Traduzione del giorno: Omero

March 31, 2012 § 1 Comment

Iliade XVII (o, se preferite, Ρ), 424 – 442

ὣς οἳ μὲν μάρναντο, σιδήρειος δ᾽ὀρυμαγδὸς
χάλκεον οὐρανὸν ἷκε δι᾽αἰθέρος ἀτρυγέτοιο·
ἵπποι δ᾽Αἰακίδαο μάχης ἀπάνευθεν ἐόντες
κλαῖον, ἐπεὶ δὴ πρῶτα πυθέσθην ἡνιόχοιο
ἐν κονίῃσι πεσόντος ὑφ᾽Ἕκτορος ἀνδροφόνοιο.
ἦ μὰν Αὐτομέδων Διώρεος ἄλκιμος υἱὸς
πολλὰ μὲν ἂρ μάστιγι θοῇ ἐπεμαίετο θείνων,
πολλὰ δὲ μειλιχίοισι προσηύδα, πολλὰ δ᾽ἀρειῇ·
τὼ δ᾽οὔτ᾽ἂψ ἐπὶ νῆας ἐπὶ πλατὺν Ἑλλήσποντον
ἠθελέτην ἰέναι οὔτ᾽ἐς πόλεμον μετ᾽Ἀχαιούς,
ἀλλ᾽ὥς τε στήλη μένει ἔμπεδον, ἥ τ᾽ἐπὶ τύμβῳ
ἀνέρος ἑστήκῃ τεθνηότος ἠὲ γυναικός,
ὣς μένον ἀσφαλέως περικαλλέα δίφρον ἔχοντες
οὔδει ἐνισκίμψαντε καρήατα: δάκρυα δέ σφι
θερμὰ κατὰ βλεφάρων χαμάδις ῥέε μυρομένοισιν
ἡνιόχοιο πόθῳ: θαλερὴ δ᾽ἐμιαίνετο χαίτη
ζεύγλης ἐξεριποῦσα παρὰ ζυγὸν ἀμφοτέρωθεν.
μυρομένω δ᾽ἄρα τώ γε ἰδὼν ἐλέησε Κρονίων,
κινήσας δὲ κάρη προτὶ ὃν μυθήσατο θυμόν…

Così essi combattevano, e un ferreo fragore
saliva al bronzeo cielo attraverso l’etere infecondo;
ma i cavalli dell’Eacide, in disparte dalla battaglia,
piangevano, da quando avevano visto l’auriga
gettato nella polvere da Ettore uccisore di uomini.
Allora Automedonte, il forte figlio di Dioreo,
molte volte li toccava battendoli con la rapida frusta,
molte parlava loro con melliflue parole, molte con minacce;
ma quelli non volevano né tornare alle navi presso l’ampio Ellesponto
né avanzare in battaglia al fianco degli Achei,
ma come immobile resta la stele che presso la tomba
si erge di un uomo morto o di una donna,
così stavano saldi con la splendida biga
posato a terra il capo; lacrime calde
scorrevano a terra lungo le palpebre, mentre gemevano
per il rimpianto dell’auriga: s’insozzava la folta criniera
sfuggita al collare lungo il giogo da ambo le parti.
Vedendoli gemere si impietosì il Cronide
e scuotendo la testa disse dapprima nell’animo…

[non ditemelo, 19 versi sono veramente pochi, ma avevo poco tempo… spero che il risultato sia almeno vagamente dignitoso.]

La primavera mi prende allo stomaco (ovvero, un progetto)

March 28, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, All this and Heaven too.

Premessa: questo post è uno sfogo piuttosto personale. Non contiene, a quanto ne so, nessuna riflessione più ampia di qualche interesse. Cosa che probabilmente si può dire di svariati dei miei scritti, quindi fate un po’ come vi pare.

Ahimè, è arrivata la primavera. Non mi lamento dell’ora legale, anzi, sono molto felice che il sole sorga quando sono a metà strada per andare a scuola la mattina e tramonti dopo cena (o quasi). Finalmente i miei ritmi si adattano a quelli del mondo, o viceversa. Adoro l’inverno, ma l’idea che il sole tramonti quando io ho ancora di fronte almeno tre ore di studio mi infastidisce parecchio – senza contare che la luce elettrica è meno rassicurante di quella naturale, e le zone d’ombra nelle stanze mi inquietano. No, non ho paura del buio, prendo in considerazione l’idea che la parte di stanza che non vedo smetta di esistere, tutto qui. Per la serie, non so se si noti, ma le condizioni ambientali hanno una forte influenza sul mio umore.

Proprio questo è il punto. La primavera mi sfibra. Da una parte il mio corpo riceve, com’è giusto e naturale, segnali di ripresa e risveglio dal mondo circostante, e ne trae un forte desiderio di muoversi, scoprirsi, fare qualcosa, fosse anche solo correre in giro. Dall’altra, le mie riserve energetiche marcano visita all’improvviso. MIA. Premetto che sono un individuo discretamente in salute, considerato che non “mi ammalo” fondamentalmente mai (non ho avuto più di 38° di febbre negli ultimi sette od otto anni); in compenso, per costituzione fisica non sono molto propensa a immagazzinare scorte energetiche (traduci: sono per natura parecchio magra). Il fatto di seguire una dieta basata soprattutto su verdura, cereali diversi dal frumento e pesce sarà anche molto salutare ma non mi aiuta. Il risultato è che in giornate come quella di oggi, in cui la temperatura doveva essere intorno ai venticinque gradi (ma potrei sbagliarmi, le mie stime indicative sono in generale pietose, se si escludono i dosaggi degli ingredienti in cucina) e sono stata fuori casa (con l’accompagnamento di uno zaino di un certo peso) per più di dodici ore, mi riduco per dirla in breve a uno straccio. Me ne rendo conto quando una corsa leggera di venti metri scarsi per prendere un autobus mi provoca capogiri e tremori manco avessi appena finito i cento metri, o quando qualunque cibo io tenti di assumere mi provoca nausee quasi tali da farmi perdere l’appetito. Quasi, perché farmi perdere davvero l’appetito per più di mezza giornata è un’impresa. In caso non si fosse capito il mio unico problema di salute (noto) è la pressione bassa. Ciò significa che non appena inizia a far caldo e la natura si risveglia, per così dire, il mio corpo inizia a mandare segnali impazziti che oscillano da “andiamo a fare una corsa nei prati!” a “non voglio mai più muovermi dal letto per i prossimi vent’anni”, possibilmente in contemporanea e con accompagnamento di sbalzi di temperatura, inappetenza, in sostanza tutto il corredo di qualunque persona normale di costituzione un po’ fragile in primavera.

E allora? Ho intenzione di lamentarmi ancora a lungo del mio stato fisico? Ricordo che vi ho avvertiti in partenza, questo è un post di sfogo. Ma, sinceramente, del mio stato fisico interesserebbe poco anche a me, se questo non avesse fastidiose ripercussioni mentali. Il mio stato emotivo tende ad andare fuori controllo già da solo, soprattutto negli ultimi mesi, come chi mi conosce deve aver notato con facilità. Aggiungeteci un corpo che si mette a mandare segnali scombinati. Il mio cervello, di conseguenza, non trova nulla di meglio che preoccuparsi, convincersi che a questo punto anche il fisico prima o poi partirà per la tangente e che non c’è più nulla da fare se non allertare tutte le risorse disponibili. Non so quanto la mia descrizione sia comprensibile, ma non è affatto divertente. Dopo mesi di apatia invernale, in cui i miei momenti di sconforto si risolvevano in totale immobilità e scoraggiamento, ora quando sono a disagio la sensazione precisa che provo è che i miei pensieri si mettano a rimbalzare qua e là come palline da ping pong. Un sacco di palline da ping pong. Risultato, è ovvio, di nuovo totale apatia e scoraggiamento, perché non sono in grado di concentrarmi e le cose mi sfuggono e non va bene. Condire con una buona dose di ansia che è il mio stato mentale abituale, servire a temperatura ambiente (che è decisamente troppo alta, comunque).

Da qui in poi finisco di lamentarmi. Nel senso che in qualche modo sto cercando una soluzione. È necessario, considerato che nei momenti in cui mi sembra (la parola chiave è “sembra”) di perdere il controllo dei miei pensieri non sono più in grado di fare nulla di sensato e produttivo, e in questo periodo non posso né voglio perdere tempo utile. Fortunatamente, una soluzione mi si è prospettata, in un certo senso, da sé, nella forma di una simulazione di seconda prova svolta ieri mattina. Per chi non lo sapesse, frequento l’ultimo anno di classico, e la nostra seconda prova di maturità sarà una versione dal greco. Quindi, quattro ore (o tre, per chi come me consegna appena il regolamento lo concede) di traduzione concentrata, senza possibilità di distrazioni esterne, in silenzio e (virtuale) solitudine. Anche note come “il paradiso”. Dopo la prova di ieri, posso confermare per l’ennesima volta che quando traduco sto bene. Per quanto mi possa innervosire sui passi incomprensibili [inserire insulto a chiunque abbia scelto la traccia della simulazione di ieri], quando sto traducendo sono qui e ora. E penso soltanto a ciò che ho davanti, il resto è una sensazione nebulosa sullo sfondo. Niente fastidiose palline da ping pong. Dopo qualche ora, alzo gli occhi dal testo, esco dal mio universo parallelo e rientro nel mondo reale pacificata. Almeno finché qualcuno non mi chiede come ho tradotto il tale costrutto, per sentirsi sistematicamente rispondere che non ricordo. Ciò che avviene nel tempo parallelo della traduzione si dimentica presto (e in ogni caso io quella domanda la odio). Ma la serenità e l’equilibrio acquistati in genere durano abbastanza per i miei scopi attuali, ovvero di riuscire a lavorare bene per questi tre mesi che mancano alla maturità. Motivo per cui sto per prendere un impegno ufficiale.

*IMPEGNO UFFICIALE*

Da domani prometto che ogniqualvolta mi capiterà di trovarmi in un momento di sconforto o di eccitazione incontrollata, in cui penso che non riuscirò a fare nulla perché il mio equilibrio emotivo è troppo compromesso, anziché starmene sul letto a leggere sciocchezze mi metterò alla scrivania (da riordinare per l’occasione, NdA) e tradurrò un pezzo di qualcosa. Greco, latino, poesia, prosa, l’opera che mi ispira di più al momento. Per rendere la cosa più ufficiale e impegnativa, prometto che pubblicherò i risultati di queste “sedute terapeutiche” qui, tempo permettendo.

*FINE IMPEGNO UFFICIALE*

Perderò tempo? Questo è sicuro, se è vero che le ore di studio non bastano mai. Ma il punto è che il tempo lo perdo comunque, anche se me ne sto immobile sul letto a farmi venire ancora più ansia. Così almeno ho un’opportunità di raddrizzare le cose. Di riprendere il controllo. Ovviamente questo non significa che ogni volta che mi verrà voglia di rilassarmi un po’ mi metterò a tradurre Seneca (dobbiamo appropriarci del tempo!) – sono in grado, credo, di distinguere un po’ di stanchezza da uno stato emotivo alterato. Il mio obiettivo principale è divertirmi e fare qualcosa di buono. O qualcosa in generale. Il motto di questo blog non è casuale.

PS In caso qualcuno se lo chiedesse, il lato positivo dei pensieri-palline da ping pong è che mi viene una gran voglia di scrivere, il che spiega l’improvvisa sovrabbondanza di nuovi post.

Dieci motivi per cui voglio essere un filologo alessandrino

March 27, 2012 § Leave a comment

Esametro del giorno: Avia Pieridum perago loca nullius ante | trita solo… (d’accordo, è uno e mezzo, ma ci voleva)

Qui, nella Biblioteca di Beirut, subito a destra
entrando, noi abbiamo sepolto il saggio Lisia
grammatico. Il luogo è appropriato. Tanto
vicino ai testi, ai suoi commenti, ai passi
a quei trattati che annotava irti d’ellenismi
che ancora forse lui ricorda. Così da noi la sua tomba
sarà vista e onorata ogniqualvolta staremo tra i libri.
[K. Kavafis]

Come da titolo, ecco le mie ragioni in ordine assolutamente sparso. Aggiungo soltanto che il mio studio della letteratura ellenistica è stato molto produttivo (al di là degli abbondanti epigrammi che ho pubblicato negli ultimi mesi), piacevole e stimolante. Da grande farò il grammatico alessandrino. Il filologo no, giammai. In ogni caso, vorrei essere vissuta in epoca ellenistica

  1. per poter vivere ad Alessandria d’Egitto e non morire di caldo. Non so se l’abbiate mai notato, ma in effetti nessuno dei nostri autori si lamenta mai, anche se a mio parere doveva fare un caldo infernale, appiccicoso e puzzolente. Sarà che le suddette osservazioni suonano male inserite in un idillio bucolico, ma neppure tra i comici (e ci metto anche Aristofane) mi pare di aver mai letto osservazioni su quanto dovessero sudare i poveri alessandrini (o ateniesi che dir si voglia) durante una giornata di lavoro. Il massimo che si trova sono gli apprezzamenti di Teocrito e Anite per l’ombra nelle giornate di calura estiva (θερμὸν καύμα, che in effetti dà quell’idea di fornace, ma non fa pensare a tutti gli aspetti più pedestri della situazione). Forse avevano vestiti molto leggeri, o forse lo stress peggiora anche la percezione del caldo (questo, devo dire, l’ho sempre pensato).

  2. per vedere una buona volta tutte le erbe assurde che Teocrito cita negli Idilli. Insomma, cos’è il “fitto cipero”? E dove diamine trovi “una giuncaia fitta e chelidonia azzurra e capelvenere verde pallido e florido prezzemolo e gramigna che sale dappertutto”? Florido prezzemolo? Non so se mi venga più in mente un prato da fiaba o una zuppa. Aggiungerò un’osservazione non del tutto pertinente dal punto di vista cronologico: qualcuno sa descrivermi con precisione una tamerice? Tra l’altro, ammiro sinceramente i poveri lessicografi che devono spulciarsi assurdi trattati di botanica, in greco come in italiano, per capire di che accidenti di erba si tratti in ogni singolo caso. A meno che non si limitino a traslitterare una serie di nomi contando sul fatto che in ogni caso i lettori non sanno distinguere un garofano da una calla [un’aringa a chi riconosce la citazione].

  3. per il cibo. Diciamocelo. Se ne parla poco, si citano soprattutto i cibi più umili, e la cosa mi rincresce, ma la cucina greca doveva essere molto interessante. Soprattutto in un’età in cui tutte le culture del Mediterraneo orientale si contaminavano. Chissà che trionfo di spezie e di pesci. Dal nome altrettanto incomprensibile delle erbe, ora che ci penso. Un vero peccato che mancassero le melanzane, che pare siano arrivate con gli Arabi intorno al sedicesimo secolo. Come avessero fatto fino ad allora…

  4. arriviamo alle cose serie. Vorrei essere vissuta in età alessandrina per poter entrare nella Biblioteca. E possibilmente rubare almeno metà del contenuto. Be’, forse con qualche centinaio d’anni di piccoli furti avrei potuto farcela. Insomma, migliaia di opere di ogni genere, soprattutto le più astruse. Se qualcuno ha visto la scena di Agorà in cui nel corso di un salvataggio precipitoso viene intimato di “lasciar perdere le opere minori” saprà cosa intendo. Che poi, retrospettivamente, anch’io mi indigno. Le opere maggiori le potevano pure lasciare, tanto chissà quante copie ce n’erano in circolazione. Ma tutti i trattati sconosciuti di autori oscuri su argomenti inutili, chi li ha salvati? Nessuno. Risultato, le uniche copie sono andate perdute e adesso dobbiamo sopravvivere senza le fondamentali Cetrioliadi di Sebastiano Picrografo, che magari contenevano l’unica attestazione in tutta la letteratura greca di qualche termine che ora non conosceremo mai. Tutto perché chi ha governato la tradizione delle opere attraverso i secoli mancava di prospettiva storica.

  5. per farmi spiegare da Callimaco la questione dei Giambi e del suo abuso della persona loquens. Caro Callimaco, ci sono secoli di commentatori che si chiedono se nel Giambo IV la tua posizione sia espressa dall’alloro, dall’olivo o dal rovo. Sembrava tutto così chiaro che non ci avresti mai pensato? Complimenti. Ah, stavi scherzando e l’hai fatto apposta? Perché la cosa non mi stupisce?

  6. per poter sapere quale fosse l’aggettivo riferito ai Telchini nel secondo prologo degli Aitia. A me la congettura ἀκανθήϲ piace da impazzire, mi fa pensare al lusso dei capitelli corinzi e nel contempo al fatto che in effetti accarezzandoli la sensazione doveva essere spiacevole (no, non chiedetemi perché – e ci tengo a specificare che so cosa sia l’acanto e so che è spinoso, nonostante la mia ignoranza botanica di cui sopra). In generale, sarebbe tanto bello poter leggere un bel po’ di testi in uno stato non frammentario, anche se il fascino dell’indeterminato ha i suoi pregi. Nella Biblioteca di Alessandria di cui sopra, gli altri studiosi si chiederebbero perché io stia sempre a sfogliare (per modo di dire, provate voi a sfogliare un rotolo, ma srotolare non mi convinceva) le opere più peregrine con aria interessatissima. Avere a disposizione migliaia di parole perdute, mmm… Lasciatemi sbavare qualche secondo, torno subito.

  7. in generale, per fare due chiacchiere con alcune persone. Primo della lista rimane sempre Callimaco, ma ce n’è un po’ di altri. Del tipo Apollonio Rodio: è vero che vi odiavate così tanto, tu e il Cirenese, o è tutta una leggenda messa in giro dai posteri? E poi, provate a immaginare Callimaco e Apollonio insieme nel Museo. Chissà se si evitavano nei corridoi e avevano ciascuno la sua cricca (Teocrito di qua, Posidippo di là, prescindendo totalmente da qualunque limitazione realistica di tempo o spazio, è chiaro). “Giuro che se diventi direttore della Biblioteca non ti rivolgo più la parola!” Oppure in realtà avevano un sereno rapporto maestro-allievo rispettoso delle differenze. Io pagherei per trovarmici in mezzo nell’uno e nell’altro caso.

  8. per sentirli parlare. Seguire la trasformazione della lingua verso la pronuncia bizantina, capire come leggevano davvero la metrica, sentire se davvero le Siracusane parlano allargando tutte le vocali o se è solo una questione di resa grafica del dialetto. Farmi leggere gli epigrammi da un epigrammista, che mi avrebbe preso per imbecille, perché chiaramente la letteratura si legge in privato, non in pubblico. Ma tanto si leggeva a voce alta in ogni caso. Tra l’altro, mi immagino la confusione nella Biblioteca nell’ora di punta. Che chissà quando sarà stata. A mezzogiorno? La mattina?

  9. per poter usare il sigma lunato senza che nessuno lo trovi strano. È così utile. In più, in età alessandrina si iniziava per la prima volta a scrivere in maniera dignitosa. E poi potrei passare alla storia come l’inventore di spiriti e accenti!

  10. per prendere parte alle discussioni tra studiosi. Non riesco a capire come mai Callimaco potesse pensare che esortarli alla pace fosse una cosa fattibile o tantomeno interessante. Le dispute dovevano essere la cosa più appassionante della vita nel Museo. Infuriarsi sull’interpretazione di un passo, saper citare a memoria tutte le fonti a proprio sostegno, altrimenti si sarebbe stati scherniti da tutti gli altri dotti. Imparare che non è una buona cosa intromettersi nelle diatribe altrui, o tutti i contendenti si rivolteranno contro di te. A meno che la tua idea non sia migliore delle loro, al che la discussione diventerà più ampia e più interessante. E il giorno dopo ritrovarsi tutti insieme in un stanza della Biblioteca e guardarsi in cagnesco, soprattutto se il tuo rivale si è preso il volume che tu volevi usare proprio oggi.

  11. in generale, per poter fare filologia con leggerezza. In modo sicuramente meno accurato (non dimentichiamo che diranno lo stesso di noi tra duemila anni, se non fosse che tra duemila anni nessuno si preoccuperà di noi, mentre degli alessandrini sì), ma più vivo. La letteratura che veniva studiata era ormai morta, il suo clima pure. La sua lingua no. Gli eruditi alessandrini avevano contemporaneamente il vantaggio e l’handicap di una lingua viva, ancora in lento mutamento. E non avevano alle spalle tutti quei secoli di sudore colato sulle carte che consultavano.

[In caso qualcuno avesse notato il mio spudorato omaggio alle strutture poetiche arcaiche, vuol dire che è probabilmente più alessandrino/a di me. Decidete voi se sia un complimento o meno. In caso qualcuno invece volesse farmi notare che i motivi sono undici, credete che non lo sappia?]

“The saddest day I came across was when I learned that life goes on without me”

March 25, 2012 § Leave a comment

A. P. V 153

Νικαρέτηϲ τὸ πόθοιϲι βεβλημένον ἡδὺ πρόϲωπον
πυκνὰ δι’ὑψηλῶν φαινόμενον θυρίδων
αἱ χαροπαὶ Κλεοφῶντοϲ ἐπὶ προθύροιϲι μάραναν,
Κύπρι φίλη, γλυκεροῦ βλέμματοϲ ἀϲτεροπαί.

Il viso soave di Nicarete, segnato dal desiderio,
che si mostra sovente attraverso l’alta finestra
l’hanno consumato, Cipride mia, i lampi grigioazzurri
dello sguardo dolce di Cleofonte dall’atrio.

A. P. XII 46

Οὐκ εἴμ’οὐδ’ἐτέων δύο κεἴκοϲι καὶ κοπιῶ ζῶν.
Ὤρωτεϲ, τί κακὸν τοῦτο; τί με φλέγετε;
ἤν γὰρ ἐγώ τι πάθω, τί ποιήϲετε; δῆλον, Ἔρωτεϲ,
ὡϲ τὸ πάροϲ παίξεϲθ’ἄφρονεϲ ἀϲτραγάλοιϲ.

Non ho neppure ventidue anni e sono stanco di vivere.
O Amori, cos’è questo male? perché insistete a bruciarmi?
E se mi accadesse qualcosa, che farete? è chiaro, Amori,
giocherete spensierati con i dadi, come prima.

[in caso qualcuno non l’avesse notato, ho leggermente rivoluzionato il titolo.]

Epigramma del giorno: Callimaco di Cirene e Asclepiade di Samo

March 24, 2012 § Leave a comment

A. P. XII 43

Ἐχθαίρω τὸ ποίημα τὸ κυκλικόν, οὐδὲ κελεύθῳ
χαίρω, τιϲ πολλοὺϲ ὧδε καὶ ὧδε φέρει·
μιϲέω καὶ περίφοιτον ἐρώμενον, οὐδ’ἀπὸ κρήνηϲ
πίνω· ϲικχαίνω πάντα τὰ δημόϲια.
Λυϲανίη, ϲὺ δὲ ναίχι καλὸϲ καλόϲ – ἀλλὰ πρὶν εἰπεῖν
τοῦτο ϲαφῶϲ Ἠχώ, φηϲί τιϲ· “ἄλλοϲ ἔχει”.

Detesto il poema ciclico, e non mi dà piacere
il sentiero che porta molti qua e là;
odio anche l’amante promiscuo, e non bevo
alla fontana: mi nausea tutto ciò che è popolano.
Lisania, certo che sei bello – ma prima che Eco
lo ripeta con chiarezza, qualcuno dice: “è di un altro”!

*

A. P. V 158

Ἑρμιόνη πιθανῇ ποτ’ἐγὼ ϲυνέπαιζον, ἐχούϲῃ
ζώνιον ἐξ ἀνθέων ποικίλον, ὦ Παφίη,
χρύϲεα γράμματ’ἔχον· “διόλου” δ’ἐγέγραπτο “φίλει με
καὶ μὴ λυπηθῇϲ, ἤν τιϲ ἔχῃ μ’ἕτεροϲ”.

Con Ermione suadente una volta giocavo, che aveva
un cinto sottile variopinto di fiori, o dea di Pafo,
con lettere d’oro: “amami”, era scritto, “con pienezza
e non addolorarti, se un altro mi possiede”.

RPM: Farcela

March 22, 2012 § Leave a comment

Pensiero del giorno: sono talmente stanca che non riesco neppure a pensare un pensiero del giorno. Guarda, una figura etimologica!

La scena che segue sarà più facilmente comprensibile sapendo che il mio professore di educazione fisica è un tipo un po’ particolare. Verbalmente violento, diciamo, e con tendenze sovversive dell’ordine costituito mai ben represse ma altrettanto mai sfogate come si deve. “Va tutto storto e bisognerebbe fare la rivoluzione, io l’ho sempre detto ma nessuno mi dà retta e mi emarginano”, insomma. Vale anche la pena di specificare anche che una delle conseguenze di tutto ciò è il fatto che la mia classe non faccia mai educazione fisica, bensì venga lasciata libera di farsi gli affari propri (compreso studiare altre materie) per due ore alla settimana. Motivo per cui oggi un buon numero di noi era in classe proprio a studiare, alla luce della montagna di prove che ci aspettano o che abbiamo affrontato in questi giorni. Ed ecco che rientra (da una pausa sigaretta) il suddetto professore e ci vede con la testa sui libri e l’aria tesa.

Siete tutti ridicoli, soprattutto lei, che non sa fare altro e non ce la farà.”

Lei, ovviamente, sono io (nell’originale c’era il mio cognome, non sono paranoica). Io che, a quel punto, mi sono chiesta seriamente se non stessi sognando. Uno dei miei classici incubi in cui devo andare a comprare i sacchetti della Conad al mio professore di greco e poi vengo sgridata perché sono uscita da scuola senza permesso. Cose molto razionali di questo tipo. Quelli da cui mi sveglio piangendo perché hanno riportato alla luce qualcosa che avevo rimosso. Insomma, di solito sono i personaggi animati dal mio subconscio che danno esatta forma verbale alle mie paure inespresse, non le persone che incontro tutti i giorni. Non è comune che qualcuno sappia leggermi nel pensiero così bene.

Ora, il mio professore di educazione fisica non ha certamente capacità telepatiche (ho ancora dei dubbi su quella di matematica, invece, ma questo non c’entra), ma nonostante ciò è riuscito a esprimere nel modo più lapidario possibile la paura che mi accompagna dall’inizio di quest’anno. Non ce la farò. Non riuscirò a preparare bene la maturità, non sarò all’altezza, sacrificherò tutto per avere un voto più alto in qualche interrogazione, non sarò ammessa all’università, perché sono solo una piccola secchiona senza spirito critico, perché sono mediocre nell’unica cosa che so fare. Ecco, diciamocelo, questo è evidente. Studiare (imparare?) è l’unica cosa che so fare bene. E, per una curiosa e fortunata coincidenza, è una delle poche cose (non oso dire l’unica perché farei forse torto a qualcosa che non mi viene in mente) che mi piace fare. Per questo ho il terrore di non riuscire, di scoprire che no, non so fare neanche questo, in realtà, sono solo stata giudicata in modo troppo clemente per tutta la mia carriera scolastica. Non sono mai stata “un’eccellenza”, sono soltanto circondata da persone scolasticamente poco brillanti, quindi sembro molto più brava – e non me ne sono mai accorta, naturalmente…

D’accordo, eviterò di esporre tutte le mie insicurezze adolescenziali. Sappiate solo che il dubbio di non essere all’altezza, di non potercela fare, e che in ogni caso anche se ce la facessi sarei comunque una persona mediocre perché l’unica cosa che so fare è imparare quello che mi viene insegnato, è un pensiero che mi tormenta. Davvero tanto. E allora, mi si dirà. Allora, sentirmelo dire da un’altra persona, per quanto non particolarmente degna di fiducia com’è il mio professore di educazione fisica, mi ha terrorizzata. Ho pensato, è vero, ha perfettamente ragione. Non ce la farai, sei una delusione umana. E dai, se n’è accorto anche lui!

Esattamente a questo punto qualcosa è scattato. Penso sia dovuto l’allusione alle mie limitate capacità.

Cosa posso farci se è quello che mi piace fare?”
Devi imparare il fancazzismo.” O qualcosa del genere. “Fancazzismo” c’era di sicuro.
Non è esattamente il mio ideale di vita.”

Ovvero: io almeno ci ho provato. Forse non ce la farò, ma non è l’arrivo che conta, è il percorso. Rimuovo momentaneamente il fatto che proprio il percorso mi sta probabilmente distruggendo. In ogni caso, non è possibile che tutto sia da buttare. Io qualcosa ho fatto, qualcosa ho imparato. Ci ho provato e ci sto provando. È inutile dire che così non otterrò nulla, se intanto non trovo altro che potrei fare che possa avere lo stesso senso. Io il fancazzismo proprio non lo voglio. Potrò anche stare cadendo a pezzi, ma lo sto facendo per qualcosa. Pur distorto che sia, questo è l’unico obiettivo che conosco. (Non proprio l’unico, ma sarebbe un discorso complesso che non è chiaro del tutto neppure a me.) Questo non mi rende una persona migliore di altre, ma non ambisco a questo. Non mi rende neanche una persona peggiore.

Ho dei dubbi sulla possibile chiarezza di questa mia riflessione. Anche perché la sto scrivendo di getto prima di barcollare a farmi una doccia per poi andare a dormire. Mi si dirà che è ancora presto, ma sono stanca. E ogni tanto ho anch’io dei barlumi di istinto di conservazione. Niente fancazzismo, ma anche se per stasera non ripasserò greco credo che nessuno si sentirà offeso. Ho ancora tempo, e nessuno mi chiede la perfezione. Per di più, se mi si chiudono gli occhi sulle pagine non è che possa pretendere di ricordare gran che.

Per compensare il post breve (più di mille parole? Non l’avrei mai detto…) e per quietare un po’ i miei sensi di colpa sul greco, concludo con una traduzione che in realtà ho fatto prima di partire per la gita. Ne ero anche parecchio soddisfatta; ora, come sempre, lo sono un po’ meno. Il confronto è molto alto. Mi sembrava comunque doveroso.

θυμέ, θύμ᾽, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,
ἄνα δέ, δυσμενέων δ᾽ ἀλέξεο προσβαλὼν ἐναντίον
στέρνον, ἐν δοκοῖσιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθείς
ἀσφαλέως· καὶ μήτε νικῶν ἀμφαδὴν ἀγάλλεο
μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκωι καταπεσὼν ὀδύρεο.
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην· γίνωσκε δ᾽οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.

Animo, animo, scosso da affanni senza rimedio,
alzati, respingi gli avversari opponendo di fronte
il petto, agli assalti dei nemici resistendo da presso
saldamente; e né vincendo vantati ai quattro venti
né vinto lamentati abbattuto in casa,
ma gioisci delle gioie e indignati dei mali
senza eccesso: impara a conoscere quale ritmo regge gli uomini.

Ash Wednesday

March 21, 2012 § Leave a comment

Sarebbe il caso di chiedersi perché io traduca dall’inglese una poesia che quasi tutti sono in grado di capire così com’è e che non avrei l’esperienza per tradurre. Per tradirla, per appropriarmene, e anche perché forse qualcuno si sta chiedendo perché non ho scritto nulla in tutto questo tempo.

T. S. ELIOT
ASH WEDNESDAY

Because I do not hope to turn again
Because I do not hope
Because I do not hope to turn
Desiring this man’s gift and that man’s scope

I no longer strive to strive towards such things
(Why should the aged eagle stretch its wings?)
Why should I mourn
The vanished power of the usual reign?

Because I do not hope to know again
The infirm glory of the positive hour
Because I do not think
Because I know I shall not know
The one veritable transitory power
Because I cannot drink
There, where trees flower, and springs flow, for there is nothing again

Because I know that time is always time
And place is always and only place
And what is actual is actual only for one time
And only for one place
I rejoice that things are as they are and
I renounce the blessed face
And renounce the voice
Because I cannot hope to turn again
Consequently I rejoice, having to construct something
Upon which to rejoice

And pray to God to have mercy upon us
And pray that I may forget
These matters that with myself I too much discuss
Too much explain
Because I do not hope to turn again
Let these words answer
For what is done, not to be done again

May the judgement not be too heavy upon us

Because these wings are no longer wings to fly
But merely vans to beat the air
The air which is now thoroughly small and dry
Smaller and dryer than the will
Teach us to care and not to care
Teach us to sit still.

Pray for us sinners now and at the hour of our death
Pray for us now and at the hour of our death.

*

Perché non spero di voltarmi ancora
Perché non spero
Perché non spero di voltarmi
Desiderando il dono di questo e lo scopo di quello

Non mi sforzo più di sforzarmi a queste cose
(Perché la vecchia aquila dovrebbe aprire le ali?)
Perché dovrei piangere
La potenza svanita dell’usato regno?

Perché non spero di sapere ancora
La gloria instabile dell’ora certa
Perché non penso
Perché so che non saprò
L’unico vero potere transitorio
Perché non posso bere
Là, dove gli alberi fioriscono, e le primavere trascorrono, perché di nuovo è il nulla

Perché so che il tempo è sempre il tempo
E il luogo è sempre solo il luogo
E ciò che è reale è reale per un solo tempo
E per un solo luogo
Mi rallegro perché le cose sono quel che sono e
Abdico al volto benedetto
E abdico alla voce
Perché non posso sperare di voltarmi ancora
Dunque mi rallegro, dovendo inventare qualcosa
Di cui rallegrarmi

E prego Dio di avere pietà di noi
E prego di poter dimenticare
Queste questioni che troppo a lungo discuto con me stesso
Troppo a lungo spiego
Perché non spero di voltarmi ancora
Che queste parole rispondano
Di ciò che è stato fatto, che non dev’essere più fatto

Possa il giudizio non essere troppo duro su di noi

Perché queste ali non sono più ali per volare
Ma soltanto penne per battere l’aria
L’aria che ora è così stretta e asciutta
Più stretta e più asciutta della volontà
Insegnaci ciò che importa e ciò che non importa
Insegnaci a stare seduti composti.

Prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte
Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte.

Intermezzo (ceci n’est pas un épigramme)

February 25, 2012 § Leave a comment

Questo sarà il post più breve che io abbia mai scritto, e tanto per peggiorare le cose è una giustificazione. In sostanza, oggi non ci sarà nessun epigramma (o equivalenti), e probabilmente lo stesso accadrà sabato prossimo. Mi dispiace rompere il ritmo (nonché mi piace tradurre) ma sarò in viaggio fino a venerdì sera molto tardi, e come si può immaginare i miei post del sabato mattina vengono preparati il venerdì. Spero di riuscire a recuperare magari sabato sera, anche perché oltre a ciò che accadrà settimana prossima ho già un paio di cose da scrivere (tra cui, ad esempio, spiegare come un autista di autobus possa aver provocato grandi spostamenti nel mio sistema etico semplicemente chiudendo una porta. Con me in mezzo, ma questa è un’altra storia.)

Per sei giorni a partire da domenica sarò in gita scolastica in Grecia. Andrò con il mio professore preferito, il posto è più che meraviglioso, tutto sarà estremamente piacevole. O almeno sto tentando di convincermene. Al momento, l’ansia da partenza è tale che passerei ben volentieri, piuttosto, una settimana chiusa in casa. Forse influisce anche il ricordo del mio unico viaggio precedente in Grecia, che si è trovato senza sua colpa a coincidere con uno dei miei momenti peggiori. Ma passerà. Questo non è il periodo più felice per me per uscire dalla mia comfort zone, ma andrà tutto bene.

Per oggi mi limito a una canzone, perché avevo detto che l’avrei fatto.

I’m throwing stones just to get you all alone.

Volevo intitolarlo “The sound of silence”, ma mi pareva scontato.

February 22, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, Swimming. Da ascoltare in cuffia a volume molto alto. E poi mi chiedo cosa sia successo alle mie orecchie.

Credo di stare rimandando la scrittura di questo post da un paio di mesi, ma ormai è ufficiale: c’è qualcosa che non va con le mie orecchie. O meglio, non è ufficiale, perché continuo come mia abitudine a rimandare l’esame audiometrico che pure mi è stato prescritto da tempo, ma si dà ugualmente il caso che io abbia perso il silenzio. Al suo posto si è installato un interessante rumore di fondo, una via di mezzo tra un fischio e un ronzio simile all’effetto di un campo magnetico o di qualunque cosa si senta quando si accende una televisione di vecchio tipo. Anzi, credo lo si possa classificare con chiarezza come rumore bianco. Fssssh, insomma, con una buona approssimazione. È lì costantemente, con alcune variazioni d’intensità e di tono, fino ad arrivare al buon vecchio fischio nei momenti peggiori. Wikipedia mi spiega che dovrebbe trattarsi tecnicamente di un “acufene”, ma quando la pagina che sto leggendo è indicata come inaffidabile fin dall’inizio mi viene da pensare che ci sia bisogno di altre fonti. La sostanza è che sento un rumore continuo, forte o debole, per buona parte della mia giornata, in assenza di altre fonti sonore che possano coprirlo (e.g. lettore mp3, che però potrebbe ragionevolmente essere parte del problema, vedi sopra).

Ora, chi legge potrà immaginare quanto questo possa essere fastidioso. In alcuni giorni lo è a tal punto che mi viene una gran voglia di picchiare la testa contro ogni oggetto a portata di mano pur di farlo smettere, cosa che in precedenza mi capitava solo con l’aura della cefalea (quando arriva il dolore vero so di non essere in grado di fare movimenti così bruschi). Ma per la maggior parte del tempo in realtà il fenomeno non è così insopportabile. Per il novanta per cento del mio tempo di veglia ho a che fare con rumori di fondo reali di altro genere, che mi permettono di distrarmi da ciò che proviene dall’interno della mia testa. Persino ora che sono sdraiata sul letto a scrivere a mezzanotte passata ho la ventola del computer che ronza e il rumore dei tasti, e se non ci stessi, per ovvi motivi, pensando sarei in grado di ignorare il campo magnetico. Solo nei momenti peggiori, quelli in cui devo turarmi le orecchie per essere sicura che non ci sia effettivamente un oggetto ronzante nelle vicinanze, il rumore diventa concreto.

È da qui che è nata la riflessione. In sostanza, io ho perso il silenzio, ma non l’ho neanche mai ascoltato. Tra le mie capacità, di solito, c’è anche quella di saper isolare una sola fonte sonora, o un numero ristretto di esse, in base all’interesse che ho, e di escludere le altre dal mio ascolto con grande efficacia. Il che, tra l’altro, significa anche che faccio una gran fatica a distrarmi se qualcuno sta parlando, perché sento solo quello. Molti si stupiscono, ad esempio, quando una canzone conosciuta passa agli altoparlanti di un luogo pubblico, e io non la sento fino al momento in cui mi viene indicata. In realtà, è chiaro che la sento, solo decido di non elaborarla in favore di qualcos’altro. Credo abbia a che fare con il fatto che ho dovuto per anni suonare per esercizio in una stanza in cui c’erano almeno altre dieci persone con quattro strumenti diversi per due pomeriggi a settimana. Per la categoria “a thousand ways clarinet changed my life”, su cui non mi dilungherò perché è noiosissima. Ma, tornando a noi, ci sono due requisiti essenziali perché io sia in grado di fare ciò: innanzitutto devo avere un altro suono su cui concentrarmi (duh.), e in secondo luogo il suono che sto “scartando” non deve avere forma articolata oppure deve essere a volume molto basso. Se ha forma articolata, inevitabilmente il mio cervello lo elabora come linguaggio, impedendomi di concentrarmi su qualunque altro linguaggio dovrei star elaborando al momento; se è troppo forte non c’è speranza, sono un essere umano anch’io.

Allora, alla fine, qual è il problema con questo fischio-ronzio di fondo, oltre ovviamente al fatto che potrebbe essere indice di qualcos’altro di cui forse dovrei essere informata? Facciamo un piccolo esperimento mentale. Immagino di essere in una classe piena di gente, con un insegnante che parla e magari qualcuno che chiacchiera nelle file dietro, ovvero la situazione in cui mi trovo per cinque o sei ore al giorno, sei giorni su sette. Ora, mi concentro e ascolto solo l’insegnante, scartando le persone che parlano. Se volessi, potrei, con un po’ di fatica, concentrarmi sulle persone che parlano e ignorare l’insegnante, magari non al punto di non sentirlo ma almeno di non capire quello che sta dicendo. E se invece provassi a non concentrarmi né sull’insegnante né su chiunque altro, e invece ad ascoltare il silenzio? In pratica, mi troverei ad ascoltare il rumore nella mia testa, ovvero nulla, neutro, e sarebbe molto rilassante. È quello che succede quando mi distraggo davvero, e l’ho fatto molte volte, come penso chiunque altro. Poi, magari, affiora una canzone o qualche frase che ho sentito, e mi diverto con quelle. Ho un’ottima memoria uditiva. Ecco. Questo succede in condizioni normali. Ma adesso? Distraiamoci da tutti i rumori d’ambiente. Fssssssssh. Al posto del silenzio, ora nella mia testa risiede questo. In permanenza. E l’unico modo per scacciarlo è ascoltare qualcos’altro, ammesso che funzioni. È come tentare di spegnere una radio e ritrovarsi invece con un rumore bianco insopprimibile. Non vi è venuta un’improvvisa voglia di romperla contro il muro?

Epigramma del giorno: Stratone

February 18, 2012 § Leave a comment

A.P. XII 15

Εἰ Γραθικοῦ πυγαῖα σανὶς δέδαχ’ἐν βαλανείῳ,
ἄνθρωπος τί πάθω; καὶ ξύλον αἰσθάνεται.

Se la panca nel bagno ha morso le natiche di Gratico,
io, uomo, cosa provo? Anche il legno è sensibile!

A.P. XII 213

Τῷ τοίχῳ κέκλικας τὴν ὀσφύα τὴν περίβλεπτον,
Κῦρι· τί πειράζεις τὸν λίθον; οὐ δύναται.

Alla parete stai poggiato coi lombi mirabili,
o Ciri: perché tenti la pietra? Non può!