The word’s on the streets and it’s on the news

May 17, 2012 § 2 Comments

Pensiero del giorno: Già, perché dovevo riemergere dal mio silenzio per la Giornata mondiale contro l’omofobia. How cliché.

You are the girl that I’ve been dreaming of ever since I was a little girl.
[Black Kids, I’m not gonna teach your boyfriend]

Senza tema di smentita posso dire che la canzone sopracitata è la mia preferita tra quelle che parlano di omosessualità. Nonché una delle mie preferite in assoluto, peraltro. Senza parlare della musica e dell’assoluta felicità che comunica anche se nel testo non c’è gran che di gioioso (ma gioia e felicità sono due cose diverse, nevvero?), il motivo sta tutto in quel primo verso. Inizio canonico, dichiarazione d’amore; conclusione a sorpresa, fulmen in cauda, quello che volete. Sembra quasi di aver sentito male, e la circolarità della frase, oltre ad aggiungere un pizzico di eleganza in più, non aiuta. E invece c’è davvero, c’è una ragazza innamorata di un’altra ragazza (che peraltro è fidanzata, questo lo si sa dal titolo), lì nel primo verso. E poi? E poi basta. Niente “I kissed a girl and I liked it”. Ciò di cui si parla è altro, ed è quello che il titolo già annunciava: c’è un amore non corrisposto, c’è un fidanzato di mezzo, e non va bene. Poteva succedere tra una ragazza e due ragazzi? Sì. Succede tra due ragazze e un ragazzo? Sì. Nessuna delle due cose ha più peso dell’altra. Penso a Saffo, che non si è mai preoccupata di difendersi dall’accusa di essere lesbica, né di rimarcare nelle proprie poesie che amava una donna, ma quando c’era un participio da usare lo metteva al femminile così come doveva essere. Perché dovrei ribadire che sono lesbica? Perché dovrei negarlo?

Quando qualche personaggio famoso fa coming out sono sempre contenta. Anche se magari della sessualità di Tiziano Ferro non mi interessava più di tanto. In ogni caso, quando sono contenta di una notizia di solito mi alzo, vado da mia madre e gliela racconto. (La verità è che racconto a mia madre più o meno qualunque cosa mi interessi, diciamolo.) Ogni volta che la notizia riguarda un coming out, mia madre reagisce nello stesso modo: “E allora? Si poteva anche non dirlo.” Ora, mia madre non è omofoba. In generale, credo che la mia famiglia sia tra le meno omofobe che esistano (fino all’età di quindici anni non mi sono mai posta domande sulla mia sessualità, semplicemente perché nessuno mi aveva mai fatto notare che essere attratta dalle ragazze fosse una cosa che andasse dichiarata e discussa). Ma mia madre è anche disperatamente etero (e non posso dire che non mi dispiaccia almeno un pochino), e il coming out non è un concetto che le appartenga. Per lei, secondo la stessa politica che è stata applicata durante la mia infanzia e prima adolescenza, non c’è bisogno di dichiarare la sessualità di nessuno, perché l’identità della persona che si ha davanti non cambia. Quindi dichiarare la propria omosessualità è quasi un’esibizione, un po’ come insistere per dire alla stampa che ti piace il gelato al cioccolato e non alla vaniglia (riconoscete l’esempio?).

Ecco, io qui una cosa da dire ce l’ho. Essere gay non è affatto come preferire il cioccolato alla vaniglia, essenzialmente per due motivi: primo, nessuno ti insulterà mai per aver pubblicamente dichiarato la tua cioccolatofilia né boicotterà le gelaterie che servono gusti diversi dalla vaniglia; secondo, salvo casi improbabili non esistono al mondo persone che vivono il loro amore per il gelato al cioccolato come una colpa o una vergogna sociale. Quindi, che qualcuno ci racconti le sue preferenze gustative non ci interessa, che qualcuno faccia coming out sì.

Ma non si tratta soltanto di personaggi più o meno famosi. Un’altra cosa che mia madre non capisce è la mia incessante speranza che qualcuna delle persone adulte con cui ho a che fare si dichiari o si scopra omosessuale. No, la mia opinione della persona in questione non cambierebbe. Sì, mi farebbe piacere saperlo. Perché si tratterebbe di un modello positivo, reale, cui sono davvero vicina. In più potrebbe aiutare a dare una scossa a quel genere di omofobia “blanda”, meno manifesta, quella insomma che non si esprime con gli insulti ma con frasi come “non ho niente contro i gay, ma…”. Una delle caratteristiche di questa forma di omofobia è la “sindrome di NIMBY”. NIMBY sta per Not In My BackYard, ed è la sigla che viene usata per indicare l’atteggiamento di chi è favorevole, in linea teorica, a un’opera di interesse pubblico, ad esempio all’installazione di più impianti eolici per produrre energia elettrica, a patto che l’opera in questione non venga costruita nelle immediate vicinanze di casa sua, ad esempio perché le pale eoliche fanno rumore, e non vuole accollarsene gli svantaggi. Ecco, l’omofobia NIMBY è quella di chi dice “non ho niente contro i gay, ma mio figlio/il mio professore/la mia vicina di casa non lo è di sicuro, ti sembra che possa essere gay quello/quella lì?” Insomma, se sei gay si vede, e siccome nessuna delle persone che conosco (o quasi) sembra gay nessuna può esserlo. La persona che adotta questo atteggiamento rischia ovviamente di reagire male di fronte al coming out di un conoscente “insospettabile”, in quanto scoprire l’omosessualità di quest’ultimo la porta a riconsiderare tutto ciò che di lui sapeva, convincendosi di non conoscerlo abbastanza. Per carità, questo momento di diffidenza si può superare, con un buon esercizio di apertura mentale e soprattutto continuando la frequentazione: motivo per cui il coming out del vicino della porta accanto può aiutare quella del balcone di fronte a liberarsi di qualche pregiudizio.

Quindi, il coming out fa bene ed è salutare a te e agli altri? Certo, a patto che l’ambiente in cui vivi ti permetta di uscire allo scoperto senza essere insultato, emarginato, picchiato. Ci sono passi da gigante da fare rispetto all’omofobia in Italia (anche se una fetta sempre più larga della popolazione è favorevole alle unioni civili, pare), e non sono io la persona più qualificata a parlarne. Anche perché io personalmente non ho mai subito attacchi omofobi, per mia fortuna e grazie all’ambiente in cui vivo.

Di sicuro vi è che vivere in un ambiente in cui l’omofobia è ridotta al minimo, e in ogni caso sempre condannata dalle persone la cui opinione realmente mi interessa, fa bene. Meglio di quanto si possa pensare. Oggi riflettevo sul fatto che il mio orientamento sessuale è una delle poche parti di me con cui convivo bene e che non cambierei a nessun patto. Certo, ho avuto anch’io qualche crisi, soprattutto quando mi sono resa conto di non potermi definire propriamente lesbica (sì, è il caso di chiarire qualche cosa, perdonate l’autoreferenzialità) ma piuttosto asessuale (sono attratta dalle ragazze? Sì. Sono attratta dai ragazzi? No. Desidero andare a letto con una ragazza? No, ma l’idea non mi dispiace. L’ho fatto? Sì, e non mi è dispiaciuto. Desidero andare a letto con un ragazzo? No, e non lo sopporterei). Ma alla fine, adottata l’etichetta di queer (sia benedetta), il mio rapporto con la mia sessualità è pienamente sereno, e ne sono felice. Mi aiuta a vivere bene. Per una persona eterosessuale, non avere difficoltà ad accettare il proprio orientamento è scontato, di solito. Per un omosessuale no, ed è questo che dev’essere cambiato il prima possibile.

Quando la società intera vorrà riconoscere che non c’è alcuna differenza di valore tra un ragazzo che ama una ragazza, una ragazza che ama una ragazza o un ragazzo che ama un ragazzo, allora non ci sarà più bisogno di coming out e di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Finché non sarà così, ogni coming out è un passo avanti per l’educazione di chi ci circonda, per far capire a tutti che non è chi si ama o con chi si va a letto a caratterizzarci, ma come lo si fa.

E in fondo, come diceva ieri sera Luciana Littizzetto a Quello che (non) ho:

Basta chiedersi quando la società sarà matura per riconoscere i diritti dei gay. La risposta è: adesso, anzi, ieri.”

Considerazione [sono una persona modesta]

February 16, 2012 § Leave a comment

Frase del giorno: “Salve. Qui tutto ti è facile e amico.” Bella frase da mettere all’ingresso di una biblioteca. Anche se forse in arabo non ha un grande effetto comunicativo.

Mettiamola così: ho un problema etico.

Almeno da Kant in poi (ma qualcuno lo avrà detto già prima, su, non è complicato), qualcuno ha pensato di stabilire come principio fondamentale dell’etica quello della libertà. Un’azione è morale, e di conseguenza passibile di un giudizio morale, quando dipende dalla volontà dell’individuo e non da costrizioni esterne. Ora, in fondo, già su questo avrei delle leggere riserve. La volontà di un individuo dovrebbe essere un principio libero. Si può compiere un’azione non avendo altra scelta e dando il proprio assenso, oppure si può compiere un’azione non avendo altra scelta ma perseverando nella propria volontà di non compierla. Il problema finisce dunque per sdoppiarsi: chi compie un’azione moralmente condannabile non avendo altra scelta è colpevole? O lo è soltanto se dà il suo assenso? O lo è in misura minore se non avrebbe voluto farlo? Si può essere colpevoli in misura minore? (ok, questo sì, o la mia morale rischia di diventare una mostruosità più di quanto già non sia) E soprattutto, che senso ha ragionare in astratto su qualcosa di cui solo l’individuo può avere coscienza per se stesso? Che poi, la mia etica non concede la possibilità di condannare gli altri per le loro azioni senza conoscerne pienamente i motivi, il che è impossibile, perché la visione del mondo di ogni altro individuo ci è preclusa. (Ciò non toglie che si possa giudicare ed esprimere un giudizio sulla condotta altrui – sono una moralista –, a patto che ci si ricordi che il proprio giudizio è inevitabilmente parziale e fallace, con tutte le conseguenze del caso – e qui ci sarebbe da discutere del fatto che diritto e morale non coincidono, ma questa parentesi si sta allargando troppo.)

Insomma, già la questione della volontà è un problema rilevante su cui sto tentando di ragionare. Anche perché, chi lo dice che sia veramente libera? Siamo fatti di processi biologici di cui abbiamo una coscienza estremamente limitata. All’inizio di settembre ascoltavo un neurologo spiegare che nel momento in cui ci rendiamo conto di aver preso una decisione i nostri processi cerebrali si sono, a quanto risulta dagli esperimenti, già avviati. Anche il rapporto tra speculazione (oh dear, not Hegel again) filosofica e progresso scientifico è una questione enorme, maledizione. Ma sto decisamente divagando.

Il mio problema più recente non riguarda il principio etico della volontà, ma un’altra proposizione apparentemente scontata che sta altrettanto, se non di più, a fondamento della morale. Vale a dire che ogni nostra azione ha conseguenze. Mi si dirà che non è vero, che spesso non si riesce a ottenere nulla (è uno dei motivi per cui l’etica, almeno in un’ottica kantiana, valuta le intenzioni e non i risultati). Non intendo dire che ogni azione ha le conseguenze desiderate. Intendo dire che ogni nostro atto, anche il più piccolo, il più futile, ha degli effetti sul mondo esterno. Lo modifica. Altrimenti non avrebbe alcun senso parlare di questioni o di giudizi o di alcunché di morale. E a questo punto si apre un abisso.

Il punto è: se ogni mia azione ha delle conseguenze, di quali di queste conseguenze io mi devo ritenere responsabile? (Nota fondamentale: quando dico “io” intendo esattamente io. Me. Non un individuo ipotetico, perché quello non lo potrei giudicare correttamente, mentre posso e devo giudicare me stessa.) Tecnicamente, anche ogni volta che respiro modifico l’ambiente esterno in modo rilevante. È vero che questa azione non è subordinata alla mia volontà, quindi forse non me ne devo preoccupare. E poi, sarebbe difficile definire se l’effetto delle mie emissioni di anidride carbonica, agenti patogeni e affini sia positivo o negativo dal punto di vista etico. Ma mettiamo il caso che io faccia qualcosa nel senso più comune, che io compia una scelta etica, prendendomene le responsabilità. Questa mia azione, qualunque sia, potenzialmente modificherà (seppure, per carità, in minima parte) l’ambiente con cui si relazionano svariate persone. Più importante è la mia scelta più vaste o più gravi saranno le conseguenze sull’ambiente esterno. Ora, io dico: qual è il discrimine tra le conseguenze di cui sono responsabile e quelle che non mi riguardano? Mi si dirà: sei responsabile di quello che riesci a controllare. Buona risposta, e poi, si sa, la parola mi piace. Cosa significa, però, controllare? Essere in grado di contribuire alle cause di un evento? In tal caso, se la mia azione precedente ha contribuito a causarlo, allora io ne sono automaticamente responsabile. Anche se fossi la proverbiale farfalla che battendo le ali in Indonesia ha causato, tramite una catena di fenomeni inspiegabile di cui non ha coscienza, un tornado in Kansas. Ah, i dilemmi etici dei lepidotteri.

Ecco, vedete? In realtà, tutto questo è ridicolo. È ridicolo perché, me ne rendo conto scrivendo (be’, diciamo che prima lo sospettavo), forse ho impostato il problema al contrario. In realtà, io sono responsabile non di quello che posso provocare più o meno direttamente, ma di quello che avrei potuto impedire. Le concause che determinano un evento sono innumerevoli, come direbbe il solito Tolstoj. Solo che, e non ricordo se di questo il vecchio russo avesse tenuto conto, ci sono casi in cui l’eliminazione di una sola causa è sufficiente a impedire che un evento si verifichi. Se questa causa dipende da me, allora io sono responsabile del verificarsi o meno di quell’evento. Tutto qui. Tutto semplice.

Oppure no. No perché questa non è una risposta definitiva, non è condivisibile (o almeno, sospetto che qualcuno non la condividerà) e non è detto che sia valida. (Notate la climax?) No, soprattutto, perché anche così le responsabilità di cui tener conto sono una massa spaventosa. Forse io sono troppo fragile. Forse sto sbagliando i conti. Ma mi sembrano sempre e comunque più di quanto mi aspettassi. Tutto questo non era previsto dal contratto. Dov’è il mio diritto di recesso? Dove si restituisce il biglietto? Eppure non posso e non devo non tener conto di questo principio di base. Ogni mia azione ha conseguenze sugli altri. Che si traduce in, semplicemente, sta’ attenta a quel che fai. Piccoli imperativi non categorici.

PS Qualcuno si starà forse chiedendo chi io sia per pensare di poter dare qualche risposta a questioni così grandi (o magari per giudicarle più importanti di altre). Nessuno. Sono una persona che fa fatica ad accettare molte cose.Per quanto io provi a negarlo, sono una creatura.”

PPS Il titolo è un po’ autoreferenziale, forse.

Tentativi ed errori

May 11, 2011 § 2 Comments

Questa riflessione nasce da fattori alquanto banali. In particolare, dall’aver dovuto scrivere un “saggio breve” in inglese (ah, la preparazione al First… ditemi voi cosa voglia dire un saggio breve di centottanta parole!), subito dopo aver letto questo post e di conseguenza aver avuto a che fare con questo sito. Ora, il post mi è piaciuto, chiariamolo subito, niente da dire (come quasi tutti gli altri post di AsALinguist, che è uno dei miei blog preferiti). Il sito, invece, un tantino meno. Soprattutto da tenera studentella che litiga con le writing skills degli esami internazionali. Mentre scrivevo il mio misero saggio (un aborto orribile che spero non venga mai letto da nessuno – devo assolutamente fare più esercizio), a ogni riga e a ogni costrutto che mi suonava troppo italiano mi chiedevo, sarei degna di finire sotto l’etichetta di “shit my students write”? Perché, mi dispiace dirlo, tanto per cambiare le parole hanno un significato. C’è differenza tra “sciocchezze (più o meno) divertenti dei miei alunni” e “merda scritta dai miei studenti”. Più o meno la stessa che passa tra “qui hai fatto un errore” e “qui hai fatto un’immonda schifezza”. Magari l’ho fatta davvero, l’immonda schifezza, per carità. Sul sito incriminato si vedono cose che noi umani non potremmo neppure immaginare. E il male non sta nel riderne. Il male sta nella crudeltà con cui vengono proposte, nel messaggio che passa, per cui l’errore è una schifezza.

Da studente, mettiamola così. Se ho scritto una boiata, è giusto segnalarmela, per carità, ed è giusto anche farmi capire che è sbagliata. Che è molto sbagliata. Ma non sarà mai una schifezza. Perché ogni errore è testimonianza di un percorso di apprendimento, oserei dire evolutivo. “Sbagliando s’impara”, dice saggezza popolare – “nessuno nasce imparato”, dice mia madre citando chissà chi. Proprio per questo gli errori hanno un valore intrinseco proprio in quanto sbagliati. Scorretti. Dietro a ogni errore c’è una causa razionale (e razionalmente conoscibile): che sia la semplice mancanza di studio, che proprio in quanto semplice penso sia l’incubo di qualunque insegnante, oppure un’amnesia momentanea, oppure – e qui viene il bello – l’applicazione di un meccanismo mentale scorretto. Qui viene il bello perché di fronte a un procedimento che porta a risultati inadatti è necessario fare qualcosa, cambiare metodo, ma innanzitutto capire perché il proprio ragionamento non era corretto. Che è già abbastanza difficile quando si tratta di un proprio ragionamento. Quando è il processo mentale dei propri studenti a dover essere analizzato, spesso rendendo loro stessi consapevoli del meccanismo che hanno applicato senza rendersene conto, e poi corretto, le cose devono essere più difficili. Forse. Forse è più facile correggere gli altri che se stessi, sia perché non si hanno pregiudizi e schemi preconcetti da cui uscire, sia perché si conosce già la risposta esatta. Eh sì, perché è facile non sbagliare quando si sa come le cose dovranno andare – motivo per cui (commento personale) ho sempre detestato i test di matematica senza soluzioni, ma capisco che non possano essere altrimenti.

Certo, non tutti i professori si applicano tanto agli errori dei propri studenti. Abbiamo tutti in mente degli esempi, conosciuti in qualche anno di scuola. Ma, come mi capita spesso di dire, c’è una differenza fondamentale tra insegnanti e professori. Un professore è pagato dallo Stato per stare in classe e (possibilmente) spiegare. Un insegnante insegna. È tanto semplice, e tanto difficile, anche solo da definire – e io, contravvenendo ai miei consueti propositi (pseudo) filosofici, non lo definirò. A proposito, ho mai parlato della differenza, a mio parere fondamentale, tra semplice e facile, difficile e complicato? Penso sia intuibile, in ogni caso non voglio divagare più del necessario.

Tornando all’argomento iniziale, degli errori però si può ridere. Come si può ridere di tutte le cose importanti. Anzi, fa bene ridere degli errori, non solo dei propri. Ma anche qui c’è da assumere qualche precauzione. Uno dei motivi per cui si dovrebbe sempre ridere degli errori è che questi non devono diventare delle colpe. Proprio perché è necessario farli, nessuno deve sentire il proprio valore diminuito perché ne ha commesso uno. Quindi, proibita qualsiasi risata crudele, umiliante. Come disse Robin Williams/John Keating in una scena che non dimenticherò mai, “Non ridiamo di lei, ridiamo con lei”.

Ah, ecco. Quando parlo di accettare i propri errori come parte di un percorso, anzi, di ammetterli all’interno di esso dando loro il benvenuto dovrei proprio imparare da quello che scrivo. Fate quel che dico, non quello che faccio (per la serie: se l’ha detto lui potrò dirlo anch’io).

Elogio dell’Imperativo

May 5, 2011 § Leave a comment

Innanzitutto, so di stare un po’ trascurando il blog, ultimamente. Ho qualche ragione a mia discolpa. Cerco di riservarmi ogni giorno un momento per scrivere, leggere o in generale dedicarmi ad attività riposanti e possibilmente edificanti (?), ma per necessità ultimamente questo momento slitta verso le ore serali, e di norma a quel punto sono talmente stanca che finisco per fissare lo schermo e al massimo fare un solitario (shame on me!) mentre ascolto qualcosa. Secondo motivo di affaticamento mentale, un certo Immanuel Kant occupa ormai la maggior parte dei miei pensieri, almeno a livello speculativo. Sto tentando da giorni di buttare giù qualche riflessione su un tema che mi interessa in modo probabilmente troppo profondo per scriverne, vale a dire se sia davvero possibile comunicare in modo efficace oppure se tutti siamo inevitabilmente confinati nei nostri schemi mentali – e, prevedibilmente, non sono in grado di andare oltre l’introduzione prima di arenarmi in modo infelice, restando con mille brandelli di pensiero che non sono in grado di coordinare. Insomma, è probabile che il progetto non vada mai in porto.

Però, insomma, se Kant si prende davvero tutta questa parte dei miei pensieri, parliamo di lui. Qualcuno l’avrà già immaginato – evidentemente non avevo intenzione di scrivere un elogio di un modo verbale. Ebbene sì, l’Imperativo Categorico (maiuscole, maiuscole!). Chiariamo subito che non pretendo di averlo capito né di averne compreso le implicazioni a livello filosofico. E allora di che parli, di grazia? Racconto un esperimento che deciso di fare. Una cosa probabilmente abbastanza sciocca: proviamo, mi sono detta, ad applicarlo come regola nella vita reale. Un po’ per gioco – approccio che piacerebbe molto poco a K., vista l’enfasi che pone sul rispetto per la legge e sulla partecipazione sentimentale necessaria all’etica. Ma tant’è. Giocando si fanno e dicono le cose più interessanti. Chissà che la mia intenzione non sia persino seria. In ogni caso, tutto parte da qui:

“Agisci in modo che una massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale.”

Ovvero, nella mia interpretazione presumibilmente riduttiva: “ogni volta che agisci compiendo una scelta morale, chiediti sempre cosa succederebbe se tutti compissero la stessa scelta nella stessa situazione (e valuta di conseguenza ciò che stai per fare)“. Quale sia la differenza tra questa frase e una formula del tipo “chiediti sempre cosa devi fare”, nonché cosa significhi, a livello pratico, applicare questa regola, lo sto sperimentando negli ultimi due giorni (vale a dire nel tempo che è trascorso dalla mia decisione epocale). Innanzitutto diventa inevitabile comprendere quante delle nostre azioni si possano definire “morali”. E questo già non è facile. Per ora, la mia risposta è “compio un’azione morale quando agisco liberamente (almeno in un certo grado) in vista di un fine”. Sospetto che K. già non sarebbe d’accordo con questa definizione di lavoro. Io intanto non sono gran che sicura della necessità di un fine. Però non compirei una scelta se non in vista di un fine, raggiungere il quale mi sembri evidentemente un bene. In ogni caso, le scelte “morali”, anche con questa definizione imprecisa, si presentano in numero altissimo. Niente di sorprendente. Solo che per applicare coerentemente la mia versione dell’imperativo categorico bisogna prestare attenzione a ogni singola scelta che si stia compiendo. Insomma, ogni volta, o quasi, che si agisce in modo non automatico bisognerebbe chiedersi “cosa succederebbe se tutti…?”. Cosa che richiede discreta presenza di spirito. E una grande attenzione nell’analisi di cosa si stia effettivamente facendo. Per evitare i paradossi che derivano da definizioni sbagliate, come il classico episodio dell’assassino. Un uomo bussa alla vostra porta con un coltello chiedendo dove sia un vostro amico e dichiarando di volerlo uccidere. Voi sapete dov’è e potreste dirglielo. Cosa rispondete? “Se tutti mentissero il mondo sarebbe sicuramente un posto peggiore, quindi bisogna dire la verità”. Come no, certo. A parte che se tutti fossero sempre sinceri penso che il mondo sarebbe un inferno – provate comunque a riformulare la questione in questi termini: “Se tutti mentissero per salvare la vita a un altro essere umano, che cosa succederebbe?” Qualcuno ha qualche dubbio, a questo punto? Paradosso solo apparente (nonché un tantino forzato)! Anche un buon uso dei quantificatori “sempre”, “talvolta”, “mai” è utile (su questo sono quasi sicura che Kant non sarebbe affatto d’accordo). Ma a questo punto bisogna fare attenzione alla naturale tendenza della coscienza umana a trovarsi delle attenuanti. Insomma, bisognerebbe essere imparziali con se stessi, il che è (forse) impossibile.

In fondo, la santità non è di questo mondo. Per fortuna. C’è un’ultima difficoltà da affrontare nel mio gioco sull’imperativo categorico: si pecca in atti, pensieri, parole e omissioni. Non è facile analizzare correttamente una scelta morale che si sta compiendo, ma cosa dire di una che non si sta compiendo? Eppure evitare di scegliere, di agire, è tanto spesso più dannoso che l’azione. Cosa succederebbe se tutti fossero indifferenti, senza neppure rendersene conto? Molto, molto male indubbiamente. Poi, certo, cos’è il male? Cos’è il bene? Aiuto. Non voglio naufragare negli scogli della filosofia.

È un gioco, per carità. La cosa più preoccupante è che in questi due giorni ha funzionato. Sono decisamente più serena. La prossima domanda è “sono soltanto convinta di star agendo bene, oppure lo sto facendo davvero ed è questo ad appagarmi?”. Time will tell (ecco, sono persino in tema con la data di oggi). Cerchiamo di non prenderci troppo sul serio. D’altronde, cosa succederebbe se tutti applicassero sempre (la mia versione del) l’imperativo categorico?

Pensierino unitario

March 16, 2011 § Leave a comment

In occasione dell’anniversario sempre più vicino, la mia professoressa di italiano invia “pensierini unitari” via mail. Niente male, tra l’altro. Si parla di come non sia più necessario “meritare di essere italiani”. Per carità, buona osservazione. Che potrebbe essere allargata a ben altri contesti. Ultimamente, molte cose sembrano scontate. Ma non è questo che mi preme, ora che il 17 Marzo è dietro l’angolo (l’orologio mi avvisa che manca meno di un’ora quindi dovrò anche sbrigarmi). Quello che mi preme è il patriottismo. O l’antipatriottismo.

Non nutro particolari sentimenti patriottici, ecco, tutto qui. Per dirla con Brassens, “non faccio certo torto a nessuno se non ascolto la fanfara che passa”. Certo, è legittimo chiedersi perché. Quale motivo dovrei avere per non celebrare l’anniversario dell’Unità, anzi, per guardarlo con un certo fastidio, addirittura? Il problema non è l’Italia, chiariamo subito. Con tutti i suoi disastri, nel mio piccolo apprezzo questo paese. Di certo abbiamo prospettive di miglioramento – nel senso che c’è una marea di cose da migliorare. Ma la critica alla storia italiana, o alla politica italiana, o a qualsivoglia altro elemento di italianità mi pare sterile. Alla fine, gli anniversari servono all’ottimismo. Servono a dirsi, una volta tanto, “certo, siamo in una situazione poco rosea, ma ci siamo, che diamine, esistiamo, siamo uno Stato da centocinquant’anni, mi sembra già un bel traguardo!” E ben venga l’ottimismo, se serve a darci uno slancio di qualche tipo (che probabilmente non arriverà, ma cercherò di essere ottimista anch’io).

Il problema non è l’Italia, è lo Stato. Il gruppo. Lo Stato è un gruppo, per di più spaventosamente allargato. Doveva essere bello, ad Atene, nel quinto secolo, conoscere metà dei propri concittadini. Ora non è più possibile. E allora cosa si fa? Democrazia rappresentativa, certo. Ma quello che manca – la cui assenza mi inquieta – è il dialogo. Il confronto. È già terribilmente faticoso convivere in un gruppo classe. Nella mia, sabato scorso si parlava di rispetto per gli insegnanti, di darsi una regolata, di comportarsi bene, se non altro per evitare ritorsioni. Oggi, naturalmente, qualcuno si fa beccare a studiare greco nell’ora di biologia e ci becchiamo la lavata di capo e la ritorsione materiale (in forma di verifica). Una sciocchezza? Non tanto, secondo me. Le dinamiche del gruppo sono inquietanti. Il gruppo non può imporre la propria volontà agli individui, ma le azioni individuali hanno conseguenze collettive. Buffo, non è vero? Si viene giudicati come corpo, anche se corpo, in realtà, non si è. Come posso essere responsabile delle azioni di un politico con cui non ho mai parlato – e anche se gli parlassi probabilmente non mi ascolterebbe? Eppure ne pago le conseguenze. È un problema per una classe, è un problema per un liceo. Se fatico a riconoscermi nei gruppi con cui sono a contatto ogni giorno, come farò a credere in uno Stato? Il campanilismo, poi, è ancora peggio. Assolutizzare quello che ci è vicino per evitare il confronto con l’altro, che gioia.

Già, perché il confronto è inevitabile. Cercherò di parlarne più ampiamente un’altra volta. Non nego che la società sia indispensabile all’uomo. Ripeto, chiudersi e limitarsi a ciò che si comprende è ancora più assurdo. Ma sono convinta che il confronto tra individui possa venire prima di quello con lo Stato. Che la crisi degli ideali non significhi la scomparsa degli stessi. Che relativizzare le cose sia il modo migliore per capire come comportarsi. Tutte questioni su cui tornerò, spero. Per questo gli anniversari mi spaventano. Perché creano tensione. Caricano le cose – i fatti storici, le istituzioni, eccetera – di un valore simbolico che non lascia spazio a relativismi. E il relativismo serve alla comunicazione, a mio modesto parere.

Quindi, ripensandoci, domani sorriderò al pensiero che “centocinquant’anni fa nasceva l’Italia unita” (qualcuno dovrà pur dirla, una frase del genere, quindi la citazione va bene). E ne sarò contenta. Non vorrei che fosse andata diversamente, in fondo. Sapendo che ci sono ideali cui do maggiore importanza. Sapendo che se qualcun altro non sarà contento come me, be’, affari suoi. Almeno fintantoché non verrà ad impormi la sua idea – così come io non ho nessuna intenzione di imporgli la mia, visto che è relativa.

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