Alcune note sulle Fenicie di Euripide: Antigone è stanca

June 13, 2013 § Leave a comment

No, non sono in grado di mantenere un ritmo regolare nei miei post.

In tutto il tempo in cui non ho scritto (e lasciamo perdere il “diamine, è già metà giugno” che mi gira per la testa in questo momento – dov’è finito maggio?) sono successe alcune cose. Immediatamente relativo all’argomento di questo post è il fatto che a fine maggio sono stata a Siracusa a vedere Antigone ed Edipo Re. (Non immediatamente relativo all’argomento di questo post è il fatto che io sia riuscita, incredibilmente, ad andare a Siracusa mantenendo livelli di serenità emotiva accettabili.) Incidentalmente, ho anche dato l’esame che mi aveva richiesto di tradurre le Fenicie in primo luogo, ma questo non ha provocato grande coinvolgimento estetico. Siracusa, invece, nonostante tutto sì. E per “nonostante tutto”, cercando di non dilungarmi troppo e senza millantare un’esperienza o un occhio critico in campo teatrale che proprio non ho, intendo dire nonostante un’Antigone tradotta in modo discutibile – “meraviglioso è l’uomo”? Davvero? Ne approfitto per segnalare la ben migliore traduzione (non opera mia) che trovate qui –, con protagoniste femminili discutibili, e un Edipo che nonostante la grande fedeltà al testo non mi ha convinta fino in fondo. Mi resta, a livello generale, l’impressione che Sofocle messo in scena rischi di trasformarsi in una copia scialba di Euripide. Mi rendo conto che sia un giudizio critico avventato, ma d’altronde trasformare un testo in uno spettacolo (almeno uno di carattere tradizionale e rivolto al medio/grande pubblico come, al di là della buona qualità, restano quelli di Siracusa) richiede di prendere posizione su ogni sfumatura del testo stesso, operazione che, per Sofocle almeno, porta pericolosamente vicino all’appiattimento. Insomma, non ho trovato nell’Edipo Re rappresentato in scena nulla più di quanto avessi trovato leggendolo, e certamente qualcosa di meno. Nell’Antigone di quest’anno, invece, qualcosa di nuovo l’ho trovato eccome: il prologo delle Fenicie. Sì, perché la rappresentazione si apriva con un antefatto (necessario, a mio parere, considerato che i ragazzi seduti alle mie spalle sono riusciti a domandarsi chi fosse Tiresia – ma non aprirò il capitolo del comportamento sconcertante del pubblico, basti menzionare gli applausi rivolti a Edipo che entra in scena cieco e insanguinato), affidato niente meno che al fantasma di Giocasta, che ha recitato quasi per intero proprio il prologo delle Fenicie, aggiungendovi una parte della narrazione della morte di Eteocle e Polinice, ripresa tra l’altro testualmente dalla traduzione di Medda. Ora, mi si dirà che cucire il prologo delle Fenicie all’inizio dell’Antigone è un abominio. Sono propensa ad accettare l’obiezione, soprattutto perché il prologo dell’Antigone è di per sé una scena dalla forza drammatica e umana travolgente (peccato che né le due attrici né soprattutto il testo, ridotto e rielaborato, fossero all’altezza della parte). Eppure, nel momento in cui Giocasta raccontava il duello in cui i suoi due figli si erano uccisi, e in scena – con una scelta registica che non molti hanno apprezzato, ma che io ho trovato splendida – Eteocle e Polinice, interpretati da due bambini vestiti di bianco, simulavano un breve combattimento rituale, concluso da un abbraccio che non sarebbe potuto essere in più profondo contrasto con un testo che li paragona a cinghiali e leoni schiumanti, in quel momento (e solo in quello) mi sono salite le lacrime agli occhi. (E in quel momento ho deciso che voglio vedere rappresentate le Fenicie, se mai mi si presenterà l’occasione, ma anche questa è un’altra storia.)

Ma veniamo ad Antigone, quella di Euripide e non quella di Sofocle. Non che sia possibile leggere l’una prescindendo dall’altra, ed Euripide stesso (o i suoi più o meno numerosi interpolatori, dato che la parte di Antigone è per l’appunto quella sospettata di corruttele più estese, a invaderla quasi per intero) ne è ben consapevole. L’Antigone di Sofocle, mi si permetta la semplificazione, è la rappresentazione di una scelta. Questo non la rende meno viva, meno ricca pur nel suo essere fanciulla fredda e irremovibile, votata ai morti – ci sono uomini che si innamorano di Antigone, diceva Shelley, e forse aveva ragione, anche se io non sarò tra questi. Ma Antigone, nella tragedia che porta il suo nome, non è certo stanca. Lei ha preso una decisione, ha deciso di amare e non di odiare (ma di amare i morti, e questo Ismene lo fa notare crudamente e meravigliosamente, sia a tu per tu sia, soprattutto, in presenza di Creonte, ed è difficile prescindere da questa realtà – Antigone stessa nell’allontanare la sorella sembra confondersi e non comprendere più se la stia salvando da un destino di orrore o se stia solo consacrando se stessa e la propria unicità, ai limiti del disumano), e questo fa fino alla morte. (Che è poi una morte altrettanto problematica – chi si è consacrata ai propri princìpi, chi è nata per amare, si impicca con la cintura della veste?) L’Antigone delle Fenicie, o l’Antigone di Euripide, invece, è innanzitutto una ragazza, quasi una bambina. La vediamo per la prima volta, e la ascoltiamo, in quella che doveva essere una parte cantata di grande virtuosismo tecnico, nell’atto di guardare uno spettacolo. Antigone è curiosa, insiste nel chiedere al pedagogo i nomi di tutti i guerrieri che vede dall’alto delle mura. Quando vede il fratello, la sua reazione è istintiva e bellissima: si augura di poter superare la distanza che li separa, semplicemente, con una corsa, e di abbracciarlo. Si augura, insomma, e quasi crede possibile, di risolvere il conflitto con un gesto di affetto. Ha poco da invocare Artemide o la folgore di Zeus in nome della giustizia e dell’equilibrio: resta tremendamente ingenua. “Com’è strano a vedersi quello, con quelle armi, una specie di barbaro!” – “Come splende la corazza di Polinice, come i raggi mattutini del Sole!” Alla fine della sua teichoskopìa, da brava ragazza greca non ancora in età da marito (ma, a dire il vero, da brava donna ateniese di qualunque età), se ne torna nelle sue “stanze virginali”, ben attenta a non farsi scorgere da nessuno. Ed è proprio dalle stanze virginali che verrà a strapparla proprio colei che dovrebbe essere la più rigida custode della sua innocenza, la madre. Antigone reagisce con preoccupazione all’ordine di seguirla sul campo di battaglia, nel momento cruciale del dramma, mentre i due fratelli stanno per affrontarsi in duello. “Come, lasciare le stanze virginali?” “Mi vergogno della folla.” Una reazione del tutto naturale e del tutto inopportuna, data la situazione tragica.

Da lì in poi, la lacerazione. Non c’è più spazio per la naturalezza della vita di una ragazza, è il momento di affrontare la tragedia. Sul campo del duello l’unica ad agire davvero, per l’ultima volta, è Giocasta – ad Antigone sono affidate soltanto poche frasi di circostanza, una battuta stucchevole sul fatto che i fratelli abbiano tradito il suo matrimonio. Ma, nel momento in cui a propria volta rinuncia al suo ruolo, o meglio lo consacra immobilizzandolo nella morte, la madre trasferisce ad Antigone la custodia degli affetti familiari. Nel momento in cui ritorna in scena (dopo essersi silenziosamente occupata del recupero dei cadaveri sul campo, con un tocco di delicatezza impareggiabile da parte del messaggero che la descrive allontanarsi di nascosto prima che la battaglia infurii di nuovo), Antigone ha abbandonato, e lo dichiara esplicitamente, ogni riserva dovuta alla sua condizione. Neppure le voci della natura hanno la possibilità di rispondere a suo canto con un lamento uguale. (Ammetto che quest’ultima osservazione è precaria, perché si riferisce a un punto del testo che soffre di una corruttela particolarmente complessa.) Solo che vi sono due modi di uscire dalla propria condizione di – tutto sommato – innocenza, e una è proprio quella della sua omonima sofoclea. E, in effetti, Antigone vuole seppellire Polinice, lo dichiara sfacciatamente in sfida a Creonte, si aggrappa fisicamente al cadavere in scena. Non posso evitare, a questo punto, di citare la battuta con cui la figlia di Edipo rifiuta il matrimonio con Emone, in tutta la sua meravigliosa semplicità: “Non è che con questi lamenti attirerai la sciagura sul tuo matrimonio?”, chiede Creonte, sicuro come sempre della sua posizione – “Ah, certo, perché da viva potrò mai andar sposa a tuo figlio!”. Ma neppure la sfera degli affetti familiari, qualsiasi fossero i sentimenti di Giocasta, è semplice e univoca: seppellire Polinice significa restare a Tebe, significa affrontare un altro capitolo di quella tragedia umana destinata a trascinarsi in eterno che è la saga dei Labdacidi, e significa anche abbandonare il padre nel suo momento di massima debolezza (che, paradossalmente, non è quello dell’accecamento e della scoperta della propria contaminazione, Edipo Re è grande fino alla fine, ma questa è di nuovo un’altra storia nonché l’argomento di un seminario). E Antigone, in fondo, è stanca, o forse stanca sono io che scrivo e che non resisto alla tentazione di attribuirle ciò che è mio. Forse Antigone sceglie l’esilio insieme al padre per affrontare in altro modo, altrettanto duro e doloroso, la sua sorte (“mi renderà grande la tua sciagura”, dice a Edipo, ma questa parte sì che è certamente interpolata, o almeno soggetta a una corruttela gravissima, a giudicare dalla conclusione totalmente illogica). O forse, semplicemente, accoglie del suo destino quella parte che potrà finalmente allontanarla da Tebe, da tutto quel sangue ormai privo di senso (quant’è lontano Sofocle!), insieme con un padre che, almeno, ha compiuto la sua parte sulla Terra (anche se ha bisogno che ciò gli venga ricordato, perché mantiene lo sguardo – la crudeltà è assolutamente voluta – rivolto alle imprese passate) e si avvia, forse, verso Colono. Ma anche qui, a ricordarci la precarietà del testo e di tutto quello che si è detto su di esso, intervengono le cruces del filologo: la menzione di Colono è spuria. La tragedia si chiude sull’immagine di un esilio senza meta. Forse, l’Antigone che è rimasta a Tebe soffre di meno – o, almeno, ha un senso cui aggrapparsi, finché il senso non prende forma, nella cintura della sua veste.

Alcune note sulle Fenicie di Euripide: Giocasta, Creonte, Meneceo

April 27, 2013 § Leave a comment

Non ditemelo, sono in ritardo. Li chiameremo “tempi tecnici da preparazione di seminario”.

Innanzitutto, qualcuno mi ha chiesto conto (nella consueta maniera puntualissima per cui ringrazio) di quanto ho scritto nell’ultimo post. Ci tengo a chiarire almeno una cosa, al di là del fatto che, naturalmente, si tratta di mie opinioni personali senza pretese di autorità (caratteristica che peggiorerà in questo post e nel successivo): non ho un’ipotesi filologica sulla costituzione del testo delle Fenicie. È tutto ben più complicato di quanto si addica alle mie possibilità – mi limito a osservare che un problema di “autenticità” c’è, ed è evidente, e che nonostante ciò non ne terrò conto (perché, personalmente, penso che il testo abbia valore per come ci è pervenuto, al di là delle analisi filologiche, etc.). Questa precisazione è fondamentale per quanto segue, dato che la caratterizzazione dei personaggi (Antigone in particolare) cambierebbe radicalmente se non si prendessero in considerazione sezioni come la teichoskopìa o i riferimenti al seppellimento di Polinice nel finale. Per chi invece volesse documentarsi meglio sull’aspetto testuale della questione, a livello divulgativo raccomando, per una volta, l’edizione BUR a cura di Enrico Medda, corredata di un’ottima introduzione e un’appendice note al testo che rimediano (in modo peraltro ben più leggibile) all’assenza di apparato critico.

Ma torniamo ai personaggi. Se non fosse chiaro, non ho intenzione di parlare né di Eteocle né di Polinice, se non per opposizione. I due fratelli non sono affatto i protagonisti del dramma, e l’unica cosa che sanno fare davvero bene è discutere. Per un episodio intero. Senza concludere nulla, senza ascoltarsi, senza ascoltare la madre. Ciascuno dei due è mosso da diverse motivazioni e diverse ambizioni, entrambi non vedono oltre il proprio regal naso. È questo ciò che li condanna ad avere torto, inappellabilmente, a differenza di quanto avveniva nei Sette a Tebe eschilei: per quanto Polinice sia più dalla parte del giusto rispetto al fratello, non è capace di preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni esattamente come lui. Agendo per un principio non certo condannabile (effettivamente, Eteocle l’ha cacciato dalla propria città violando i patti, condannandolo alla peggiore sventura per un uomo greco), Polinice porterebbe o Tebe o l’esercito argivo alla sconfitta e alla distruzione. Non ci sarebbe modo di evitare questa considerazione neppure se Giocasta non la rendesse esplicita a metà del (lunghissimo) primo episodio. Da parte sua, Eteocle non difende Tebe, ma il proprio diritto alla tirannide: “Se si deve agire ingiustamente, meglio farlo per il potere.”

Il carattere dei due fratelli, d’altronde, si sarebbe potuto intuire perfettamente già dal loro atteggiamento nei confronti del padre. Nelle Fenicie, sia Edipo sia Giocasta sono vivi, e Creonte non ha ancora preso il potere a Tebe; cosa più importante, Edipo non ha maledetto i figli nel momento in cui ha scoperto la propria colpa. È tipico di Euripide presentare versioni inaspettate del mito, ma questa alterazione è particolarmente significativa: Edipo maledice i figli in risposta al loro primo atto di crudeltà ed egoismo, ovvero quando essi, divenuti adulti, decidono di rinchiudere il padre nel palazzo, nascondendone l’esistenza al mondo nella (risibile) speranza che i cittadini dimentichino la macchia che è stata la loro stessa nascita. A narrare il tutto è una Giocasta molto servizievole, nel prologo: un lungo discorso denso d’informazioni sugli antefatti della torbida vicenda, che andò inevitabilmente soggetto all’accusa di essere inopportuno. Il fatto è che Giocasta racconta la storia della propria famiglia deforme (simboleggiata da un Edipo sfregiato, di cui la madre si prende cura anche dopo la condanna dei figli) con un’attenzione al particolare straordinaria sì, ma sempre temperata dalla volontà di riportare tutta la storia a qualcosa che, in fondo, può essere normale. O meglio, Giocasta racconta la storia della propria famiglia distrutta come chi ne fa ancora parte (il contrario di ciò che accade nell’Edipo Re sofocleo) e, soprattutto, è ancora legato da profondi legami affettivi a tutti i protagonisti della vicenda. Quasi commovente (o morboso, se si preferisce) è l’affetto che la madre-moglie prova per Edipo, quasi che il suo doppio status di marito e figlio non abbia fatto altro che accrescere la forza della loro unione. Così anche per i figli e le figlie del letto contaminato – soprattutto Antigone e Ismene, nomi scelti a turno, uno dalla madre e uno dal padre, nell’ottica di una “comunanza di figli” tra marito e moglie che mantiene unito il nucleo familiare. È attraverso questo nucleo affettivo che Giocasta è in grado di mettere ordine, in qualche modo, nella confusione di valori creata dagli dei e dagli uomini, riportandosi a quelli, tra i valori, che dovrebbero essere in grado di renderle almeno sopportabile l’esistenza. Ed è anche l’unico personaggio a porre i due fratelli di fronte alle proprie responsabilità, rispondendo a ciascuno dei discorsi pronunciati da loro in difesa della propria posizione con una rhesis che è un appello alla responsabilità, di fronte alla città di Tebe, l’elemento sociale intorno al quale i legami familiari a propria volta si tessono, ma anche di fronte al cosmo intero (la metafora scelta non è casuale: il Sole e la Notte, pur dovendo alternare il proprio regno, non sono insofferenti nel sottomettersi al patto per il bene dell’umanità).

Tuttavia, non è a Giocasta che spetta di salvare Tebe. Anzi, tecnicamente a Giocasta non spetta di salvare proprio nulla: la sua fine sarà la rinuncia, l’abdicazione al proprio ruolo di “faro degli affetti” attraverso il suicidio – ma il medesimo ruolo sarà immediatamente ricoperto da Antigone, cui la madre stessa “passa il testimone” chiamandola, simbolicamente, fuori dalle stanze verginali alla vita adulta. C’è però nelle Fenicie un secondo nucleo familiare oltre a quello dei Labdacidi, ed è quello cui Giocasta stessa appartiene per sangue, rappresentato dal fratello di lei, Creonte, e dai suoi figli. È a loro, gli ultimi discendenti per linea pura degli Sparti, i guerrieri nati dai denti del drago sacro ad Ares seminati da Cadmo, che spetta di salvare la città. La contesa dev’essere espiata, e il compito, per responso di Tiresia, ricade su Meneceo, figlio minore di Creonte. (A Emone, il maggiore, spetta invece di sposare Antigone, ma quest’esigenza tradizionale è integrata nel testo, per una volta, in modo davvero maldestro.) L’unico ostacolo alla salvezza della città, questa volta, sono proprio gli affetti familiari, e qui (a mio modesto e forse non condivisibile parere) si arriva a uno dei momenti migliori di Euripide in quanto autore tragico che non attenua in alcun modo i conflitti di valore. Perché la reazione di Creonte al responso di Tiresia, ovvero tentare di far fuggire il figlio di nascosto pur di salvare lui, condannando Tebe, è perfettamente comprensibile (anche se il personaggio di Creonte, per parte sua, è altrettanto cieco e odioso di Eteocle e Polinice, e lo rivelerà nel finale). Sarà Meneceo ad assumersi la responsabilità di fare ciò che è giusto, sacrificandosi di propria mano sulle mura, nel punto più adatto per placare Ares. L’esigenza della collettività trionfa su quella personale, come nell’Eretteo, tragedia euripidea perduta della quale ci è stata tramandata una stucchevole rhesis (contenuta nell’altrettanto stucchevole orazione Contro Leocrate di Licurgo) in cui la moglie di Eretteo, Prassitea, approva il sacrificio della figlia per salvare la città. Ma anche nell’Eretteo il finale era tutt’altro che conciliatorio: pur con Atene salva, la madre ignorava che le altre figlie avevano giurato di uccidersi a propria volta se la sorella fosse stata sacrificata. Segue massacro. Nelle Fenicie, toccherà ad Antigone scegliere tra il ruolo veramente “tragico” della sua omonima sofoclea e un’altra strada, più umana.

Alcune note sulle Fenicie di Euripide: una premessa

April 14, 2013 § 2 Comments

Forse dovrei spiegare in qualche modo i miei sei mesi di assenza. Dubito fortemente, però, che questo sia davvero utile. Chiariamo in poche parole: università, nuova città, nuovi ritmi. La primavera mi risveglia. C’è il sole, sono sulla terrazza del collegio, fa indegnamente caldo, e scrivo (di nuovo). Non posso garantire che durerà, il tempo a disposizione è davvero poco, ma ci sarà almeno questo post, e due altri a breve.

Ho promesso questo post da settimane, come risposta a una discussione che serpeggia tra i miei compagni di corso. (L’immagine è letterale: da brava serpe, tende a restare nascosta per la maggior parte del tempo per poi riemergere in momenti strategici. A mensa, tendenzialmente, ma questo è naturale.) Per chi mio compagno di corso non è (e non fa parte del discreto numero di persone che annoio di frequente con i miei discorsi, a prescindere dal corso di studi), offro un minimo di contesto: la tragedia in programma per l’esame di Letteratura Greca di quest’anno sono le Fenicie di Euripide, e la discussione, com’è naturale, è nata intorno a loro. Personalmente, ho finito di tradurle un paio di settimane fa; non avrei avuto altri motivi per scegliere proprio le Fenicie su cui lavorare, e per una volta sono grata al mio corso di greco per questo.

Ora, chiariamo subito una cosa: le Fenicie non sono una bella tragedia. Sono una tragedia autoreferenziale, confusa dal punto di vista drammatico, infestata di dialoghi insulsi e battute incongrue al contesto. Nel primo episodio Giocasta, incontrando il figlio Polinice per la prima volta dopo che è andato in esilio, durante una tregua organizzata dalla madre stessa nella speranza di scongiurare lo scontro fratricida che si prepara, inesorabile e mosso dai motivi più gretti, gli rivolge queste significative e sensibilissime domande (la traduzione, decisamente rozza, è mia):

G: “Esito a domandarti ciò che desidero, per timore di ferirti: ma lo desidero.”
P: “Chiedi pure, non lasciar da parte nulla: ciò che tu vuoi, madre, mi sta a cuore.”
G: “Allora ti chiederò ciò che innanzitutto desidero sapere: com’è esser privati della patria? È proprio un grande male?
P: “Grandissimo, non è cosa che le parole possano esprimere.”
G: “E che impressione dà? Cosa c’è di doloroso per gli esuli?”
P: “Una cosa è la più grave: non avere libertà di parola.”
G: “È proprio una cosa da schiavi, non poter dire ciò che si pensa.”
P: “Ma bisogna sopportare l’ignoranza dei potenti.”

Eccetera. Non credo ci sia bisogno di commento (né dei miei corsivi) per enfatizzare l’infelicità drammatica di un passo del genere (che peraltro segue un canto lirico notevolissimo di cui, nei miei progetti, avrò modo di parlare). Di certo l’idea ha un valore culturale indiscutibile, non ho obiezioni; ma le Fenicie non sono, appunto, per dare una diretta valutazione estetica, una bella tragedia. Sono anche un testo di cui si intuiscono le cicatrici: le ultime centinaia di versi soffrono con tutta evidenza di una selva di interpolazioni, rimaneggiamenti, chissà cos’altro, di cui ormai è impossibile districare il gomitolo (e qui mi sia concessa un’osservazione generale: un testo dovrebbe avere un valore anche per come ci è pervenuto, l’illusione di ripristinare fantomatiche “versioni originali” o archetipi si rivela per quello che è proprio in casi come questo – di fronte al rischio di snaturare l’intera tragedia, come fa chi elimina magari i riferimenti al seppellimento di Polinice per una banale questione di coerenza, non è forse il caso di rinunciare e accettare i propri limiti? Per questo le mie osservazioni si riferiranno sempre al testo che ho letto, senza discutere su cosa sia più probabilmente euripideo e cosa no. E poi, agli dei piacendo, non sono un filologo); Creonte, tanto per dire, resta in scena per 230 versi della sequenza finale, ascoltando in silenzio il racconto del messaggero senza intervenire fino al momento in cui i suoi interessi sono direttamente in gioco (possibilità affascinante, se mi si permette, ma drammaturgicamente incoerente), oppure esce e rientra senza che nessuno commenti i suoi movimenti (altra situazione ben difficile da ammettere). Almeno da metà tragedia (ma anche prima, per chi sospetta dell’autenticità della teichoskopìa iniziale) è chiaro che qualcosa non va, che o l’autore sta perdendo il filo del testo (cosa non del tutto improbabile, per un dramma in cui undici personaggi si alternano in scena) o, per salvare la sacrosanta reputazione di Euripide, che più persone ci hanno messo mano. Ora, io non so cosa sia successo, anche se qualche interpolazione è evidente e naturalissima, ma rimane l’impressione di star leggendo qualcosa di non del tutto formato, di cui non è così semplice dare una valutazione, riconoscere i difetti o gli eventuali pregi.

Dunque le Fenicie non sono una bella tragedia, né tantomeno una grande tragedia. L’Antigone è una grande tragedia, sulla stessa linea del mito. I Sette a Tebe, naturalmente, altrettanto, con tutte le riserve dovute a un testo “arcaico” (e anche su questo avrei da ridire, ma pace). Quest’ibrido confuso contiene in sé, tuttavia, una cosa di cui Euripide pare fosse maestro, e che la stessa storia sofferta del testo pare, se mi si consente l’immagine poetica, riflettere: è una tragedia umana. È una tragedia in cui si rappresenta un’immensa confusione di valori, qualcosa contro cui chi legge, assiste (vorrei essere tra i fortunati), scrive non può che rivoltarsi. Due fratelli si scontrano e si uccidono per una questione di potere, nessuno dei due ha torto e nessuno ha ragione, perché nessuno dei due è in grado di comprendere cosa stia succedendo al di fuori del loro litigio familiare trasformato in battaglia. La città di Tebe è in pericolo, di nuovo, e ricorda l’ira di Ares che ne ha accompagnato la nascita nel tentativo di dare un senso alle proprie vicende. Lo fa, per di più, attraverso un coro di giovani straniere, le Fenicie del titolo, perché Tebe stessa non ha più voce. Sarà il sacrificio di un ragazzo a garantire salvezza alla città, che rimarrà ugualmente in mano a chi, tra i potenti, è certo il meno colpevole, ma non per questo più capace di comprendere una realtà che ai giochi di potere, e ai loro effetti disastrosi per tutti, non sa più come opporsi. Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo che dovrebbero occupare il centro del dramma, restano ai margini; al centro sono invece accostate due coppie, genitore e figlio: Creonte e Meneceo, Giocasta e Antigone. Ciascuno di loro è un personaggio di umanità immensa, ed è questo l’unico vero motivo per cui le Fenicie sono, in fondo, una lettura che vale il tempo dedicatole.

Ma questo post è ormai sproporzionatamente lungo, sto scadendo nel retorico e avrei ancora ben altro da scrivere. Ne prometto, dunque, come prevedevo in apertura, altri due, possibilmente più brevi e meno tecnici, uno dedicato a Giocasta, a Creonte e, credo, a Meneceo, l’altro ad Antigone. Perché, casualmente, nel frattempo ho ripreso in mano la tragedia di Sofocle, e, me lo si perdoni, ho amato molto di più la ragazza ritratta da Euripide rispetto alla figura sofoclea. Spero di aver modo e tempo di spiegare degnamente perché.

Scrivo un post su Leopardi.

January 22, 2012 § Leave a comment

Piatto del giorno: la mastodontica Schwarzwälder Kirschtorte preparata da mio padre per il compleanno di mia nonna. Tanta panna montata.

Come già si sa, la mia professoressa di italiano adora assegnarci raccolte di poesie come compito per le vacanze. Dopo Montale e Ungaretti, poteva forse mancare la lettura integrale dei Canti di Leopardi per Natale? Che l’esperienza di leggere poesia in questo modo possa essere sorprendentemente interessante, l’ho già spiegato nel vecchio post. Nonostante ciò, neanche questa volta sapevo esattamente cosa aspettarmi. Leggere o rileggere Leopardi non era un’impresa che mi ispirasse grande fiducia.

Come credo chiunque altro, ho passato il mio periodo-Leopardi in terza media. Mi sono innamorata del poeta triste che scrive dell’infelicità della vita nel momento in cui io stessa mi rendevo conto della sua presenza costante. Mi sono rivista in tutte le poesie più famose (quelle che si possono studiare in terza media, è ovvio); guardavo le mie compagne di classe e mi chiedevo quante di loro fossero come Silvia, quante stessero a cantare mentre tessevano o piuttosto facevano i compiti, ignorando la crudeltà della natura. Proprio poche, aggiungerei col senno di poi. Non sono stata particolarmente felice o a mio agio in terza media. Un po’ come tutti. Il passo successivo sono stati i Karamazov e Pavese, oltre al Mondo di Sofia, che in fondo è tanto superficiale ma perfetto per una ragazza di quell’età. Improponibile per qualcuno che inizi a studiare filosofia per davvero. Se finirò per insegnare alle medie o al ginnasio lo consiglierò ai miei alunni. Darlo per compito è impensabile, troppo lungo, e poi parla di filosofia, stiamo scherzando?

Ma non divaghiamo. Il punto è che il mio periodo-Leopardi è finito, che mi ricorda un momento della mia vita in cui ero tutto tranne che felice e soddisfatta e che in ogni caso sono sicura di essere stata molto sciocca e superficiale, a quei tempi. Soprattutto per quanto riguarda il povero Giacomo. Che non è così povero come è facile dire, e come la mia professoressa sembra convinta si debba ripetere dieci volte l’ora, neanche fosse l’approccio critico più valido. No, a mio parere non si può spiegare un’intera poetica con un’infanzia infelice e delle carenze affettive, per quanto enormi. E soprattutto non è accettabile avvicinarsi a un poeta con l’idea che non sia altro che un povero disadattato triste e incapace di comprendere la vita se non in un’ottica di sofferenza. Non è così, Leopardi stesso lo negò vigorosamente (Palinodia a Gino Capponi), e leggere i Canti è un buon modo per capirlo, per quanto probabilmente non il migliore. Il migliore, forse, sarebbe leggere lo Zibaldone, che è uno dei miei desideri irrealizzabili causa cronica mancanza di tempo.

In sostanza, il risultato di questo sommarsi di ricordi per me poco lusinghieri e di considerazioni critiche che non apprezzo è stata una lettura molto cauta. Ho letto (e riletto, in piccola parte) Leopardi tentando di non identificarmi con lui. Anzi, con il timore di riconoscermi troppo facilmente in qualcosa, di ridurre la sua visione alla mia e di mancargli in tal modo di rispetto come tutti gli altri. Non voglio mancare di rispetto a un autore che vorrei fosse me. Cioè, il contrario, ma era difficile inserirlo nella frase: io vorrei essere lui. Ci siamo capiti. In cambio di un frammento della sua profondità nel vedere il mondo (e la letteratura, e forse anche i rapporti umani, ma di questo non sono sicurissima), accetterei volentieri un paio di gobbe e un fastidioso amico napoletano. Al di là dei miei curiosi complessi di inferiorità nei confronti di determinati poeti italiani (vogliamo parlare di Carducci, che peraltro detesto?), comunque, la lettura dei Canti è iniziata con queste riserve.

Sorprendentemente, ho finito per riconoscermi in Leopardi. Non identificarmi, il che è un notevole progresso intellettuale, o almeno spero. Premetto che mi manca, nel caso non si fosse capito, una base critica decente (almeno finché non leggerò ciò che mi è stato consigliato a riguardo), quindi potrei cadere in madornali fraintendimenti. Leggendo soltanto, tuttavia, ho ritrovato almeno e soprattutto due aspetti di me nella poesia leopardiana: innanzitutto un amore per la forma e una tendenza a sforzarsi di esprimere le emozioni meno definite con un lessico curatissimo, anche se via via sempre più quotidiano (gli stessi elementi che ritrovo in Petrarca, e non ci vuole un genio per dirlo, lo so); in secondo luogo, e in modo ancora più personale, il timore della morte. Anzi, il terrore della morte: pur con tutte le sue teorie sull’infelicità e sul suicidio, Leopardi è attaccato alla vita fin quasi alla mostruosità. O almeno così si vede.

“E credi a me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullità delle cose, della vanità delle cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo; che possa durare assai: benché queste disposizioni dell’animo siano ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo; mutata leggermente la disposizione del corpo; a poco a poco; e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a notare; rifassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche cura; non veramente all’intelletto; ma sì, per modo di dire, al senso dell’animo. E ciò basta all’effetto di fare che la persona, quantunque ben cosciente e persuasa della verità, nondimeno a mal grado della ragione, e perseveri nella vita, e proceda in essa come fanno gli altri: perché quel tal senso (si può dire), e non l’intelletto, è quello che ci governa.”

[Dialogo di Plotino e di Porfirio]

L’attaccamento alla vita è naturale, prescinde dalla filosofia e nonostante tutti i discorsi sul suicidio è fondamentalmente inevitabile, almeno per Leopardi. Solo nel momento in cui si scopre innamorato e, per quanto questo sia assurdo, più felice e più vivo di quanto non sia mai stato, allora dichiara di desiderare la morte:

Giammai d’allor che in pria
questa vita che sia per prova intesi,
timor di morte non mi strinse il petto.
Oggi mi pare un gioco
quella che il mondo inetto,
talor lodando, ognora abborre e trema,
necessitade estrema;
e se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m’affiso.

[Il pensiero dominante]

Tra parentesi, questi versi mi ricordano un frammento di Ungaretti di cui non ricordo la collocazione:

Sempre ero stato timido,
Ribelle, torbido; ma puro, libero,
Felice rinascevo nel tuo sguardo.

Per concludere, perché ho già scritto davvero troppo: il mio legame con Leopardi e con il timore-desiderio della morte forse sta tutto in questo frammento dello Zibaldone.

“Io era oltremodo annoiato della vita, sull’orlo della vasca del mio giardino, e guardando l’acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: S’io mi gittassi qui dentro, immediatamente venuto a galla, mi arrampicherei sopra quest’orlo, e sforzatomi di uscir fuori dopo aver temuto assai di perdere questa vita, ritornato illeso, proverei qualche istante di contento per essermi salvato, e di affetto a questa vita che ora tanto disprezzo, e che allora mi parrebbe più pregevole.”

Piccoli piaceri

August 24, 2011 § 4 Comments

Negli ultimi tre giorni ho visto un film, letto un libro e ascoltato un cd. Il guaio è che vorrei scrivere qualcosa su tutti e tre. Quanto al cd, ovvero a Origin of Symmetry dei Muse, tuttavia, ho già riconosciuto di avere delle forti difficoltà nel commentare la musica (benché siamo all’interno del genere “musica con le parole”). Mi limito dunque a dire che è più che bello. Estremamente appagante, complicato e godibile fino in fondo. E ha una splendida copertina, aggiungerei. Anche se non ha ancora superato la prova del lettore mp3, ovvero non l’ho ancora ascoltato camminando. Immagino che nei prossimi giorni troverò il tempo per una lunga passeggiata a scopo musicale lungo il fiume.

Restano un film, ovvero Il posto delle fragole, e un libro. Sul primo ho poco da dire. O meglio, ne avrei moltissimo, ma questo non è il contesto adatto. È un film che vale la pena di vedere, breve quanto basta da non essere intollerabile (novanta minuti di assoluta pesantezza sono sufficienti, lo ammetto), lentissimo, girato da Bergman con immensa maestria (e non ci aspettavamo altro, anche se il bianco e nero aiuta) e persino doppiato non soltanto abilmente, ma con delle voci particolarmente piacevoli. Un piacere estetico prima ancora che intellettuale, il che per me è sinonimo di grandissimo valore. Non sono io a dover dire che è un capolavoro del cinema, in effetti, già è stato riconosciuto a sufficienza. Dal punto di vista umano/personale, perché no/decidete voi, mi sono sentita avvolta, sia da quanto accadeva sia da sensazioni che sarebbero dovute appartenere ai personaggi e che di conseguenza non avrei dovuto sentire come mie. Resta un forte senso di malinconia, di inutilità, e una leggera irritazione per il finale consolatorio. Ma è davvero consolatorio? In realtà, il protagonista, il vecchio dottor Isak (con un deliziosamente melodioso accento sulla a) Borg, non è altro che un uomo che per tutta la vita non ha saputo vivere (o piuttosto ha evitato di farlo), e ha finito per convincersi di essere un incompetente nonché una persona malvagia, arida, incapace di provare compassione. In realtà, per chi lo osserva dall’esterno, è tutt’altro – un medico capace e amato e un uomo sicuramente burbero e duro ma in fondo profondamente buono; tuttavia questo non lo aiuta e non può aiutarlo a sentirsi vivo, dato che ha scelto di non esserlo e, colmo della tortura, di esserne consapevole. Per questo anche la nota positiva del finale, dove parrebbe possibile anche a lui cambiare, in un certo senso, il mondo che lo circonda, impedendo che il matrimonio del figlio si trasformi in una copia del suo, anch’esso inaridito e falso, anche il finale dicevo non offre un reale messaggio di speranza. Qualunque cosa faccia, personalmente dubito che il dottor Borg possa essere in grado di uscire dal proprio guscio di (auto)escluso dalla vita; e forse neppure suo figlio può più essere salvato.

Tornando ai piaceri estetici, comunque, ecco Estasi Culinarie, romanzo d’esordio della Barbery che mantiene, a mio parere, i difetti del più famoso L’eleganza del riccio, insieme con gli stessi pregi se non qualcuno in più. Così come la più nota delle due opere non mi ha mai del tutto convinta, neanche dopo la seconda lettura – troppo intellettualistico in molti passi, ma con una patina moralistico-buonista che mi risulta stucchevole, soprattutto nel finale –, così questo romanzo mi sembra appesantito dalla volontà di “passare un messaggio” che in realtà non è che banale, di ritrarre la solitudine del critico gastronomico Arthens (sì, lo stesso del Riccio) morente e di coloro che lo circondano in maniera tanto insistita da finire per essere inevitabilmente irritante. Insomma, sì, abbiamo capito. Se la si legge come una sorta di “ricerca dell’innocenza” – spero sentitamente che non fosse questo l’intento dell’autrice, per carità –, la ricerca affannosa da parte di Arthens di un sapore che gli sfugge e in cui crede di trovare, sul letto di morte, la chiave dell’intera propria vita non può sfuggire all’accusa di banalità. Anche se la battuta conclusiva di questa ricerca vale la pena di essere letta (in quanto inspiegabilmente divertente). Ma Estasi Culinarie è un libro che parla di cibo, prima che di persone. O meglio, di persone e di cibo, ma con un’attenzione a quest’ultimo, con una voluttà e una perizia nelle descrizioni gastronomiche che valgono decisamente un libro. In effetti, quello che la Barbery è bravissima a fare è descrivere, e creare passione attraverso le sue descrizioni. La sola lettura di ciò che scrive è in grado di immergermi in una sorta di stato di grazia, di percezione esaltata e affinata (il termine giusto sarebbe enhanced, ma ho delle serie difficoltà a tradurlo), uno stato in cui mi sembra che tutto ciò che tocco, che vedo, o in questo caso che annuso o gusto abbia un significato e un valore profondissimo, anche solo a livello sensoriale, che sta a me svelare. Purtroppo la maggior parte dei pensieri che ne risultano è tremendamente banale e stucchevole (avrà a che fare con i difetti di cui parlavo prima? Sospetto di sì). In ogni caso, rileggendo Estasi Culinarie (dimenticavo di sottolineare che anche per questo romanzo si trattava della seconda lettura) mi sono chiesta se io non abbia piuttosto delle estasi librarie. Quando ho in mano un libro, ho l’irritante tendenza a percepirlo come un oggetto d’arte e di piacere, con un valore estetico intrinseco – l’eleganza della forma (da quando i parallelepipedi sono eleganti? Da quando si possono sfogliare!), l’odore delle pagine (più o meno chimico), la tonalità dell’inchiostro (più o meno lucido), il tipo di carattere, i segni dell’uso, da parte mia o altrui, se sono presenti… Insomma, finisco per perdermi nell’oggetto in sé prima che nel suo contenuto, assaporandolo al tatto più di quanto necessario. Non credo che questo ostacoli il godimento della lettura, ma è certamente qualcosa di ulteriore e non previsto. In ogni caso, tornando all’argomento originale, Estasi Culinarie è un buon libro. Godibile nel vero senso della parola. Ma se volete il vero capolavoro nell’ambito delle descrizioni gastronomiche fini a se stesse, il mio consiglio resta il Gourmet di Taniguchi.

PS Questa canzone è folgorante.

Poesia e letture obbligatorie (ovvero i connubi impossibili)

July 15, 2011 § 1 Comment

La vita in estate scorre appiccicosa quasi quanto l’aria, qui in pianura. Lasciando perdere le ovvie lamentele su quanto mi stia annoiando (e su quante poche cose io abbia da scrivere di conseguenza), una delle mie principali occupazioni in questi giorni – considerando che mi porta via non più di un’ora quotidiana, potete rendervi conto di quanto siano vuote le mie giornate – è fare compiti delle vacanze. Non che ne abbia tanti. Più che altro, sto leggendo libri obbligatori. I miei compiti di italiano di quest’anno hanno effettivamente un carattere particolare. Almeno per come la penso io. Vale a dire, nulla di stupefacente nell’avere tre o quattro libri da leggere (se mai, sono pochi per gli standard delle classi del mio liceo); qualcosa di piuttosto strano, nell’accezione irritante del termine, nello scoprire che due di questi sono raccolte di poesie. Raccolte complete di poesie. Emergo ufficialmente dalla lettura di tutte le poesie di Montale. E, cosa poco stupefacente anche questa, mi ha fatto riflettere.

Sono partita con l’idea che assegnare un libro di poesie come lettura obbligatoria per una classe di liceo (o di qualunque ordine e grado, peraltro) fosse, molto semplicemente, un’idea pressoché criminale. La poesia è sempre stata per me una faccenda molto privata. Non nel senso che non permetto a nessuno di condividere le mie letture di poesia (ovvio che è esattamente così, ma non ha importanza), o che l’idea di dover in qualche modo render conto della mia lettura mi infastidisca (anche questo è vero, ma superabile, in nome del mio onnipresente dovere scolastico – e non è certo la prima volta che devo sforzarmi per questo); più che altro, ho sempre pensato fosse necessario per me scegliere in maniera assolutamente autonoma i modi e i tempi del mio approccio alla lettura. Se un romanzo può essere letto secondo molti ritmi, ma in un modo o nell’altro i capitoli andranno sempre affrontati in un ordine stabilito e in un tempo ragionevolmente breve (tale cioè da non farmi dimenticare il contenuto delle prime pagine prima della fine del libro, più o meno), una raccolta di poesie è libera. In particolare, fino ad ora il mio unico approccio era stato il classico “aprire a caso” e leggere uno, due, tre componimenti, magari una sezione intera, magari mezza pagina, per poi sentire che le cose non andavano e che valeva la pena di cambiare autore. O di lasciar perdere completamente. Non ho mai letto molte poesie, in effetti, non lo trovo facile. E non è questione di comprensibilità, piuttosto appunto di saper raggiungere lo stato d’animo adatto.

Il compito di quest’estate ha reso impossibile tutto ciò, se non altro per ovvi motivi di mole. Le poesie di Montale pubblicate sono circa ottocento. Sarebbe stato bello leggerne una al giorno, ma si dà il caso che io non abbia tre anni di tempo. E, tra parentesi, non accetterei comunque che un poeta come Montale mi accompagni così a lungo. Quindi mi è toccato usare un approccio abbastanza freddo e scolastico: una dopo l’altra, ho ingoiato una sessantina di poesie al giorno fino a giungere al termine dell’impresa. Montale non è fra i miei poeti preferiti, decisamente no; condivide con altri autori (per non parlare dei musicisti) l’imperdonabile mancanza di rispetto di avvicinarsi troppo a quello che penso senza mai centrarlo con la dovuta precisione. Le ultime due settimane (ho iniziato il primo di luglio, per dare alla cosa una parvenza di ordine matematico) sono state un po’ come una lunga vacanza in compagnia di qualcuno che non si sopporta ma con cui si ha il dovere di restare. Ho sviluppato una serie di strategie di sopravvivenza, in buona parte ripescate da letture simili di libri irritanti: fissare un traguardo giornaliero di pagine o di capitoli (in questo caso di sezioni della raccolta), alternare con letture meno impegnative (non è stato difficile trovarne), leggere in orari sempre diversi, anche improponibili (al mattino appena sveglia, dopo mezzanotte – anche se il mio preferito rimane sempre il viaggio in autobus per e da Bergamo, tempo sufficiente per le mie sessanta pagine quotidiane). Non mi sono mai concessa un giorno di pausa, perché saltare un giorno significa poterne saltare due. Ho contato e ricontato le pagine che mi mancavano a finire la mia dose giornaliera, anche se non è bello farlo.

E, sorpresa sorpresa, non è stato così terribile. Né, soprattutto, è stato inutile. Nonostante la mia antipatia istintiva per l’anziano signore dalle guance cascanti fotografato in bianco e nero sulla copertina, ho imparato ad ascoltare la sua voce (sono l’unica cui sembra di sentire la voce di alcuni poeti mentre li leggo? Con Montale è stato esattamente così), a conoscerla e alla fine a sorridere con simpatia anche di fronte a poesie che prima avrei considerato illeggibili. Certo, per fortuna era Montale e non D’Annunzio, altrimenti non sarei riuscita di certo a tollerarlo. Ma col tempo, esattamente come può accadere in una lunga convivenza forzata, ho avuto la possibilità di conoscerlo molto più a fondo di quanto pensassi. Anche se leggere sessanta poesie al giorno significa inevitabilmente che qualcosa sfuggirà. Ho infilato piccoli quadratini di carta strappati nelle pagine che avrei voluto rileggere in seguito, per poi accorgermi che avevo talmente ispessito il libro che la rilegatura si stava incurvando e avrei dovuto trovare un altro metodo. Ho iniziato a segnarmi i numeri delle pagine a parte, e sono davvero tanti. Troppi, per una rilettura attenta.

Non credevo che ne sarebbe valsa la pena, lo ammetto. Fortunatamente mi sbagliavo. (Fortunatamente mi sbaglio spesso.) È il momento non solo di rendere conto di quello che ho letto (in un modo, questa volta, fin troppo personale per i miei standard scolastici), ma di accingermi alla mia seconda impresa poetica (obbligata). Tutte le poesie di Ungaretti. Sono di meno, sono più corte e sono di un poeta che amo follemente. Sarà un piacere conoscerlo.

[Totally unrelated postscriptum: non avete anche voi una gran voglia di felicità?]

Metamorfosi

June 30, 2011 § Leave a comment

Ci sono libri che non ho nessuna intenzione di leggere in vita mia, e che forse prima o poi leggerò lo stesso. Ci sono libri che ho letto e che non rileggerei mai. Vorrei fare un esempio, ma non mi viene in mente nessun titolo, e nessun candidato si trova nella mia libreria al momento. Applico una rigorosa damnatio memoriae nei confronti di questo genere di libri. Anzi no, uno me lo ricordo: L’Alchimista di Coelho. Mai più. Ci sono anche libri che ho odiato pagina per pagina, ma che rileggerei volentieri, prima o poi forse rileggerò, oppure ho già riletto. Madame Bovary. Orrendo – è quasi ora di rileggerselo. I Promessi Sposi. Letto due volte e mezza (contando anche la lettura obbligatoria in quinta ginnasio), detestabilmente necessario. Ci sono libri che ho amato alla follia, che ho tentato di rileggere e sui quali ho miseramente fallito l’impresa. I fratelli Karamazov (ah, ma prima o poi ci rivedremo). E poi ci sono i libri che rileggerei all’infinito, per un motivo molto semplice: vorrei viverci dentro. Vorrei poterci entrare e abitarli, e una parte di me coltiva la poetica illusione che in questo modo ci riuscirò. Il Signore degli Anelli (tra qualche anno abbiamo appuntamento per la terza lettura). Il Conte di Montecristo, e questo alcuni lo sanno. Non è detto che io li abbia già riletti tutti: Guerra e Pace, ad esempio, oppure I Miserabili mi stanno ancora aspettando per la seconda passata. Fino ad ora, però, mi sono sempre accorta alla prima lettura dei libri che mi avrebbero affascinata. Oggi, dopo averlo finito, accolgo ufficialmente e gioiosamente le Metamorfosi di Ovidio nel gruppo.

Lo ammetto: sarebbe tanto meraviglioso vivere in un poema didascalico-mitologico-cosmico-chipiùnehapiùnemetta. Sarebbe perfetto potersi allontanare dal mondo presente per sprofondarsi in quell’enorme scatola magica che è l’universo di Ovidio. Una scatola magica, oppure un enorme cinema in cui si proietta un solo film composito e lunghissimo, opera di un solo regista. Neppure tanto bravo a collegare gli episodi, si potrebbe dire. I passaggi sono un po’ forzatini, eh. E vorrei ben vedere, caro critico. Perché nelle Metamorfosi c’è tutto. Letteralmente. Dall’origine del mondo (e poco importa se le citazioni da Esiodo nel primo libro debordano praticamente nel plagio – si chiama vertere, mi dicono) all’età di Augusto. Anzi, peggio. Tra uno zoom violento e l’altro, trascinato e sballottato dalle coste della Grecia alla reggia del Sole a Troia a sa il cielo dove altro, il lettore finisce per arrivare dove tutto è partito. Cioè a Ovidio stesso. Che è un po’ troppo ben consapevole di ciò che sta facendo, e un po’ troppo convinto del proprio valore.

“Dovunque si estende sulle terre assoggettate la potenza romana, mi leggeranno le labbra del popolo, e grazie alla Fama, se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò per tutti i secoli.”

Così conclude l’opera, il brav’uomo. Intanto ha resistito per un buon duemila anni – che in fondo sono pochini rispetto al tempo narrato nel poema. Già, ma quale tempo? Nelle Metamorfosi scompare anche quello. L’intreccio di storie lo soffoca, e si ha sì l’impressione che il tutto segua un certo ordine cronologico (dopotutto, si inizia con il caos e si finisce con Roma), ma in fondo il tempo ha la stessa sorte che tocca allo spazio: è deformato a piacere. Scorre con lentezza esasperante nei libri centrali, velocissimo e affannoso negli ultimi. Lo spazio, invece, è trattato a salti: un poeta che ha il controllo di tutto (e ci tiene davvero a farcelo notare) ci trascina su e giù a volo per il globo terracqueo all’inseguimento di non ho ancora capito cosa – nulla, probabilmente – per poi deporci tranquillamente in Italia, tutti affannati, fare un piccolo inchino, sorridere e andarsene. Minacciandoci con la propria presenza eterna, in caso non ci bastasse il trattamento subito.

E io? Io sono rimasta nelle terre ausonie. Ad aspettare che un vecchio poeta pieno di sé mi venga a recuperare di nuovo e mi porti di nuovo a vedere il mondo come lui desidera che io lo veda. Come un’enorme fiaba. Non voglio richiamare mille studi antropologici di cui non so nulla, ma le Metamorfosi mi sembrano proprio un’enorme fiaba. Una sorta di Mille e una notte senza cornice. A me resta una fortissima nostalgia di quel mondo. E, in fondo, una parte infantile di me coltiva l’illusione che se ci penserò abbastanza a lungo, se ci crederò con molta forza, in qualche modo si ripristinerà questa folle e caotica età dell’oro e dei miti e io mi ritroverò a correre per i campi con Atalanta o a sposare Ifide (senza bisogno che diventi un uomo, evidentemente) come se niente fosse.

Scenario improbabile, non ho dubbi. Sciocca, come reazione a un libro di duemila anni fa che ho dovuto leggere come compito delle vacanze – forse. Ma era tanto tempo che non venivo affascinata in questo modo da una storia.

E per finire, domanda insulsa: perché l’edizione Mondadori ha in copertina una raffigurazione di Frisso ed Elle, forse l’unico mito classico che non è citato affatto nel poema se non in una perifrasi di mezzo verso riferita all’Ellesponto? Me lo spiegate?

PS La mia fantasia nei titoli è ufficialmente esaurita, scusatemi.

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