La callida iunctura è il mio miglior nemico.

July 3, 2012 § Leave a comment

Septimi, Gadis aditure mecum et
Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et
barbaras Syrtis, ubi Maura semper
aestuat unda:

Tibur Argeo positum colono
sit meae sedes utinam senectae,
sit modus lasso maris et viarum
militiaeque.

Unde si Parcae prohibent iniquae,
dulce pellitis ovibus Galaesi
flumen et regnata petam Laconi
rura Phalantho.

Ille terrarum mihi praeter omnis
angulus ridet, ubi non Hymetto
mella decedunt viridique certat
baca Venafro,

ver ubi longum tepidasque praebet
Iuppiter brumas et amicus Aulon
fertili Baccho minimum Falernis
invidet uvis.

Ille te mecum locus et beatae
postulant arces: ibi tu calentem
debita sparges lacrima favillam
vatis amici.

[Orazio, Odi II 6]

Settimio, che mi accompagneresti a Cadice, e
presso i Cantabri inesperti del nostro dominio, e
alle Sirti barbare dove ribolle sempre
l’onda mora:

Tivoli fondata dal colono di Argo
desidero sia mio rifugio alla vecchiaia,
termine per me stanco di mare e di strada
e di guerra.

E se le Parche ingiuste me lo vieteranno,
cercherò il fiume Galeso caro alle pecore
lanute e i campi dove un tempo Falanto
lo spartano regnava.

Quell’angolo di terra oltre ogni altro
mi sorride, dove i mieli non cedono il passo
all’Imetto e l’oliva col verde Venafro
fa a gara,

dove Giove offre lunga primavera
e inverni tiepidi, e l’Aulo amato
da Bacco generoso non invidia affatto
le uve del Falerno.

Quel luogo e le sedi felici richiamano
te e me insieme: là bagnerai del pianto
che ti spetta la tiepida cenere
del poeta amico.

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Translation project: altro Omero

April 2, 2012 § Leave a comment

Iliade XIX, 338 – 356

ὣς ἔφατο κλαίων, ἐπὶ δὲ στενάχοντο γέροντες,
μνησάμενοι τὰ ἕκαστος ἐνὶ μεγάροισιν ἔλειπον·
μυρομένους δ᾽ ἄρα τούς γε ἰδὼν ἐλέησε Κρονίων,
αἶψα δ᾽ Ἀθηναίην ἔπεα πτερόεντα προσηύδα·
‘τέκνον ἐμόν, δὴ πάμπαν ἀποίχεαι ἀνδρὸς ἑῆος.
ἦ νύ τοι οὐκέτι πάγχυ μετὰ φρεσὶ μέμβλετ᾽Ἀχιλλεύς;
κεῖνος ὅ γε προπάροιθε νεῶν ὀρθοκραιράων
ἧσται ὀδυρόμενος ἕταρον φίλον· οἳ δὲ δὴ ἄλλοι
οἴχονται μετὰ δεῖπνον, ὃ δ᾽ἄκμηνος καὶ ἄπαστος.
ἀλλ᾽ἴθι οἱ νέκτάρ τε καὶ ἀμβροσίην ἐρατεινὴν
στάξον ἐνὶ στήθεσσ᾽, ἵνα μή μιν λιμὸς ἵκηται.’
ὣς εἰπὼν ὄτρυνε πάρος μεμαυῖαν Ἀθήνην·
ἣ δ᾽ἅρπῃ ἐϊκυῖα τανυπτέρυγι λιγυφώνῳ
οὐρανοῦ ἐκκατεπᾶλτο δι᾽αἰθέρος. αὐτὰρ Ἀχαιοὶ
αὐτίκα θωρήσσοντο κατὰ στρατόν· ἣ δ᾽Ἀχιλῆϊ
νέκταρ ἐνὶ στήθεσσι καὶ ἀμβροσίην ἐρατεινὴν
στάξ᾽, ἵνα μή μιν λιμὸς ἀτερπὴς γούναθ᾽ἵκοιτο·
αὐτὴ δὲ πρὸς πατρὸς ἐρισθενέος πυκινὸν δῶ
ᾤχετο, τοὶ δ᾽ἀπάνευθε νεῶν ἐχέοντο θοάων.

Così diceva piangendo, e con lui sospiravano i vecchi,
ricordando ciò che ciascuno aveva lasciato nella casa;
vedendoli gemere s’impietosì dunque il Cronide,
e subito si rivolse ad Atena con alate parole:

Figlia mia, hai lasciato solo quell’uomo valoroso.
O dunque non ti torna più affatto nell’animo Achille?
Quello di fronte alle navi dalle alte poppe
se ne sta a piangere il caro compagno; mentre gli altri
se ne vanno dopo il pasto, e lui digiuno, senza toccar cibo.
Va’ dunque, versagli in petto nettare e amabile ambrosia
affinché la fame non lo colga.”
Dicendo così esortava Atena già pronta;
quella, simile alla procellaria sonora dalle ampie ali,
scese d’un balzo dal cielo attraverso l’etere. Intanto gli Achei
rapidamente si armavano per tutto l’accampamento; lei ad Achille
nettare e ambrosia amabile versò nel petto,
affinché la fame orrenda non lo cogliesse ai ginocchi;
poi tornò alla salda casa del padre possente,
mentre quelli si riversavano lontano dalle agili navi.

Traduzione del giorno: Omero

March 31, 2012 § 1 Comment

Iliade XVII (o, se preferite, Ρ), 424 – 442

ὣς οἳ μὲν μάρναντο, σιδήρειος δ᾽ὀρυμαγδὸς
χάλκεον οὐρανὸν ἷκε δι᾽αἰθέρος ἀτρυγέτοιο·
ἵπποι δ᾽Αἰακίδαο μάχης ἀπάνευθεν ἐόντες
κλαῖον, ἐπεὶ δὴ πρῶτα πυθέσθην ἡνιόχοιο
ἐν κονίῃσι πεσόντος ὑφ᾽Ἕκτορος ἀνδροφόνοιο.
ἦ μὰν Αὐτομέδων Διώρεος ἄλκιμος υἱὸς
πολλὰ μὲν ἂρ μάστιγι θοῇ ἐπεμαίετο θείνων,
πολλὰ δὲ μειλιχίοισι προσηύδα, πολλὰ δ᾽ἀρειῇ·
τὼ δ᾽οὔτ᾽ἂψ ἐπὶ νῆας ἐπὶ πλατὺν Ἑλλήσποντον
ἠθελέτην ἰέναι οὔτ᾽ἐς πόλεμον μετ᾽Ἀχαιούς,
ἀλλ᾽ὥς τε στήλη μένει ἔμπεδον, ἥ τ᾽ἐπὶ τύμβῳ
ἀνέρος ἑστήκῃ τεθνηότος ἠὲ γυναικός,
ὣς μένον ἀσφαλέως περικαλλέα δίφρον ἔχοντες
οὔδει ἐνισκίμψαντε καρήατα: δάκρυα δέ σφι
θερμὰ κατὰ βλεφάρων χαμάδις ῥέε μυρομένοισιν
ἡνιόχοιο πόθῳ: θαλερὴ δ᾽ἐμιαίνετο χαίτη
ζεύγλης ἐξεριποῦσα παρὰ ζυγὸν ἀμφοτέρωθεν.
μυρομένω δ᾽ἄρα τώ γε ἰδὼν ἐλέησε Κρονίων,
κινήσας δὲ κάρη προτὶ ὃν μυθήσατο θυμόν…

Così essi combattevano, e un ferreo fragore
saliva al bronzeo cielo attraverso l’etere infecondo;
ma i cavalli dell’Eacide, in disparte dalla battaglia,
piangevano, da quando avevano visto l’auriga
gettato nella polvere da Ettore uccisore di uomini.
Allora Automedonte, il forte figlio di Dioreo,
molte volte li toccava battendoli con la rapida frusta,
molte parlava loro con melliflue parole, molte con minacce;
ma quelli non volevano né tornare alle navi presso l’ampio Ellesponto
né avanzare in battaglia al fianco degli Achei,
ma come immobile resta la stele che presso la tomba
si erge di un uomo morto o di una donna,
così stavano saldi con la splendida biga
posato a terra il capo; lacrime calde
scorrevano a terra lungo le palpebre, mentre gemevano
per il rimpianto dell’auriga: s’insozzava la folta criniera
sfuggita al collare lungo il giogo da ambo le parti.
Vedendoli gemere si impietosì il Cronide
e scuotendo la testa disse dapprima nell’animo…

[non ditemelo, 19 versi sono veramente pochi, ma avevo poco tempo… spero che il risultato sia almeno vagamente dignitoso.]

“The saddest day I came across was when I learned that life goes on without me”

March 25, 2012 § Leave a comment

A. P. V 153

Νικαρέτηϲ τὸ πόθοιϲι βεβλημένον ἡδὺ πρόϲωπον
πυκνὰ δι’ὑψηλῶν φαινόμενον θυρίδων
αἱ χαροπαὶ Κλεοφῶντοϲ ἐπὶ προθύροιϲι μάραναν,
Κύπρι φίλη, γλυκεροῦ βλέμματοϲ ἀϲτεροπαί.

Il viso soave di Nicarete, segnato dal desiderio,
che si mostra sovente attraverso l’alta finestra
l’hanno consumato, Cipride mia, i lampi grigioazzurri
dello sguardo dolce di Cleofonte dall’atrio.

A. P. XII 46

Οὐκ εἴμ’οὐδ’ἐτέων δύο κεἴκοϲι καὶ κοπιῶ ζῶν.
Ὤρωτεϲ, τί κακὸν τοῦτο; τί με φλέγετε;
ἤν γὰρ ἐγώ τι πάθω, τί ποιήϲετε; δῆλον, Ἔρωτεϲ,
ὡϲ τὸ πάροϲ παίξεϲθ’ἄφρονεϲ ἀϲτραγάλοιϲ.

Non ho neppure ventidue anni e sono stanco di vivere.
O Amori, cos’è questo male? perché insistete a bruciarmi?
E se mi accadesse qualcosa, che farete? è chiaro, Amori,
giocherete spensierati con i dadi, come prima.

[in caso qualcuno non l’avesse notato, ho leggermente rivoluzionato il titolo.]

Epigramma del giorno: Callimaco di Cirene e Asclepiade di Samo

March 24, 2012 § Leave a comment

A. P. XII 43

Ἐχθαίρω τὸ ποίημα τὸ κυκλικόν, οὐδὲ κελεύθῳ
χαίρω, τιϲ πολλοὺϲ ὧδε καὶ ὧδε φέρει·
μιϲέω καὶ περίφοιτον ἐρώμενον, οὐδ’ἀπὸ κρήνηϲ
πίνω· ϲικχαίνω πάντα τὰ δημόϲια.
Λυϲανίη, ϲὺ δὲ ναίχι καλὸϲ καλόϲ – ἀλλὰ πρὶν εἰπεῖν
τοῦτο ϲαφῶϲ Ἠχώ, φηϲί τιϲ· “ἄλλοϲ ἔχει”.

Detesto il poema ciclico, e non mi dà piacere
il sentiero che porta molti qua e là;
odio anche l’amante promiscuo, e non bevo
alla fontana: mi nausea tutto ciò che è popolano.
Lisania, certo che sei bello – ma prima che Eco
lo ripeta con chiarezza, qualcuno dice: “è di un altro”!

*

A. P. V 158

Ἑρμιόνη πιθανῇ ποτ’ἐγὼ ϲυνέπαιζον, ἐχούϲῃ
ζώνιον ἐξ ἀνθέων ποικίλον, ὦ Παφίη,
χρύϲεα γράμματ’ἔχον· “διόλου” δ’ἐγέγραπτο “φίλει με
καὶ μὴ λυπηθῇϲ, ἤν τιϲ ἔχῃ μ’ἕτεροϲ”.

Con Ermione suadente una volta giocavo, che aveva
un cinto sottile variopinto di fiori, o dea di Pafo,
con lettere d’oro: “amami”, era scritto, “con pienezza
e non addolorarti, se un altro mi possiede”.

RPM: Farcela

March 22, 2012 § Leave a comment

Pensiero del giorno: sono talmente stanca che non riesco neppure a pensare un pensiero del giorno. Guarda, una figura etimologica!

La scena che segue sarà più facilmente comprensibile sapendo che il mio professore di educazione fisica è un tipo un po’ particolare. Verbalmente violento, diciamo, e con tendenze sovversive dell’ordine costituito mai ben represse ma altrettanto mai sfogate come si deve. “Va tutto storto e bisognerebbe fare la rivoluzione, io l’ho sempre detto ma nessuno mi dà retta e mi emarginano”, insomma. Vale anche la pena di specificare anche che una delle conseguenze di tutto ciò è il fatto che la mia classe non faccia mai educazione fisica, bensì venga lasciata libera di farsi gli affari propri (compreso studiare altre materie) per due ore alla settimana. Motivo per cui oggi un buon numero di noi era in classe proprio a studiare, alla luce della montagna di prove che ci aspettano o che abbiamo affrontato in questi giorni. Ed ecco che rientra (da una pausa sigaretta) il suddetto professore e ci vede con la testa sui libri e l’aria tesa.

Siete tutti ridicoli, soprattutto lei, che non sa fare altro e non ce la farà.”

Lei, ovviamente, sono io (nell’originale c’era il mio cognome, non sono paranoica). Io che, a quel punto, mi sono chiesta seriamente se non stessi sognando. Uno dei miei classici incubi in cui devo andare a comprare i sacchetti della Conad al mio professore di greco e poi vengo sgridata perché sono uscita da scuola senza permesso. Cose molto razionali di questo tipo. Quelli da cui mi sveglio piangendo perché hanno riportato alla luce qualcosa che avevo rimosso. Insomma, di solito sono i personaggi animati dal mio subconscio che danno esatta forma verbale alle mie paure inespresse, non le persone che incontro tutti i giorni. Non è comune che qualcuno sappia leggermi nel pensiero così bene.

Ora, il mio professore di educazione fisica non ha certamente capacità telepatiche (ho ancora dei dubbi su quella di matematica, invece, ma questo non c’entra), ma nonostante ciò è riuscito a esprimere nel modo più lapidario possibile la paura che mi accompagna dall’inizio di quest’anno. Non ce la farò. Non riuscirò a preparare bene la maturità, non sarò all’altezza, sacrificherò tutto per avere un voto più alto in qualche interrogazione, non sarò ammessa all’università, perché sono solo una piccola secchiona senza spirito critico, perché sono mediocre nell’unica cosa che so fare. Ecco, diciamocelo, questo è evidente. Studiare (imparare?) è l’unica cosa che so fare bene. E, per una curiosa e fortunata coincidenza, è una delle poche cose (non oso dire l’unica perché farei forse torto a qualcosa che non mi viene in mente) che mi piace fare. Per questo ho il terrore di non riuscire, di scoprire che no, non so fare neanche questo, in realtà, sono solo stata giudicata in modo troppo clemente per tutta la mia carriera scolastica. Non sono mai stata “un’eccellenza”, sono soltanto circondata da persone scolasticamente poco brillanti, quindi sembro molto più brava – e non me ne sono mai accorta, naturalmente…

D’accordo, eviterò di esporre tutte le mie insicurezze adolescenziali. Sappiate solo che il dubbio di non essere all’altezza, di non potercela fare, e che in ogni caso anche se ce la facessi sarei comunque una persona mediocre perché l’unica cosa che so fare è imparare quello che mi viene insegnato, è un pensiero che mi tormenta. Davvero tanto. E allora, mi si dirà. Allora, sentirmelo dire da un’altra persona, per quanto non particolarmente degna di fiducia com’è il mio professore di educazione fisica, mi ha terrorizzata. Ho pensato, è vero, ha perfettamente ragione. Non ce la farai, sei una delusione umana. E dai, se n’è accorto anche lui!

Esattamente a questo punto qualcosa è scattato. Penso sia dovuto l’allusione alle mie limitate capacità.

Cosa posso farci se è quello che mi piace fare?”
Devi imparare il fancazzismo.” O qualcosa del genere. “Fancazzismo” c’era di sicuro.
Non è esattamente il mio ideale di vita.”

Ovvero: io almeno ci ho provato. Forse non ce la farò, ma non è l’arrivo che conta, è il percorso. Rimuovo momentaneamente il fatto che proprio il percorso mi sta probabilmente distruggendo. In ogni caso, non è possibile che tutto sia da buttare. Io qualcosa ho fatto, qualcosa ho imparato. Ci ho provato e ci sto provando. È inutile dire che così non otterrò nulla, se intanto non trovo altro che potrei fare che possa avere lo stesso senso. Io il fancazzismo proprio non lo voglio. Potrò anche stare cadendo a pezzi, ma lo sto facendo per qualcosa. Pur distorto che sia, questo è l’unico obiettivo che conosco. (Non proprio l’unico, ma sarebbe un discorso complesso che non è chiaro del tutto neppure a me.) Questo non mi rende una persona migliore di altre, ma non ambisco a questo. Non mi rende neanche una persona peggiore.

Ho dei dubbi sulla possibile chiarezza di questa mia riflessione. Anche perché la sto scrivendo di getto prima di barcollare a farmi una doccia per poi andare a dormire. Mi si dirà che è ancora presto, ma sono stanca. E ogni tanto ho anch’io dei barlumi di istinto di conservazione. Niente fancazzismo, ma anche se per stasera non ripasserò greco credo che nessuno si sentirà offeso. Ho ancora tempo, e nessuno mi chiede la perfezione. Per di più, se mi si chiudono gli occhi sulle pagine non è che possa pretendere di ricordare gran che.

Per compensare il post breve (più di mille parole? Non l’avrei mai detto…) e per quietare un po’ i miei sensi di colpa sul greco, concludo con una traduzione che in realtà ho fatto prima di partire per la gita. Ne ero anche parecchio soddisfatta; ora, come sempre, lo sono un po’ meno. Il confronto è molto alto. Mi sembrava comunque doveroso.

θυμέ, θύμ᾽, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,
ἄνα δέ, δυσμενέων δ᾽ ἀλέξεο προσβαλὼν ἐναντίον
στέρνον, ἐν δοκοῖσιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθείς
ἀσφαλέως· καὶ μήτε νικῶν ἀμφαδὴν ἀγάλλεο
μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκωι καταπεσὼν ὀδύρεο.
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην· γίνωσκε δ᾽οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.

Animo, animo, scosso da affanni senza rimedio,
alzati, respingi gli avversari opponendo di fronte
il petto, agli assalti dei nemici resistendo da presso
saldamente; e né vincendo vantati ai quattro venti
né vinto lamentati abbattuto in casa,
ma gioisci delle gioie e indignati dei mali
senza eccesso: impara a conoscere quale ritmo regge gli uomini.

Ash Wednesday

March 21, 2012 § Leave a comment

Sarebbe il caso di chiedersi perché io traduca dall’inglese una poesia che quasi tutti sono in grado di capire così com’è e che non avrei l’esperienza per tradurre. Per tradirla, per appropriarmene, e anche perché forse qualcuno si sta chiedendo perché non ho scritto nulla in tutto questo tempo.

T. S. ELIOT
ASH WEDNESDAY

Because I do not hope to turn again
Because I do not hope
Because I do not hope to turn
Desiring this man’s gift and that man’s scope

I no longer strive to strive towards such things
(Why should the aged eagle stretch its wings?)
Why should I mourn
The vanished power of the usual reign?

Because I do not hope to know again
The infirm glory of the positive hour
Because I do not think
Because I know I shall not know
The one veritable transitory power
Because I cannot drink
There, where trees flower, and springs flow, for there is nothing again

Because I know that time is always time
And place is always and only place
And what is actual is actual only for one time
And only for one place
I rejoice that things are as they are and
I renounce the blessed face
And renounce the voice
Because I cannot hope to turn again
Consequently I rejoice, having to construct something
Upon which to rejoice

And pray to God to have mercy upon us
And pray that I may forget
These matters that with myself I too much discuss
Too much explain
Because I do not hope to turn again
Let these words answer
For what is done, not to be done again

May the judgement not be too heavy upon us

Because these wings are no longer wings to fly
But merely vans to beat the air
The air which is now thoroughly small and dry
Smaller and dryer than the will
Teach us to care and not to care
Teach us to sit still.

Pray for us sinners now and at the hour of our death
Pray for us now and at the hour of our death.

*

Perché non spero di voltarmi ancora
Perché non spero
Perché non spero di voltarmi
Desiderando il dono di questo e lo scopo di quello

Non mi sforzo più di sforzarmi a queste cose
(Perché la vecchia aquila dovrebbe aprire le ali?)
Perché dovrei piangere
La potenza svanita dell’usato regno?

Perché non spero di sapere ancora
La gloria instabile dell’ora certa
Perché non penso
Perché so che non saprò
L’unico vero potere transitorio
Perché non posso bere
Là, dove gli alberi fioriscono, e le primavere trascorrono, perché di nuovo è il nulla

Perché so che il tempo è sempre il tempo
E il luogo è sempre solo il luogo
E ciò che è reale è reale per un solo tempo
E per un solo luogo
Mi rallegro perché le cose sono quel che sono e
Abdico al volto benedetto
E abdico alla voce
Perché non posso sperare di voltarmi ancora
Dunque mi rallegro, dovendo inventare qualcosa
Di cui rallegrarmi

E prego Dio di avere pietà di noi
E prego di poter dimenticare
Queste questioni che troppo a lungo discuto con me stesso
Troppo a lungo spiego
Perché non spero di voltarmi ancora
Che queste parole rispondano
Di ciò che è stato fatto, che non dev’essere più fatto

Possa il giudizio non essere troppo duro su di noi

Perché queste ali non sono più ali per volare
Ma soltanto penne per battere l’aria
L’aria che ora è così stretta e asciutta
Più stretta e più asciutta della volontà
Insegnaci ciò che importa e ciò che non importa
Insegnaci a stare seduti composti.

Prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte
Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte.

Where Am I?

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