La callida iunctura è il mio miglior nemico.

July 3, 2012 § Leave a comment

Septimi, Gadis aditure mecum et
Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et
barbaras Syrtis, ubi Maura semper
aestuat unda:

Tibur Argeo positum colono
sit meae sedes utinam senectae,
sit modus lasso maris et viarum
militiaeque.

Unde si Parcae prohibent iniquae,
dulce pellitis ovibus Galaesi
flumen et regnata petam Laconi
rura Phalantho.

Ille terrarum mihi praeter omnis
angulus ridet, ubi non Hymetto
mella decedunt viridique certat
baca Venafro,

ver ubi longum tepidasque praebet
Iuppiter brumas et amicus Aulon
fertili Baccho minimum Falernis
invidet uvis.

Ille te mecum locus et beatae
postulant arces: ibi tu calentem
debita sparges lacrima favillam
vatis amici.

[Orazio, Odi II 6]

Settimio, che mi accompagneresti a Cadice, e
presso i Cantabri inesperti del nostro dominio, e
alle Sirti barbare dove ribolle sempre
l’onda mora:

Tivoli fondata dal colono di Argo
desidero sia mio rifugio alla vecchiaia,
termine per me stanco di mare e di strada
e di guerra.

E se le Parche ingiuste me lo vieteranno,
cercherò il fiume Galeso caro alle pecore
lanute e i campi dove un tempo Falanto
lo spartano regnava.

Quell’angolo di terra oltre ogni altro
mi sorride, dove i mieli non cedono il passo
all’Imetto e l’oliva col verde Venafro
fa a gara,

dove Giove offre lunga primavera
e inverni tiepidi, e l’Aulo amato
da Bacco generoso non invidia affatto
le uve del Falerno.

Quel luogo e le sedi felici richiamano
te e me insieme: là bagnerai del pianto
che ti spetta la tiepida cenere
del poeta amico.

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The word’s on the streets and it’s on the news

May 17, 2012 § 2 Comments

Pensiero del giorno: Già, perché dovevo riemergere dal mio silenzio per la Giornata mondiale contro l’omofobia. How cliché.

You are the girl that I’ve been dreaming of ever since I was a little girl.
[Black Kids, I’m not gonna teach your boyfriend]

Senza tema di smentita posso dire che la canzone sopracitata è la mia preferita tra quelle che parlano di omosessualità. Nonché una delle mie preferite in assoluto, peraltro. Senza parlare della musica e dell’assoluta felicità che comunica anche se nel testo non c’è gran che di gioioso (ma gioia e felicità sono due cose diverse, nevvero?), il motivo sta tutto in quel primo verso. Inizio canonico, dichiarazione d’amore; conclusione a sorpresa, fulmen in cauda, quello che volete. Sembra quasi di aver sentito male, e la circolarità della frase, oltre ad aggiungere un pizzico di eleganza in più, non aiuta. E invece c’è davvero, c’è una ragazza innamorata di un’altra ragazza (che peraltro è fidanzata, questo lo si sa dal titolo), lì nel primo verso. E poi? E poi basta. Niente “I kissed a girl and I liked it”. Ciò di cui si parla è altro, ed è quello che il titolo già annunciava: c’è un amore non corrisposto, c’è un fidanzato di mezzo, e non va bene. Poteva succedere tra una ragazza e due ragazzi? Sì. Succede tra due ragazze e un ragazzo? Sì. Nessuna delle due cose ha più peso dell’altra. Penso a Saffo, che non si è mai preoccupata di difendersi dall’accusa di essere lesbica, né di rimarcare nelle proprie poesie che amava una donna, ma quando c’era un participio da usare lo metteva al femminile così come doveva essere. Perché dovrei ribadire che sono lesbica? Perché dovrei negarlo?

Quando qualche personaggio famoso fa coming out sono sempre contenta. Anche se magari della sessualità di Tiziano Ferro non mi interessava più di tanto. In ogni caso, quando sono contenta di una notizia di solito mi alzo, vado da mia madre e gliela racconto. (La verità è che racconto a mia madre più o meno qualunque cosa mi interessi, diciamolo.) Ogni volta che la notizia riguarda un coming out, mia madre reagisce nello stesso modo: “E allora? Si poteva anche non dirlo.” Ora, mia madre non è omofoba. In generale, credo che la mia famiglia sia tra le meno omofobe che esistano (fino all’età di quindici anni non mi sono mai posta domande sulla mia sessualità, semplicemente perché nessuno mi aveva mai fatto notare che essere attratta dalle ragazze fosse una cosa che andasse dichiarata e discussa). Ma mia madre è anche disperatamente etero (e non posso dire che non mi dispiaccia almeno un pochino), e il coming out non è un concetto che le appartenga. Per lei, secondo la stessa politica che è stata applicata durante la mia infanzia e prima adolescenza, non c’è bisogno di dichiarare la sessualità di nessuno, perché l’identità della persona che si ha davanti non cambia. Quindi dichiarare la propria omosessualità è quasi un’esibizione, un po’ come insistere per dire alla stampa che ti piace il gelato al cioccolato e non alla vaniglia (riconoscete l’esempio?).

Ecco, io qui una cosa da dire ce l’ho. Essere gay non è affatto come preferire il cioccolato alla vaniglia, essenzialmente per due motivi: primo, nessuno ti insulterà mai per aver pubblicamente dichiarato la tua cioccolatofilia né boicotterà le gelaterie che servono gusti diversi dalla vaniglia; secondo, salvo casi improbabili non esistono al mondo persone che vivono il loro amore per il gelato al cioccolato come una colpa o una vergogna sociale. Quindi, che qualcuno ci racconti le sue preferenze gustative non ci interessa, che qualcuno faccia coming out sì.

Ma non si tratta soltanto di personaggi più o meno famosi. Un’altra cosa che mia madre non capisce è la mia incessante speranza che qualcuna delle persone adulte con cui ho a che fare si dichiari o si scopra omosessuale. No, la mia opinione della persona in questione non cambierebbe. Sì, mi farebbe piacere saperlo. Perché si tratterebbe di un modello positivo, reale, cui sono davvero vicina. In più potrebbe aiutare a dare una scossa a quel genere di omofobia “blanda”, meno manifesta, quella insomma che non si esprime con gli insulti ma con frasi come “non ho niente contro i gay, ma…”. Una delle caratteristiche di questa forma di omofobia è la “sindrome di NIMBY”. NIMBY sta per Not In My BackYard, ed è la sigla che viene usata per indicare l’atteggiamento di chi è favorevole, in linea teorica, a un’opera di interesse pubblico, ad esempio all’installazione di più impianti eolici per produrre energia elettrica, a patto che l’opera in questione non venga costruita nelle immediate vicinanze di casa sua, ad esempio perché le pale eoliche fanno rumore, e non vuole accollarsene gli svantaggi. Ecco, l’omofobia NIMBY è quella di chi dice “non ho niente contro i gay, ma mio figlio/il mio professore/la mia vicina di casa non lo è di sicuro, ti sembra che possa essere gay quello/quella lì?” Insomma, se sei gay si vede, e siccome nessuna delle persone che conosco (o quasi) sembra gay nessuna può esserlo. La persona che adotta questo atteggiamento rischia ovviamente di reagire male di fronte al coming out di un conoscente “insospettabile”, in quanto scoprire l’omosessualità di quest’ultimo la porta a riconsiderare tutto ciò che di lui sapeva, convincendosi di non conoscerlo abbastanza. Per carità, questo momento di diffidenza si può superare, con un buon esercizio di apertura mentale e soprattutto continuando la frequentazione: motivo per cui il coming out del vicino della porta accanto può aiutare quella del balcone di fronte a liberarsi di qualche pregiudizio.

Quindi, il coming out fa bene ed è salutare a te e agli altri? Certo, a patto che l’ambiente in cui vivi ti permetta di uscire allo scoperto senza essere insultato, emarginato, picchiato. Ci sono passi da gigante da fare rispetto all’omofobia in Italia (anche se una fetta sempre più larga della popolazione è favorevole alle unioni civili, pare), e non sono io la persona più qualificata a parlarne. Anche perché io personalmente non ho mai subito attacchi omofobi, per mia fortuna e grazie all’ambiente in cui vivo.

Di sicuro vi è che vivere in un ambiente in cui l’omofobia è ridotta al minimo, e in ogni caso sempre condannata dalle persone la cui opinione realmente mi interessa, fa bene. Meglio di quanto si possa pensare. Oggi riflettevo sul fatto che il mio orientamento sessuale è una delle poche parti di me con cui convivo bene e che non cambierei a nessun patto. Certo, ho avuto anch’io qualche crisi, soprattutto quando mi sono resa conto di non potermi definire propriamente lesbica (sì, è il caso di chiarire qualche cosa, perdonate l’autoreferenzialità) ma piuttosto asessuale (sono attratta dalle ragazze? Sì. Sono attratta dai ragazzi? No. Desidero andare a letto con una ragazza? No, ma l’idea non mi dispiace. L’ho fatto? Sì, e non mi è dispiaciuto. Desidero andare a letto con un ragazzo? No, e non lo sopporterei). Ma alla fine, adottata l’etichetta di queer (sia benedetta), il mio rapporto con la mia sessualità è pienamente sereno, e ne sono felice. Mi aiuta a vivere bene. Per una persona eterosessuale, non avere difficoltà ad accettare il proprio orientamento è scontato, di solito. Per un omosessuale no, ed è questo che dev’essere cambiato il prima possibile.

Quando la società intera vorrà riconoscere che non c’è alcuna differenza di valore tra un ragazzo che ama una ragazza, una ragazza che ama una ragazza o un ragazzo che ama un ragazzo, allora non ci sarà più bisogno di coming out e di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Finché non sarà così, ogni coming out è un passo avanti per l’educazione di chi ci circonda, per far capire a tutti che non è chi si ama o con chi si va a letto a caratterizzarci, ma come lo si fa.

E in fondo, come diceva ieri sera Luciana Littizzetto a Quello che (non) ho:

Basta chiedersi quando la società sarà matura per riconoscere i diritti dei gay. La risposta è: adesso, anzi, ieri.”

Translation project: altro Omero

April 2, 2012 § Leave a comment

Iliade XIX, 338 – 356

ὣς ἔφατο κλαίων, ἐπὶ δὲ στενάχοντο γέροντες,
μνησάμενοι τὰ ἕκαστος ἐνὶ μεγάροισιν ἔλειπον·
μυρομένους δ᾽ ἄρα τούς γε ἰδὼν ἐλέησε Κρονίων,
αἶψα δ᾽ Ἀθηναίην ἔπεα πτερόεντα προσηύδα·
‘τέκνον ἐμόν, δὴ πάμπαν ἀποίχεαι ἀνδρὸς ἑῆος.
ἦ νύ τοι οὐκέτι πάγχυ μετὰ φρεσὶ μέμβλετ᾽Ἀχιλλεύς;
κεῖνος ὅ γε προπάροιθε νεῶν ὀρθοκραιράων
ἧσται ὀδυρόμενος ἕταρον φίλον· οἳ δὲ δὴ ἄλλοι
οἴχονται μετὰ δεῖπνον, ὃ δ᾽ἄκμηνος καὶ ἄπαστος.
ἀλλ᾽ἴθι οἱ νέκτάρ τε καὶ ἀμβροσίην ἐρατεινὴν
στάξον ἐνὶ στήθεσσ᾽, ἵνα μή μιν λιμὸς ἵκηται.’
ὣς εἰπὼν ὄτρυνε πάρος μεμαυῖαν Ἀθήνην·
ἣ δ᾽ἅρπῃ ἐϊκυῖα τανυπτέρυγι λιγυφώνῳ
οὐρανοῦ ἐκκατεπᾶλτο δι᾽αἰθέρος. αὐτὰρ Ἀχαιοὶ
αὐτίκα θωρήσσοντο κατὰ στρατόν· ἣ δ᾽Ἀχιλῆϊ
νέκταρ ἐνὶ στήθεσσι καὶ ἀμβροσίην ἐρατεινὴν
στάξ᾽, ἵνα μή μιν λιμὸς ἀτερπὴς γούναθ᾽ἵκοιτο·
αὐτὴ δὲ πρὸς πατρὸς ἐρισθενέος πυκινὸν δῶ
ᾤχετο, τοὶ δ᾽ἀπάνευθε νεῶν ἐχέοντο θοάων.

Così diceva piangendo, e con lui sospiravano i vecchi,
ricordando ciò che ciascuno aveva lasciato nella casa;
vedendoli gemere s’impietosì dunque il Cronide,
e subito si rivolse ad Atena con alate parole:

Figlia mia, hai lasciato solo quell’uomo valoroso.
O dunque non ti torna più affatto nell’animo Achille?
Quello di fronte alle navi dalle alte poppe
se ne sta a piangere il caro compagno; mentre gli altri
se ne vanno dopo il pasto, e lui digiuno, senza toccar cibo.
Va’ dunque, versagli in petto nettare e amabile ambrosia
affinché la fame non lo colga.”
Dicendo così esortava Atena già pronta;
quella, simile alla procellaria sonora dalle ampie ali,
scese d’un balzo dal cielo attraverso l’etere. Intanto gli Achei
rapidamente si armavano per tutto l’accampamento; lei ad Achille
nettare e ambrosia amabile versò nel petto,
affinché la fame orrenda non lo cogliesse ai ginocchi;
poi tornò alla salda casa del padre possente,
mentre quelli si riversavano lontano dalle agili navi.

Traduzione del giorno: Omero

March 31, 2012 § 1 Comment

Iliade XVII (o, se preferite, Ρ), 424 – 442

ὣς οἳ μὲν μάρναντο, σιδήρειος δ᾽ὀρυμαγδὸς
χάλκεον οὐρανὸν ἷκε δι᾽αἰθέρος ἀτρυγέτοιο·
ἵπποι δ᾽Αἰακίδαο μάχης ἀπάνευθεν ἐόντες
κλαῖον, ἐπεὶ δὴ πρῶτα πυθέσθην ἡνιόχοιο
ἐν κονίῃσι πεσόντος ὑφ᾽Ἕκτορος ἀνδροφόνοιο.
ἦ μὰν Αὐτομέδων Διώρεος ἄλκιμος υἱὸς
πολλὰ μὲν ἂρ μάστιγι θοῇ ἐπεμαίετο θείνων,
πολλὰ δὲ μειλιχίοισι προσηύδα, πολλὰ δ᾽ἀρειῇ·
τὼ δ᾽οὔτ᾽ἂψ ἐπὶ νῆας ἐπὶ πλατὺν Ἑλλήσποντον
ἠθελέτην ἰέναι οὔτ᾽ἐς πόλεμον μετ᾽Ἀχαιούς,
ἀλλ᾽ὥς τε στήλη μένει ἔμπεδον, ἥ τ᾽ἐπὶ τύμβῳ
ἀνέρος ἑστήκῃ τεθνηότος ἠὲ γυναικός,
ὣς μένον ἀσφαλέως περικαλλέα δίφρον ἔχοντες
οὔδει ἐνισκίμψαντε καρήατα: δάκρυα δέ σφι
θερμὰ κατὰ βλεφάρων χαμάδις ῥέε μυρομένοισιν
ἡνιόχοιο πόθῳ: θαλερὴ δ᾽ἐμιαίνετο χαίτη
ζεύγλης ἐξεριποῦσα παρὰ ζυγὸν ἀμφοτέρωθεν.
μυρομένω δ᾽ἄρα τώ γε ἰδὼν ἐλέησε Κρονίων,
κινήσας δὲ κάρη προτὶ ὃν μυθήσατο θυμόν…

Così essi combattevano, e un ferreo fragore
saliva al bronzeo cielo attraverso l’etere infecondo;
ma i cavalli dell’Eacide, in disparte dalla battaglia,
piangevano, da quando avevano visto l’auriga
gettato nella polvere da Ettore uccisore di uomini.
Allora Automedonte, il forte figlio di Dioreo,
molte volte li toccava battendoli con la rapida frusta,
molte parlava loro con melliflue parole, molte con minacce;
ma quelli non volevano né tornare alle navi presso l’ampio Ellesponto
né avanzare in battaglia al fianco degli Achei,
ma come immobile resta la stele che presso la tomba
si erge di un uomo morto o di una donna,
così stavano saldi con la splendida biga
posato a terra il capo; lacrime calde
scorrevano a terra lungo le palpebre, mentre gemevano
per il rimpianto dell’auriga: s’insozzava la folta criniera
sfuggita al collare lungo il giogo da ambo le parti.
Vedendoli gemere si impietosì il Cronide
e scuotendo la testa disse dapprima nell’animo…

[non ditemelo, 19 versi sono veramente pochi, ma avevo poco tempo… spero che il risultato sia almeno vagamente dignitoso.]

La primavera mi prende allo stomaco (ovvero, un progetto)

March 28, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, All this and Heaven too.

Premessa: questo post è uno sfogo piuttosto personale. Non contiene, a quanto ne so, nessuna riflessione più ampia di qualche interesse. Cosa che probabilmente si può dire di svariati dei miei scritti, quindi fate un po’ come vi pare.

Ahimè, è arrivata la primavera. Non mi lamento dell’ora legale, anzi, sono molto felice che il sole sorga quando sono a metà strada per andare a scuola la mattina e tramonti dopo cena (o quasi). Finalmente i miei ritmi si adattano a quelli del mondo, o viceversa. Adoro l’inverno, ma l’idea che il sole tramonti quando io ho ancora di fronte almeno tre ore di studio mi infastidisce parecchio – senza contare che la luce elettrica è meno rassicurante di quella naturale, e le zone d’ombra nelle stanze mi inquietano. No, non ho paura del buio, prendo in considerazione l’idea che la parte di stanza che non vedo smetta di esistere, tutto qui. Per la serie, non so se si noti, ma le condizioni ambientali hanno una forte influenza sul mio umore.

Proprio questo è il punto. La primavera mi sfibra. Da una parte il mio corpo riceve, com’è giusto e naturale, segnali di ripresa e risveglio dal mondo circostante, e ne trae un forte desiderio di muoversi, scoprirsi, fare qualcosa, fosse anche solo correre in giro. Dall’altra, le mie riserve energetiche marcano visita all’improvviso. MIA. Premetto che sono un individuo discretamente in salute, considerato che non “mi ammalo” fondamentalmente mai (non ho avuto più di 38° di febbre negli ultimi sette od otto anni); in compenso, per costituzione fisica non sono molto propensa a immagazzinare scorte energetiche (traduci: sono per natura parecchio magra). Il fatto di seguire una dieta basata soprattutto su verdura, cereali diversi dal frumento e pesce sarà anche molto salutare ma non mi aiuta. Il risultato è che in giornate come quella di oggi, in cui la temperatura doveva essere intorno ai venticinque gradi (ma potrei sbagliarmi, le mie stime indicative sono in generale pietose, se si escludono i dosaggi degli ingredienti in cucina) e sono stata fuori casa (con l’accompagnamento di uno zaino di un certo peso) per più di dodici ore, mi riduco per dirla in breve a uno straccio. Me ne rendo conto quando una corsa leggera di venti metri scarsi per prendere un autobus mi provoca capogiri e tremori manco avessi appena finito i cento metri, o quando qualunque cibo io tenti di assumere mi provoca nausee quasi tali da farmi perdere l’appetito. Quasi, perché farmi perdere davvero l’appetito per più di mezza giornata è un’impresa. In caso non si fosse capito il mio unico problema di salute (noto) è la pressione bassa. Ciò significa che non appena inizia a far caldo e la natura si risveglia, per così dire, il mio corpo inizia a mandare segnali impazziti che oscillano da “andiamo a fare una corsa nei prati!” a “non voglio mai più muovermi dal letto per i prossimi vent’anni”, possibilmente in contemporanea e con accompagnamento di sbalzi di temperatura, inappetenza, in sostanza tutto il corredo di qualunque persona normale di costituzione un po’ fragile in primavera.

E allora? Ho intenzione di lamentarmi ancora a lungo del mio stato fisico? Ricordo che vi ho avvertiti in partenza, questo è un post di sfogo. Ma, sinceramente, del mio stato fisico interesserebbe poco anche a me, se questo non avesse fastidiose ripercussioni mentali. Il mio stato emotivo tende ad andare fuori controllo già da solo, soprattutto negli ultimi mesi, come chi mi conosce deve aver notato con facilità. Aggiungeteci un corpo che si mette a mandare segnali scombinati. Il mio cervello, di conseguenza, non trova nulla di meglio che preoccuparsi, convincersi che a questo punto anche il fisico prima o poi partirà per la tangente e che non c’è più nulla da fare se non allertare tutte le risorse disponibili. Non so quanto la mia descrizione sia comprensibile, ma non è affatto divertente. Dopo mesi di apatia invernale, in cui i miei momenti di sconforto si risolvevano in totale immobilità e scoraggiamento, ora quando sono a disagio la sensazione precisa che provo è che i miei pensieri si mettano a rimbalzare qua e là come palline da ping pong. Un sacco di palline da ping pong. Risultato, è ovvio, di nuovo totale apatia e scoraggiamento, perché non sono in grado di concentrarmi e le cose mi sfuggono e non va bene. Condire con una buona dose di ansia che è il mio stato mentale abituale, servire a temperatura ambiente (che è decisamente troppo alta, comunque).

Da qui in poi finisco di lamentarmi. Nel senso che in qualche modo sto cercando una soluzione. È necessario, considerato che nei momenti in cui mi sembra (la parola chiave è “sembra”) di perdere il controllo dei miei pensieri non sono più in grado di fare nulla di sensato e produttivo, e in questo periodo non posso né voglio perdere tempo utile. Fortunatamente, una soluzione mi si è prospettata, in un certo senso, da sé, nella forma di una simulazione di seconda prova svolta ieri mattina. Per chi non lo sapesse, frequento l’ultimo anno di classico, e la nostra seconda prova di maturità sarà una versione dal greco. Quindi, quattro ore (o tre, per chi come me consegna appena il regolamento lo concede) di traduzione concentrata, senza possibilità di distrazioni esterne, in silenzio e (virtuale) solitudine. Anche note come “il paradiso”. Dopo la prova di ieri, posso confermare per l’ennesima volta che quando traduco sto bene. Per quanto mi possa innervosire sui passi incomprensibili [inserire insulto a chiunque abbia scelto la traccia della simulazione di ieri], quando sto traducendo sono qui e ora. E penso soltanto a ciò che ho davanti, il resto è una sensazione nebulosa sullo sfondo. Niente fastidiose palline da ping pong. Dopo qualche ora, alzo gli occhi dal testo, esco dal mio universo parallelo e rientro nel mondo reale pacificata. Almeno finché qualcuno non mi chiede come ho tradotto il tale costrutto, per sentirsi sistematicamente rispondere che non ricordo. Ciò che avviene nel tempo parallelo della traduzione si dimentica presto (e in ogni caso io quella domanda la odio). Ma la serenità e l’equilibrio acquistati in genere durano abbastanza per i miei scopi attuali, ovvero di riuscire a lavorare bene per questi tre mesi che mancano alla maturità. Motivo per cui sto per prendere un impegno ufficiale.

*IMPEGNO UFFICIALE*

Da domani prometto che ogniqualvolta mi capiterà di trovarmi in un momento di sconforto o di eccitazione incontrollata, in cui penso che non riuscirò a fare nulla perché il mio equilibrio emotivo è troppo compromesso, anziché starmene sul letto a leggere sciocchezze mi metterò alla scrivania (da riordinare per l’occasione, NdA) e tradurrò un pezzo di qualcosa. Greco, latino, poesia, prosa, l’opera che mi ispira di più al momento. Per rendere la cosa più ufficiale e impegnativa, prometto che pubblicherò i risultati di queste “sedute terapeutiche” qui, tempo permettendo.

*FINE IMPEGNO UFFICIALE*

Perderò tempo? Questo è sicuro, se è vero che le ore di studio non bastano mai. Ma il punto è che il tempo lo perdo comunque, anche se me ne sto immobile sul letto a farmi venire ancora più ansia. Così almeno ho un’opportunità di raddrizzare le cose. Di riprendere il controllo. Ovviamente questo non significa che ogni volta che mi verrà voglia di rilassarmi un po’ mi metterò a tradurre Seneca (dobbiamo appropriarci del tempo!) – sono in grado, credo, di distinguere un po’ di stanchezza da uno stato emotivo alterato. Il mio obiettivo principale è divertirmi e fare qualcosa di buono. O qualcosa in generale. Il motto di questo blog non è casuale.

PS In caso qualcuno se lo chiedesse, il lato positivo dei pensieri-palline da ping pong è che mi viene una gran voglia di scrivere, il che spiega l’improvvisa sovrabbondanza di nuovi post.

Dieci motivi per cui voglio essere un filologo alessandrino

March 27, 2012 § Leave a comment

Esametro del giorno: Avia Pieridum perago loca nullius ante | trita solo… (d’accordo, è uno e mezzo, ma ci voleva)

Qui, nella Biblioteca di Beirut, subito a destra
entrando, noi abbiamo sepolto il saggio Lisia
grammatico. Il luogo è appropriato. Tanto
vicino ai testi, ai suoi commenti, ai passi
a quei trattati che annotava irti d’ellenismi
che ancora forse lui ricorda. Così da noi la sua tomba
sarà vista e onorata ogniqualvolta staremo tra i libri.
[K. Kavafis]

Come da titolo, ecco le mie ragioni in ordine assolutamente sparso. Aggiungo soltanto che il mio studio della letteratura ellenistica è stato molto produttivo (al di là degli abbondanti epigrammi che ho pubblicato negli ultimi mesi), piacevole e stimolante. Da grande farò il grammatico alessandrino. Il filologo no, giammai. In ogni caso, vorrei essere vissuta in epoca ellenistica

  1. per poter vivere ad Alessandria d’Egitto e non morire di caldo. Non so se l’abbiate mai notato, ma in effetti nessuno dei nostri autori si lamenta mai, anche se a mio parere doveva fare un caldo infernale, appiccicoso e puzzolente. Sarà che le suddette osservazioni suonano male inserite in un idillio bucolico, ma neppure tra i comici (e ci metto anche Aristofane) mi pare di aver mai letto osservazioni su quanto dovessero sudare i poveri alessandrini (o ateniesi che dir si voglia) durante una giornata di lavoro. Il massimo che si trova sono gli apprezzamenti di Teocrito e Anite per l’ombra nelle giornate di calura estiva (θερμὸν καύμα, che in effetti dà quell’idea di fornace, ma non fa pensare a tutti gli aspetti più pedestri della situazione). Forse avevano vestiti molto leggeri, o forse lo stress peggiora anche la percezione del caldo (questo, devo dire, l’ho sempre pensato).

  2. per vedere una buona volta tutte le erbe assurde che Teocrito cita negli Idilli. Insomma, cos’è il “fitto cipero”? E dove diamine trovi “una giuncaia fitta e chelidonia azzurra e capelvenere verde pallido e florido prezzemolo e gramigna che sale dappertutto”? Florido prezzemolo? Non so se mi venga più in mente un prato da fiaba o una zuppa. Aggiungerò un’osservazione non del tutto pertinente dal punto di vista cronologico: qualcuno sa descrivermi con precisione una tamerice? Tra l’altro, ammiro sinceramente i poveri lessicografi che devono spulciarsi assurdi trattati di botanica, in greco come in italiano, per capire di che accidenti di erba si tratti in ogni singolo caso. A meno che non si limitino a traslitterare una serie di nomi contando sul fatto che in ogni caso i lettori non sanno distinguere un garofano da una calla [un’aringa a chi riconosce la citazione].

  3. per il cibo. Diciamocelo. Se ne parla poco, si citano soprattutto i cibi più umili, e la cosa mi rincresce, ma la cucina greca doveva essere molto interessante. Soprattutto in un’età in cui tutte le culture del Mediterraneo orientale si contaminavano. Chissà che trionfo di spezie e di pesci. Dal nome altrettanto incomprensibile delle erbe, ora che ci penso. Un vero peccato che mancassero le melanzane, che pare siano arrivate con gli Arabi intorno al sedicesimo secolo. Come avessero fatto fino ad allora…

  4. arriviamo alle cose serie. Vorrei essere vissuta in età alessandrina per poter entrare nella Biblioteca. E possibilmente rubare almeno metà del contenuto. Be’, forse con qualche centinaio d’anni di piccoli furti avrei potuto farcela. Insomma, migliaia di opere di ogni genere, soprattutto le più astruse. Se qualcuno ha visto la scena di Agorà in cui nel corso di un salvataggio precipitoso viene intimato di “lasciar perdere le opere minori” saprà cosa intendo. Che poi, retrospettivamente, anch’io mi indigno. Le opere maggiori le potevano pure lasciare, tanto chissà quante copie ce n’erano in circolazione. Ma tutti i trattati sconosciuti di autori oscuri su argomenti inutili, chi li ha salvati? Nessuno. Risultato, le uniche copie sono andate perdute e adesso dobbiamo sopravvivere senza le fondamentali Cetrioliadi di Sebastiano Picrografo, che magari contenevano l’unica attestazione in tutta la letteratura greca di qualche termine che ora non conosceremo mai. Tutto perché chi ha governato la tradizione delle opere attraverso i secoli mancava di prospettiva storica.

  5. per farmi spiegare da Callimaco la questione dei Giambi e del suo abuso della persona loquens. Caro Callimaco, ci sono secoli di commentatori che si chiedono se nel Giambo IV la tua posizione sia espressa dall’alloro, dall’olivo o dal rovo. Sembrava tutto così chiaro che non ci avresti mai pensato? Complimenti. Ah, stavi scherzando e l’hai fatto apposta? Perché la cosa non mi stupisce?

  6. per poter sapere quale fosse l’aggettivo riferito ai Telchini nel secondo prologo degli Aitia. A me la congettura ἀκανθήϲ piace da impazzire, mi fa pensare al lusso dei capitelli corinzi e nel contempo al fatto che in effetti accarezzandoli la sensazione doveva essere spiacevole (no, non chiedetemi perché – e ci tengo a specificare che so cosa sia l’acanto e so che è spinoso, nonostante la mia ignoranza botanica di cui sopra). In generale, sarebbe tanto bello poter leggere un bel po’ di testi in uno stato non frammentario, anche se il fascino dell’indeterminato ha i suoi pregi. Nella Biblioteca di Alessandria di cui sopra, gli altri studiosi si chiederebbero perché io stia sempre a sfogliare (per modo di dire, provate voi a sfogliare un rotolo, ma srotolare non mi convinceva) le opere più peregrine con aria interessatissima. Avere a disposizione migliaia di parole perdute, mmm… Lasciatemi sbavare qualche secondo, torno subito.

  7. in generale, per fare due chiacchiere con alcune persone. Primo della lista rimane sempre Callimaco, ma ce n’è un po’ di altri. Del tipo Apollonio Rodio: è vero che vi odiavate così tanto, tu e il Cirenese, o è tutta una leggenda messa in giro dai posteri? E poi, provate a immaginare Callimaco e Apollonio insieme nel Museo. Chissà se si evitavano nei corridoi e avevano ciascuno la sua cricca (Teocrito di qua, Posidippo di là, prescindendo totalmente da qualunque limitazione realistica di tempo o spazio, è chiaro). “Giuro che se diventi direttore della Biblioteca non ti rivolgo più la parola!” Oppure in realtà avevano un sereno rapporto maestro-allievo rispettoso delle differenze. Io pagherei per trovarmici in mezzo nell’uno e nell’altro caso.

  8. per sentirli parlare. Seguire la trasformazione della lingua verso la pronuncia bizantina, capire come leggevano davvero la metrica, sentire se davvero le Siracusane parlano allargando tutte le vocali o se è solo una questione di resa grafica del dialetto. Farmi leggere gli epigrammi da un epigrammista, che mi avrebbe preso per imbecille, perché chiaramente la letteratura si legge in privato, non in pubblico. Ma tanto si leggeva a voce alta in ogni caso. Tra l’altro, mi immagino la confusione nella Biblioteca nell’ora di punta. Che chissà quando sarà stata. A mezzogiorno? La mattina?

  9. per poter usare il sigma lunato senza che nessuno lo trovi strano. È così utile. In più, in età alessandrina si iniziava per la prima volta a scrivere in maniera dignitosa. E poi potrei passare alla storia come l’inventore di spiriti e accenti!

  10. per prendere parte alle discussioni tra studiosi. Non riesco a capire come mai Callimaco potesse pensare che esortarli alla pace fosse una cosa fattibile o tantomeno interessante. Le dispute dovevano essere la cosa più appassionante della vita nel Museo. Infuriarsi sull’interpretazione di un passo, saper citare a memoria tutte le fonti a proprio sostegno, altrimenti si sarebbe stati scherniti da tutti gli altri dotti. Imparare che non è una buona cosa intromettersi nelle diatribe altrui, o tutti i contendenti si rivolteranno contro di te. A meno che la tua idea non sia migliore delle loro, al che la discussione diventerà più ampia e più interessante. E il giorno dopo ritrovarsi tutti insieme in un stanza della Biblioteca e guardarsi in cagnesco, soprattutto se il tuo rivale si è preso il volume che tu volevi usare proprio oggi.

  11. in generale, per poter fare filologia con leggerezza. In modo sicuramente meno accurato (non dimentichiamo che diranno lo stesso di noi tra duemila anni, se non fosse che tra duemila anni nessuno si preoccuperà di noi, mentre degli alessandrini sì), ma più vivo. La letteratura che veniva studiata era ormai morta, il suo clima pure. La sua lingua no. Gli eruditi alessandrini avevano contemporaneamente il vantaggio e l’handicap di una lingua viva, ancora in lento mutamento. E non avevano alle spalle tutti quei secoli di sudore colato sulle carte che consultavano.

[In caso qualcuno avesse notato il mio spudorato omaggio alle strutture poetiche arcaiche, vuol dire che è probabilmente più alessandrino/a di me. Decidete voi se sia un complimento o meno. In caso qualcuno invece volesse farmi notare che i motivi sono undici, credete che non lo sappia?]

“The saddest day I came across was when I learned that life goes on without me”

March 25, 2012 § Leave a comment

A. P. V 153

Νικαρέτηϲ τὸ πόθοιϲι βεβλημένον ἡδὺ πρόϲωπον
πυκνὰ δι’ὑψηλῶν φαινόμενον θυρίδων
αἱ χαροπαὶ Κλεοφῶντοϲ ἐπὶ προθύροιϲι μάραναν,
Κύπρι φίλη, γλυκεροῦ βλέμματοϲ ἀϲτεροπαί.

Il viso soave di Nicarete, segnato dal desiderio,
che si mostra sovente attraverso l’alta finestra
l’hanno consumato, Cipride mia, i lampi grigioazzurri
dello sguardo dolce di Cleofonte dall’atrio.

A. P. XII 46

Οὐκ εἴμ’οὐδ’ἐτέων δύο κεἴκοϲι καὶ κοπιῶ ζῶν.
Ὤρωτεϲ, τί κακὸν τοῦτο; τί με φλέγετε;
ἤν γὰρ ἐγώ τι πάθω, τί ποιήϲετε; δῆλον, Ἔρωτεϲ,
ὡϲ τὸ πάροϲ παίξεϲθ’ἄφρονεϲ ἀϲτραγάλοιϲ.

Non ho neppure ventidue anni e sono stanco di vivere.
O Amori, cos’è questo male? perché insistete a bruciarmi?
E se mi accadesse qualcosa, che farete? è chiaro, Amori,
giocherete spensierati con i dadi, come prima.

[in caso qualcuno non l’avesse notato, ho leggermente rivoluzionato il titolo.]