò tutto per avere un voto più alto in qualche interrogazione, non sarò ammessa all’università, perché sono solo una piccola secchiona senza spirito critico, perché sono mediocre nell’unica cosa che so fare. Ecco, diciamocelo, questo è evidente. Studiare (imparare?) è l’unica cosa che so fare bene. E, per una curiosa e fortunata coincidenza, è una delle poche cose (non oso dire l’unica perché farei forse torto a qualcosa che non mi viene in mente) che mi piace fare. Per questo ho il terrore di non riuscire, di scoprire che no, non so fare neanche questo, in realtà, sono solo stata giudicata in modo troppo clemente per tutta la mia carriera scolastica. Non sono mai stata “un’eccellenza”, sono soltanto circondata da persone scolasticamente poco brillanti, quindi sembro molto più brava – e non me ne sono mai accorta, naturalmente…

D’accordo, eviterò di esporre tutte le mie insicurezze adolescenziali. Sappiate solo che il dubbio di non essere all’altezza, di non potercela fare, e che in ogni caso anche se ce la facessi sarei comunque una persona mediocre perché l’unica cosa che so fare è imparare quello che mi viene insegnato, è un pensiero che mi tormenta. Davvero tanto. E allora, mi si dirà. Allora, sentirmelo dire da un’altra persona, per quanto non particolarmente degna di fiducia com’è il mio professore di educazione fisica, mi ha terrorizzata. Ho pensato, è vero, ha perfettamente ragione. Non ce la farai, sei una delusione umana. E dai, se n’è accorto anche lui!

Esattamente a questo punto qualcosa è scattato. Penso sia dovuto l’allusione alle mie limitate capacità.

Cosa posso farci se è quello che mi piace fare?”
Devi imparare il fancazzismo.” O qualcosa del genere. “Fancazzismo” c’era di sicuro.
Non è esattamente il mio ideale di vita.”

Ovvero: io almeno ci ho provato. Forse non ce la farò, ma non è l’arrivo che conta, è il percorso. Rimuovo momentaneamente il fatto che proprio il percorso mi sta probabilmente distruggendo. In ogni caso, non è possibile che tutto sia da buttare. Io qualcosa ho fatto, qualcosa ho imparato. Ci ho provato e ci sto provando. È inutile dire che così non otterrò nulla, se intanto non trovo altro che potrei fare che possa avere lo stesso senso. Io il fancazzismo proprio non lo voglio. Potrò anche stare cadendo a pezzi, ma lo sto facendo per qualcosa. Pur distorto che sia, questo è l’unico obiettivo che conosco. (Non proprio l’unico, ma sarebbe un discorso complesso che non è chiaro del tutto neppure a me.) Questo non mi rende una persona migliore di altre, ma non ambisco a questo. Non mi rende neanche una persona peggiore.

Ho dei dubbi sulla possibile chiarezza di questa mia riflessione. Anche perché la sto scrivendo di getto prima di barcollare a farmi una doccia per poi andare a dormire. Mi si dirà che è ancora presto, ma sono stanca. E ogni tanto ho anch’io dei barlumi di istinto di conservazione. Niente fancazzismo, ma anche se per stasera non ripasserò greco credo che nessuno si sentirà offeso. Ho ancora tempo, e nessuno mi chiede la perfezione. Per di più, se mi si chiudono gli occhi sulle pagine non è che possa pretendere di ricordare gran che.

Per compensare il post breve (più di mille parole? Non l’avrei mai detto…) e per quietare un po’ i miei sensi di colpa sul greco, concludo con una traduzione che in realtà ho fatto prima di partire per la gita. Ne ero anche parecchio soddisfatta; ora, come sempre, lo sono un po’ meno. Il confronto è molto alto. Mi sembrava comunque doveroso.

θυμέ, θύμ᾽, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,
ἄνα δέ, δυσμενέων δ᾽ ἀλέξεο προσβαλὼν ἐναντίον
στέρνον, ἐν δοκοῖσιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθείς
ἀσφαλέως· καὶ μήτε νικῶν ἀμφαδὴν ἀγάλλεο
μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκωι καταπεσὼν ὀδύρεο.
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην· γίνωσκε δ᾽οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.

Animo, animo, scosso da affanni senza rimedio,
alzati, respingi gli avversari opponendo di fronte
il petto, agli assalti dei nemici resistendo da presso
saldamente; e né vincendo vantati ai quattro venti
né vinto lamentati abbattuto in casa,
ma gioisci delle gioie e indignati dei mali
senza eccesso: impara a conoscere quale ritmo regge gli uomini.

RPM: Dettaglio

February 7, 2012 § 1 Comment

Canzone del giorno: The Raveonettes, Veronica Fever.

In anni di patetici tentativi letterari (di cui il meglio che mi è rimasto è il piano di un romanzo che non scriverò mai ma che conteneva forse uno, e dico uno, spunto interessante), una cosa l’ho capita: la descrizione è un esercizio che mi fa bene. In effetti, è in sostanza l’unico che mi riesca. Talvolta mi trovo in preda a momenti di percezione esaltata, in cui mi sembra di notare qualunque cosa io veda e di essere in grado di tradurla in parole, oppure le sensazioni che immagino si traducono quasi in percezioni reali, o in anticipazioni di percezioni, estremamente appaganti. Per capirsi almeno un po’: oggi leggevo un fumetto ambientato su un aereo in volo, e mi sono resa conto che non vedo l’ora di partire per la Grecia solo per provare la sensazione di pressione al momento del decollo. Il mio stomaco si sta ancora contorcendo di piacere. In ogni caso, durante questi momenti descrittivi talvolta mi capita di mettere anche effettivamente qualcosa su carta. Circa un anno fa mi ero messa a descrivere il più dettagliatamente possibile i polsi di ciascuno dei miei professori. Scrivevo durante le lezioni, e sì, in caso qualcuno se lo chiedesse, mi rendevo conto di quanto la cosa fosse terribilmente inquietante. Si sa, i polsi mi affascinano. I risultati sono stati alquanto imbarazzanti, e non ho intenzione di recuperare qualche vecchio taccuino per rileggerli. Nondimeno è un buon esercizio lessicale, per una persona che tende a usare sempre gli stessi aggettivi e gli stessi maledettissimi avverbi (è una malattia, lo so, è una malattia).

Il senso di questa assurda introduzione (ma in realtà tutto quello che scriverò stasera sarà assurdo, e qualche linea di febbre non aiuta) è annunciare che sono entrata da qualche giorno in un momento descrittivo, e soprattutto spiegare almeno un minimo perché questo post è dedicato all’osservazione degli angoli della bocca. Il che, mi rendo conto, è ancora più inquietante dei polsi (o forse no, per chi mi conosce). Non c’è bisogno però di grande capacità speculativa (o di aver visto qualche puntata di Lie To Me) per sapere che gli angoli della bocca sono uno dei massimi veicoli delle espressioni facciali, e di conseguenza dell’intonazione emotiva, per così dire, di un discorso. In realtà, non è solo su di loro che mi sto concentrando, bensì sulla metà inferiore del viso in generale: oggi mi sono trovata a guardare (causa interessante corso di approfondimento scolastico) un filmato di un gerarca nazista che parlava in pubblico, e sono rimasta tra l’angosciato e l’affascinato notando quanta dell’aggressività che non traspariva dalle parole era evidenziata dall’atto di stringere ripetutamente i denti, facendo sporgere le estremità laterali della mandibola. Prescindendo completamente dal contesto (l’effetto collaterale più evidente di queste piccole ricadute nella vita estetica è proprio di allontanare qualunque osservazione più ampia della pura impressione sensoriale), è un movimento che mi affascina, soprattutto perché lo faccio spessissimo. In più è, appunto, estremamente violento, benché non preveda né gesti ampi né di scoprire i denti o altre parti minacciose. Ricorda che c’è qualcosa che va tenuto sotto controllo, altrimenti diventerebbe pericoloso. Ah, e fa venire dei gran mal di testa quando se ne abusa.

Ma torniamo a questi benedetti angoli della bocca. Si dà il caso che la mia professoressa di matematica e fisica sia una donna dall’espressività facciale parecchio ridotta. O, come direbbe mia madre, è un po’ figée. Insomma, lei non sorride, lei scoppia a sorridere, perché un sorriso per lei è un gesto clamoroso. Almeno quando arriva a coinvolgere gli occhi. Proprio per questa caratteristica, se si vuole interpretare in qualche modo il suo umore (che resta comunque stabile a livelli ammirevoli), è necessario prestare grande attenzione ai piccoli movimenti, ai particolari del viso. E qui entrano in gioco i nostri angoli. Non so quanto volontariamente, la mia professoressa sembra concentrare ogni espressione in quel punto. Una sorta di riduzione a icona della mobilità facciale, per cui ogni sfumatura comunicativa si traduce in una piccola differenza di tensione (valore base “nervosismo”), abbassamento (valore base “rabbia, disappunto, stai rispondendo male”) o sollevamento (valore base “non sorrido perché sono una persona compassata e questo non è abbastanza per convincermi, ma sto apprezzando quello che dici”). Non c’è nulla di meglio per attrarre l’attenzione di una persona in fase descrittiva come me. Per attenuare la forte impressione di interesse perverso che tutto questo post offre, dirò a mia difesa che è una pura questione astratta. La possibilità di ridurre il movimento al minimo mantenendone comunque il significato mi affascina. Gli angoli della bocca della mia professoressa sono vettori dell’umore, la cui circuitazione alla fine di ogni ora di lezione è bene che sia, per mantenere un buon equilibrio, pari a zero. Sapere che questo, con ogni probabilità, succederà ogni giorno è estremamente rassicurante.

Il che mi porta alla considerazione conclusiva, appena suggeritami peraltro da uno scambio di pensieri con una persona che ama molto le parentesi ed è curiosa di leggere il risultato dei miei deliri percettivi. In effetti, la maggior parte degli individui tende a non notare questo genere di particolari, ovvero a non registrare tutte le sfumature che accompagnano un messaggio (laddove per “sfumature” intendo l’interpretazione dettagliata della comunicazione non verbale, toni di voce, microespressioni e compagnia): è anche, credo (ma forse sono influenzata dalla mia prospettiva), una sorta di misura di sicurezza. Non tutto quello che ci viene detto ci deve importare, né tanto meno l’insieme dei suoi significati nascosti. Io sono stata definita “iperosservatrice”, e ne vado orgogliosa; ma questo significa che quando i segnali che una persona lancia, in particolare quelli negativi, diventano troppo evidenti, la pressione per me tende a diventare insopportabile. E non è soltanto perché quello che percepisco, spesso, mi importa, anche troppo; è una mera questione di sensibilità. Quando stai ascoltando uno scricchiolio, se qualcuno si mette a urlare è parecchio probabile che ti spaventerai. A maggior ragione se, come me, trovi che la rabbia o peggio ancora l’aggressività siano due aspetti emotivi pericolosamente ingestibili.

Insomma, in caso qualcuno volesse comunicarmi la propria irritazione ottenendo una risposta razionale (diversa dal nascondersi sotto un tavolo), consiglio vivamente di non alzare la voce e invece abbassare gli angoli della bocca. Forse è meno appagante, ma risparmia una notevole componente di stress.

NB Dopo breve dibattito interno ho deciso di archiviare anche questo post come Random Person Moment. Non è del tutto appropriato, ma mi sembra accettabile. E poi, così per questa settimana mi sento a posto.

RPM: Essere

February 3, 2012 § Leave a comment

Citazione del giorno: “How did it get so late so soon?/ It’s night before it’s afternoon/ December is here before it’s June/ My goodness how the time has flewn/ How did it get so late so soon?” [Dr Seuss]
Non c’è un motivo particolare.

Hai una sigaretta?”
No, mi dispiace.

Perché non hai una sigaretta?”
Perché non fumo. [perché ti stai strofinando contro la mia spalla?]

Perché non fumi? Dovresti fumare!”
Così divento intelligente come te? [lo so, laaaame. Ma ero molto occupata a scrollarmi di dosso lo stupido ragazzino che continuava a prendermi a spallate.]

Dovresti fumare! Dammi una sigaretta!”
Adesso smettila!

Hahahahah, ma chi sei? Ma lo vedete? Quest’essere!

Ebbene sì, qualche ora fa un ragazzino – occhi azzurri, lentiggini, capelli forse rossi, piercing al labbro, viso poco a fuoco in quanto a cinque centimetri dal mio – ha tentato di provocarmi, debitamente supportato com’è ovvio da un gruppo di coetanei altrettanto adorabili. Ora, non è che io mi sia offesa. D’accordo, un po’. Mi ha dato parecchio più fastidio il fatto che avesse invaso il mio spazio personale. Quello che mi ha stupita, a dire il vero, è stata la finezza dell’insulto. Insomma, Quindicenne-col-piercing avrebbe potuto apostrofarmi in svariati modi. Se ho capito qualcosa delle sue intenzioni, avrebbero avuto tutti a che fare col mio aspetto o con ciò che della mia sessualità il mio aspetto lascia intendere. Non sono neppure gran che sicura che si sia accorto che sono una ragazza. In effetti, porto ormai i capelli molto corti e con mia grande soddisfazione ho dei tratti abbastanza ambigui. Evidentemente dovevo avere un’aria molto stravagante, oggi, se il gruppetto mi ha notata come elemento d’interesse; cosa che normalmente non succede, o almeno non più da quando sono tornata al mio colore naturale. In ogni caso, mi vengono in mente una serie di epiteti che il mio aspetto potrebbe ispirare (e non li scriverò), ma “essere” non è nell’elenco. Non perché non sia calzante; al contrario, è forse quello che mi si adatta più precisamente. Nell’insultarmi, il ragazzino mi ha descritta; e ha anche mostrato una certa proprietà lessicale, perché definire qualcuno “essere” non è da tutti. È probabile che sia stato un caso, e che il simpatico fanciullo non abbia particolari doti nell’indovinare il carattere degli sconosciuti; ma nel caso in cui io mi fossi imbattuta in un piccolo prodigio dell’insulto, mi dispiace non aver avuto il coraggio di fermarmi e dirgli un paio di cose. Sarei potuta suonare più o meno così.

Ragazzino. Ci sono almeno tre cose che non hai capito. Tutte e tre si riassumono in ‘non si va in giro a insultare sconosciuti per divertimento’. Ma ti spiegherò, perché evidentemente nessuno l’ha mai fatto, o tu da quell’orecchio non ci senti.

Prima di tutto, sì, sono un essere. A rigore, lo sei anche tu. Ma io lo sono proprio nel senso che tu intendi come insulto. Esattamente come sembra, o come sembrerebbe se tu avessi interesse a rifletterci un momento anziché insultarmi, non mi ritrovo gran che nelle definizioni di genere che vengono date normalmente. Se te ne serve una, puoi pensare che sono lesbica, e dunque diversa da come qualcuno ti ha detto che dovrei essere, ma in realtà l’etichetta non esaurisce la mia idea di me. In ogni caso, sono diversa. Diversa non vuol dire sbagliata, e questo dovrebbe avertelo già detto qualcuno, santo cielo. Sono sempre stata orgogliosa di questo fatto, forse troppo, e ho sempre voluto che chi mi osserva si chiedesse se corrispondo alle sue categorie, che siano sessuali o intellettuali. C’è un fondo di vanità in questo, anche più di un fondo; ma c’è anche una strategia di difesa, un modo per annunciare a chiunque ‘sta’ attento, perché le tue aspettative non saranno necessariamente soddisfatte: sei stato avvisato’.

E questo è il secondo punto. Non hai nessun diritto di giudicare il mio essere (anzi, il mio essere un ‘essere’) o quello di chiunque altro, e anche se l’avessi sarebbe bene che tenessi il giudizio per te. O più che altro che non lo esprimessi in insulti. Innanzitutto perché le tue parole hanno un potere sugli altri, e non capisco perché tu possa pensare di essere in diritto di fregartene. Quello che mi hai detto andrà a intaccare le mie già labili difese nei confronti del bagaglio di insicurezze che quotidianamente mi accompagna. Ora, credo di essere abbastanza forte da non lasciarmi abbattere da una frase detta da uno sconosciuto alla stazione. Ho avuto un’ottima giornata, sono soddisfatta di me stessa, il mio stato emotivo è quasi stabile. Non è una cosa che mi succeda tutti i giorni, se ti interessa saperlo. Sono quasi contenta che tu abbia sfogato con me i tuoi istinti, piuttosto che con qualcuno momentaneamente più fragile. Ma avresti potuto rovinare la giornata a qualcuno. Per quale sacrosanto motivo ti credi in diritto di offendere un’altra persona, di farle del male (moralmente parlando)? Hai vagamente pensato alle conseguenze di quello che fai? No, perché non sei solo egoista. Non ho nulla contro gli egoisti. Ma tu pensi anche che il tuo egoismo possa essere usato come un’arma per ferire gli altri. Questo, se permetti, è abbastanza stupido. Più ci si ferisce a vicenda, tra sconosciuti ancor peggio, più il malumore generale aumenterà, più si continuerà ad offendersi a vicenda. Cosa ti costa un po’ di cortesia, un po’ di autocontrollo? Quello che hai fatto era totalmente gratuito. Non ce l’ho, una sigaretta. Se l’avessi te la darei.

Adesso penserai che sto facendo una questione monumentale di una sciocchezza. In parte sarà anche vero. Ma il punto è che tu sei anche bravo. Hai trovato la parola giusta per farmi del male. (Sempre ammesso, come da premessa, che non sia stato un caso.) Ebbene, il talento sprecato mi fa arrabbiare. Innanzitutto saresti più che in grado di usare le tue abilità per ferire qualcuno che quantomeno ti abbia offeso a sua volta. Ci sarà un tuo compagno di classe con cui litighi. E per litigare non intendo che tu lo aggredisci e lui piange. Ecco, piuttosto usa gli insulti per questo. Ma potresti essere anche abbastanza intelligente da riflettere su quello che fai, porti un minimo di problema etico, capire che non ci fai neppure questa gran figura, al limite. Perché non ci hai pensato? Non va né a tuo onore né a tuo vantaggio, prescindendo dal fatto che non è giusto. Sei fondamentalmente deludente. La cosa ti fa piacere? Ne dubito.”

Mi si dirà che sono una moralista. Per la cronaca, non posso che essere d’accordo. Intanto, il discorso al ragazzino non l’ho fatto. Sono scappata, perché aveva invaso il mio spazio personale e l’istinto mi diceva di averne paura. Odio quando mi comporto così.

Per fortuna, oggi ho davvero avuto una splendida giornata. Ho iniziato un gruppo di studio, ho parlato di lingua e cultura greca (sempre pomposa, mi raccomando) e sono stata ascoltata con interesse. Sono stata a contatto con persone piacevoli. Mi è stato ricordato, per l’ennesima volta, perché voglio fare l’insegnante. Sono soddisfatta. O meglio, lo sarei se il mio cervello non fosse un maniaco dell’equilibrio e mi restituisse un’ora di malessere per ogni ora di serenità. Ma questo non ha nulla a che fare con Quindicenne-col-piercing.

Scrivere un post la vigilia di Natale è troppo mainstream

December 26, 2011 § 1 Comment

(quindi io ne scriverò uno per Santo Stefano.)

Diciamolo chiaramente: non ho nessun motivo per festeggiare il Natale. Sono atea-o-agnostica-come-vi-sembra-più-adeguato, così come i miei genitori, detesto qualunque festività la cui più immediata conseguenza sia la diffusione di antiestetiche decorazioni (no, davvero, le avete viste le palle incongrue che decorano il centro di Bergamo da settimane?) e il sovraffollamento delle librerie; quanto allo spirito natalizio e alla vicinanza di chi ci è più caro, ogni anno mi trovo a passare le feste insieme con una famiglia con cui non condivido fondamentalmente nulla più di mezzo codice genetico e un vago e doveroso affetto. Con ciò, non odio il Natale. Mi è semplicemente indifferente. Le luminarie non si notano se guardi in basso, la Feltrinelli ha fatto un minimo di sconti nelle prime settimane di dicembre, e il pranzo di Natale con i nonni non è diverso dal pranzo di metà ottobre con i nonni, o da quello di primavera, o da quello estivo se non riesco a scamparlo. Insomma, mi accorgo che è quasi Natale quando ci si scambiano i regali l’ultimo giorno di scuola, per poi dimenticarmene di nuovo per un paio di giorni.

Ecco, lo ammetto: per me Natale significa soprattutto regali. Oh, che mentalità consumistica e corrotta. Sì, forse un pochino. In effetti io adoro i regali. Farne e riceverne, più o meno ugualmente. Mi limito a dire che la penso così perché anche il regalo, così come il biscotto, è a modo suo simbolo di una relazione. Ogni tanto ho bisogno anche di qualche segno tangibile che qualcuno ha pensato a me. Low self-esteem is low. E poi adoro fare contento qualcuno, anche in modo banale e momentaneo. Non c’è dubbio che sia un atteggiamento estremamente egoista, ma pazienza. Lo scambio dei regali è un momento che amo far durare (non ti offendi se te lo do dopo Capodanno? Ma figurati!), prolungare di giorno in giorno, possibilmente mentre le vacanze natalizie (che odio davvero, quelle sì) si trascinano, troppo lunghe per non essere noiose e troppo brevi per riuscire a fare con calma tutto ciò che si dovrebbe. Naturalmente vale lo stesso per i regali di compleanno – quanto sono contenta di essere nata a metà dell’anno solare –, con in più la questione degli auguri (quant’è bello ricordarsi i compleanni, e che qualcuno si ricordi il tuo, possibilmente senza l’insopportabile aiuto di Facebook).

Finita la premessa (e dovrei iniziare a chiedermi perché le mie premesse occupino sempre mezzo post), questo Natale ho ricevuto un regalo da uno sconosciuto. È andata così: mio padre mi ha regalato un’edizione di Manuzio (non parliamo dell’enormità di questo fatto, ma ci tengo a precisare che è un trattatello poco noto e mi auguro di poco valore, e che no, non sono abituata a ricevere cinquecentine per Natale), acquistata da un uomo che a quanto pare stava vendendo la sua biblioteca personale; quest’uomo, dopo aver chiesto a chi fosse destinato il libro, ha deciso che avrei dovuto senz’ombra di dubbio leggere anche Il profeta di Gibran, e l’ha aggiunto come regalo. Posto che l’edizione col testo a fronte in inglese non è male, ma che Gibran è davvero l’ultimo autore al mondo che penso possa piacermi, il fatto, per quanto probabilmente banale, mi ha toccata. Non tanto perché “uno sconosciuto mi ha fatto un regalo”, quanto perché mi intenerisce pensare a una persona che vende parte dei propri libri e decide in questo modo di creare un legame con un’altra persona a caso. Non avrei pensato la stessa cosa se non fossero stati libri, è chiaro. I libri veicolano significati particolari. Ma, in fondo, io avrei fatto lo stesso. Anzi, spero di poterlo fare. Per un certo periodo di quest’anno ho anche scritto e tenuto aggiornato un testamento, in cui tra le altre cose erano indicati espressamente quali libri della mia biblioteca personale (oh come suona bene!) dovessero essere lasciati a quali delle persone che conosco in caso di mia morte. Insomma, una cosa tra il megalomane e il macabro.

Sinceramente non so se leggerò Il profeta, né se mi piacerà o se me ne importerà qualcosa. Però apprezzo l’idea di una connessione con uno sconosciuto, e di essere la persona a caso di questo sconosciuto. Chissà, magari mi metterò anch’io a lasciare libri sulle panchine in regalo a chi passa, è una cosa che ho pensato di fare più volte. O magari fogli con delle frasi. Anche se, a pensarci bene, a chi vuoi che importi di una mia frase? Meglio i libri.

Nel frattempo, con questo post mi è venuta un’idea. Da un po’ di tempo (cioè prima della pausa nella scrittura) stavo meditando di inserire una sorta di rubrica, con un tema ricorrente, in questo blog. Molti dei blogger che seguo lo fanno, e lo trovo divertente da leggere. L’idea, a questo punto, sarebbe di scrivere un post alla settimana (circostanze permettendo) su un avvenimento che mi abbia fatto sentire una connessione particolare (o l’assenza di una connessione) con un estraneo qualsiasi. Un random stranger moment (sì, l’ho appena inventato e non sono sicura che mi piaccia). Dovrebbe servire anche a farmi guardare un po’ fuori da me stessa. Questo post ha dunque l’intenzione di diventare il primo di una serie. Se qualcuno volesse dirmi cosa ne pensa ne sarei particolarmente felice.

Where Am I?

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