Omnia mea mecum.

October 21, 2012 § 4 Comments

Avvertenza: questo post è autoreferenziale. Continuo a vergognarmi un po’ ogni volta che ciò succede.

Sto immobile e cerco di ascoltare il mio corpo. La pelle, la rete di vasi sanguigni e linfatici che scorre appena al di sotto. Immagino il mio corpo come un guscio vuoto, trasparente, una struttura di vetro in cui corrono cavi sottili. Lentamente, cerco di concentrarmi sulla struttura, sui colori che pulsano all’interno, sulla fragilità della parete che mi separa dal resto del mondo, dimenticando ciò che si intravede al di sotto della pelle. Sapendo che se non lo ascolto, o piuttosto se lo ascolto senza dargli retta, ciò che sta all’interno non sfuggirà, non spezzerà la barriera riversandosi all’esterno. Il punto di equilibrio è sottile, so che se mi sforzerò troppo di tenermi lontana dal centro perderò il contatto con me stessa, e allora non avrò più aria, soffocherò.

In genere si dice che per trovare un centro di stabilità si debba cercare dentro di sé, conoscere se stessi e giungere a quel punto in cui tutte le proprie energie possono essere concentrate. Per me è l’esatto contrario. Il mio punto di stabilità è periferico, o meglio, è circonfuso, coincide con ciò che mi separa dall’esterno e, nel farlo, definisce la mia identità e ciò che di essa decido di volta in volta di mostrare agli altri. Talvolta mi chiedo se ciò faccia di me una persona molto sincera e molto spontanea o piuttosto una totale ipocrita che per di più è riuscita a convincersi delle proprie stesse bugie. Di recente sono stata spinta a pormi esattamente questa domanda.

La conclusione, probabilmente provvisoria (ho l’inveterata abitudine di trasformare qualunque risposta mi capiti di darmi nel punto di partenza di un’indagine di livello diverso, il cui risultato non è sempre coerente coi precedenti), cui sono giunta è che la mia identità non è affatto profonda, nascosta o inaccessibile alla coscienza. La mia identità è quella di cui io sono consapevole e che sento come mia. (Non quella che mi costruisco, è chiaro, o creerei un punto di partenza fasullo.)

Percepisco che un aspetto di me, o se si vuole una parte profonda (il punto è che questa parte non ha e non può avere autonomia, e questa consapevolezza mi è necessaria), tende a comportarsi in maniera differente da ciò che io riconosco come mio. Sarebbe più onesto dire che un aspetto di me tende a comportarsi come un’incontrollabile forza distruttiva. Talvolta è un’ondata appiccicosa e grigia come melassa che tende a schiacciarmi a terra e a impedirmi di muovermi, talvolta è la volontà di fare a pezzi qualcosa, qualsiasi cosa, in nome di un mio immaginario e subito misconosciuto benessere interiore. Più spesso è entrambe le cose contemporaneamente, e si trasforma in una palude di odio verso me stessa e verso gli altri nello stesso tempo, che mi impedisce di agire in alcun modo che io riconosca come ragionevole. In ogni caso, so bene che quando questo succede non posso dire di essere un’altra persona. Non posso scaricare la mia responsabilità su alcunché, perché la persona che agisce sono sempre io, in nome di una forza che mi appartiene e della quale so (cerco di ricordarmi di sapere) di essere responsabile. Il punto è proprio questo. Il punto è che questa forza non è autonoma, non ha possibilità di scegliere e di prendersi la responsabilità delle mie azioni. Questo significa che, paradossalmente, questo non può essere me. Non può essere neanche qualcun altro. Non può essere considerata come autonoma, perché non ha possibilità di scegliere come agire. La possibilità di scegliere l’ho soltanto io. Posso decidere di abbandonarmi a quello che sento salire dal profondo del mio corpo oppure posso decidere di respingerlo, di concentrarmi su quello strato superficiale che so essere reale, dotato di volontà e di capacità di interagire con gli altri.

È faticoso. Talora qualcosa di ciò che non voglio essere traspare, e in quel momento il mio esercizio dovrebbe stare nel riconoscermi, nel non rifiutare ciò che ho fatto o detto anche se so che non corrisponde a quello che sono. Ma ciò non toglie che le cose che potrebbe capitarmi di dire non sono vere, e soprattutto non sono affatto l’espressione di un’identità repressa avvolta in una struttura di menzogne. Non sopporto che qualcun altro possa pensare tutto questo, pensare di conoscere ciò che sono davvero meglio di me stessa. Non esiste una mia identità che prescinda da me, e dalla mia autocoscienza – se sembra esistere, non è altro che un errore di prospettiva. Sono la prima ad averlo fatto, questo errore, ma sono anche in grado, poco alla volta, di correggerlo.

Da tre settimane sto studiando in uno degli ambienti più incredibili che io abbia conosciuto. Da tre settimane posso anche dire di stare bene. Diverse persone mi hanno detto che si vede, e ne sono particolarmente orgogliosa. Questo non significa che tutto si sia cancellato, che io sia ora una persona tranquilla e serena. Non è neppure tra i miei obiettivi diventarlo, o quantomeno lo è con una priorità molto bassa. Significa che mi sto concentrando su ciò che di me riconosco anziché sull’ammasso di sensazioni negative che pure continua a esistere. È anche possibile che io sia riuscita a interrompere una volta per tutte (o meglio, attraverso il passo decisivo di una catena di piccoli passi che continua tutt’ora) uno dei canali più forti e più pericolosi attraverso cui la mia rabbia si rafforzava [grazie.]. E, soprattutto, mi sto concentrando su ciò che più mi interessa e che, nel contempo, mi calma al massimo grado. È meraviglioso pensare che le due cose coincidano, e che non solo io abbia la possibilità di applicarmi a ciò che desidero, ma che vi sia in qualche modo costretta. Al momento, è una delle difese più rassicuranti che riconosco di avere per il futuro. L’altra è il fatto che ciò che sono e faccio sembra piacere alle persone che mi circondano, senza che io sia costretta a costruirmi una facciata socialmente accettabile che, questa sì, riconoscerei come fittizia. Forse è presto per dirlo, ma credo di essere nel posto giusto.

La primavera mi prende allo stomaco (ovvero, un progetto)

March 28, 2012 § Leave a comment

Canzone del giorno: Florence and the Machine, All this and Heaven too.

Premessa: questo post è uno sfogo piuttosto personale. Non contiene, a quanto ne so, nessuna riflessione più ampia di qualche interesse. Cosa che probabilmente si può dire di svariati dei miei scritti, quindi fate un po’ come vi pare.

Ahimè, è arrivata la primavera. Non mi lamento dell’ora legale, anzi, sono molto felice che il sole sorga quando sono a metà strada per andare a scuola la mattina e tramonti dopo cena (o quasi). Finalmente i miei ritmi si adattano a quelli del mondo, o viceversa. Adoro l’inverno, ma l’idea che il sole tramonti quando io ho ancora di fronte almeno tre ore di studio mi infastidisce parecchio – senza contare che la luce elettrica è meno rassicurante di quella naturale, e le zone d’ombra nelle stanze mi inquietano. No, non ho paura del buio, prendo in considerazione l’idea che la parte di stanza che non vedo smetta di esistere, tutto qui. Per la serie, non so se si noti, ma le condizioni ambientali hanno una forte influenza sul mio umore.

Proprio questo è il punto. La primavera mi sfibra. Da una parte il mio corpo riceve, com’è giusto e naturale, segnali di ripresa e risveglio dal mondo circostante, e ne trae un forte desiderio di muoversi, scoprirsi, fare qualcosa, fosse anche solo correre in giro. Dall’altra, le mie riserve energetiche marcano visita all’improvviso. MIA. Premetto che sono un individuo discretamente in salute, considerato che non “mi ammalo” fondamentalmente mai (non ho avuto più di 38° di febbre negli ultimi sette od otto anni); in compenso, per costituzione fisica non sono molto propensa a immagazzinare scorte energetiche (traduci: sono per natura parecchio magra). Il fatto di seguire una dieta basata soprattutto su verdura, cereali diversi dal frumento e pesce sarà anche molto salutare ma non mi aiuta. Il risultato è che in giornate come quella di oggi, in cui la temperatura doveva essere intorno ai venticinque gradi (ma potrei sbagliarmi, le mie stime indicative sono in generale pietose, se si escludono i dosaggi degli ingredienti in cucina) e sono stata fuori casa (con l’accompagnamento di uno zaino di un certo peso) per più di dodici ore, mi riduco per dirla in breve a uno straccio. Me ne rendo conto quando una corsa leggera di venti metri scarsi per prendere un autobus mi provoca capogiri e tremori manco avessi appena finito i cento metri, o quando qualunque cibo io tenti di assumere mi provoca nausee quasi tali da farmi perdere l’appetito. Quasi, perché farmi perdere davvero l’appetito per più di mezza giornata è un’impresa. In caso non si fosse capito il mio unico problema di salute (noto) è la pressione bassa. Ciò significa che non appena inizia a far caldo e la natura si risveglia, per così dire, il mio corpo inizia a mandare segnali impazziti che oscillano da “andiamo a fare una corsa nei prati!” a “non voglio mai più muovermi dal letto per i prossimi vent’anni”, possibilmente in contemporanea e con accompagnamento di sbalzi di temperatura, inappetenza, in sostanza tutto il corredo di qualunque persona normale di costituzione un po’ fragile in primavera.

E allora? Ho intenzione di lamentarmi ancora a lungo del mio stato fisico? Ricordo che vi ho avvertiti in partenza, questo è un post di sfogo. Ma, sinceramente, del mio stato fisico interesserebbe poco anche a me, se questo non avesse fastidiose ripercussioni mentali. Il mio stato emotivo tende ad andare fuori controllo già da solo, soprattutto negli ultimi mesi, come chi mi conosce deve aver notato con facilità. Aggiungeteci un corpo che si mette a mandare segnali scombinati. Il mio cervello, di conseguenza, non trova nulla di meglio che preoccuparsi, convincersi che a questo punto anche il fisico prima o poi partirà per la tangente e che non c’è più nulla da fare se non allertare tutte le risorse disponibili. Non so quanto la mia descrizione sia comprensibile, ma non è affatto divertente. Dopo mesi di apatia invernale, in cui i miei momenti di sconforto si risolvevano in totale immobilità e scoraggiamento, ora quando sono a disagio la sensazione precisa che provo è che i miei pensieri si mettano a rimbalzare qua e là come palline da ping pong. Un sacco di palline da ping pong. Risultato, è ovvio, di nuovo totale apatia e scoraggiamento, perché non sono in grado di concentrarmi e le cose mi sfuggono e non va bene. Condire con una buona dose di ansia che è il mio stato mentale abituale, servire a temperatura ambiente (che è decisamente troppo alta, comunque).

Da qui in poi finisco di lamentarmi. Nel senso che in qualche modo sto cercando una soluzione. È necessario, considerato che nei momenti in cui mi sembra (la parola chiave è “sembra”) di perdere il controllo dei miei pensieri non sono più in grado di fare nulla di sensato e produttivo, e in questo periodo non posso né voglio perdere tempo utile. Fortunatamente, una soluzione mi si è prospettata, in un certo senso, da sé, nella forma di una simulazione di seconda prova svolta ieri mattina. Per chi non lo sapesse, frequento l’ultimo anno di classico, e la nostra seconda prova di maturità sarà una versione dal greco. Quindi, quattro ore (o tre, per chi come me consegna appena il regolamento lo concede) di traduzione concentrata, senza possibilità di distrazioni esterne, in silenzio e (virtuale) solitudine. Anche note come “il paradiso”. Dopo la prova di ieri, posso confermare per l’ennesima volta che quando traduco sto bene. Per quanto mi possa innervosire sui passi incomprensibili [inserire insulto a chiunque abbia scelto la traccia della simulazione di ieri], quando sto traducendo sono qui e ora. E penso soltanto a ciò che ho davanti, il resto è una sensazione nebulosa sullo sfondo. Niente fastidiose palline da ping pong. Dopo qualche ora, alzo gli occhi dal testo, esco dal mio universo parallelo e rientro nel mondo reale pacificata. Almeno finché qualcuno non mi chiede come ho tradotto il tale costrutto, per sentirsi sistematicamente rispondere che non ricordo. Ciò che avviene nel tempo parallelo della traduzione si dimentica presto (e in ogni caso io quella domanda la odio). Ma la serenità e l’equilibrio acquistati in genere durano abbastanza per i miei scopi attuali, ovvero di riuscire a lavorare bene per questi tre mesi che mancano alla maturità. Motivo per cui sto per prendere un impegno ufficiale.

*IMPEGNO UFFICIALE*

Da domani prometto che ogniqualvolta mi capiterà di trovarmi in un momento di sconforto o di eccitazione incontrollata, in cui penso che non riuscirò a fare nulla perché il mio equilibrio emotivo è troppo compromesso, anziché starmene sul letto a leggere sciocchezze mi metterò alla scrivania (da riordinare per l’occasione, NdA) e tradurrò un pezzo di qualcosa. Greco, latino, poesia, prosa, l’opera che mi ispira di più al momento. Per rendere la cosa più ufficiale e impegnativa, prometto che pubblicherò i risultati di queste “sedute terapeutiche” qui, tempo permettendo.

*FINE IMPEGNO UFFICIALE*

Perderò tempo? Questo è sicuro, se è vero che le ore di studio non bastano mai. Ma il punto è che il tempo lo perdo comunque, anche se me ne sto immobile sul letto a farmi venire ancora più ansia. Così almeno ho un’opportunità di raddrizzare le cose. Di riprendere il controllo. Ovviamente questo non significa che ogni volta che mi verrà voglia di rilassarmi un po’ mi metterò a tradurre Seneca (dobbiamo appropriarci del tempo!) – sono in grado, credo, di distinguere un po’ di stanchezza da uno stato emotivo alterato. Il mio obiettivo principale è divertirmi e fare qualcosa di buono. O qualcosa in generale. Il motto di questo blog non è casuale.

PS In caso qualcuno se lo chiedesse, il lato positivo dei pensieri-palline da ping pong è che mi viene una gran voglia di scrivere, il che spiega l’improvvisa sovrabbondanza di nuovi post.

RPM: Farcela

March 22, 2012 § Leave a comment

Pensiero del giorno: sono talmente stanca che non riesco neppure a pensare un pensiero del giorno. Guarda, una figura etimologica!

La scena che segue sarà più facilmente comprensibile sapendo che il mio professore di educazione fisica è un tipo un po’ particolare. Verbalmente violento, diciamo, e con tendenze sovversive dell’ordine costituito mai ben represse ma altrettanto mai sfogate come si deve. “Va tutto storto e bisognerebbe fare la rivoluzione, io l’ho sempre detto ma nessuno mi dà retta e mi emarginano”, insomma. Vale anche la pena di specificare anche che una delle conseguenze di tutto ciò è il fatto che la mia classe non faccia mai educazione fisica, bensì venga lasciata libera di farsi gli affari propri (compreso studiare altre materie) per due ore alla settimana. Motivo per cui oggi un buon numero di noi era in classe proprio a studiare, alla luce della montagna di prove che ci aspettano o che abbiamo affrontato in questi giorni. Ed ecco che rientra (da una pausa sigaretta) il suddetto professore e ci vede con la testa sui libri e l’aria tesa.

Siete tutti ridicoli, soprattutto lei, che non sa fare altro e non ce la farà.”

Lei, ovviamente, sono io (nell’originale c’era il mio cognome, non sono paranoica). Io che, a quel punto, mi sono chiesta seriamente se non stessi sognando. Uno dei miei classici incubi in cui devo andare a comprare i sacchetti della Conad al mio professore di greco e poi vengo sgridata perché sono uscita da scuola senza permesso. Cose molto razionali di questo tipo. Quelli da cui mi sveglio piangendo perché hanno riportato alla luce qualcosa che avevo rimosso. Insomma, di solito sono i personaggi animati dal mio subconscio che danno esatta forma verbale alle mie paure inespresse, non le persone che incontro tutti i giorni. Non è comune che qualcuno sappia leggermi nel pensiero così bene.

Ora, il mio professore di educazione fisica non ha certamente capacità telepatiche (ho ancora dei dubbi su quella di matematica, invece, ma questo non c’entra), ma nonostante ciò è riuscito a esprimere nel modo più lapidario possibile la paura che mi accompagna dall’inizio di quest’anno. Non ce la farò. Non riuscirò a preparare bene la maturità, non sarò all’altezza, sacrificherò tutto per avere un voto più alto in qualche interrogazione, non sarò ammessa all’università, perché sono solo una piccola secchiona senza spirito critico, perché sono mediocre nell’unica cosa che so fare. Ecco, diciamocelo, questo è evidente. Studiare (imparare?) è l’unica cosa che so fare bene. E, per una curiosa e fortunata coincidenza, è una delle poche cose (non oso dire l’unica perché farei forse torto a qualcosa che non mi viene in mente) che mi piace fare. Per questo ho il terrore di non riuscire, di scoprire che no, non so fare neanche questo, in realtà, sono solo stata giudicata in modo troppo clemente per tutta la mia carriera scolastica. Non sono mai stata “un’eccellenza”, sono soltanto circondata da persone scolasticamente poco brillanti, quindi sembro molto più brava – e non me ne sono mai accorta, naturalmente…

D’accordo, eviterò di esporre tutte le mie insicurezze adolescenziali. Sappiate solo che il dubbio di non essere all’altezza, di non potercela fare, e che in ogni caso anche se ce la facessi sarei comunque una persona mediocre perché l’unica cosa che so fare è imparare quello che mi viene insegnato, è un pensiero che mi tormenta. Davvero tanto. E allora, mi si dirà. Allora, sentirmelo dire da un’altra persona, per quanto non particolarmente degna di fiducia com’è il mio professore di educazione fisica, mi ha terrorizzata. Ho pensato, è vero, ha perfettamente ragione. Non ce la farai, sei una delusione umana. E dai, se n’è accorto anche lui!

Esattamente a questo punto qualcosa è scattato. Penso sia dovuto l’allusione alle mie limitate capacità.

Cosa posso farci se è quello che mi piace fare?”
Devi imparare il fancazzismo.” O qualcosa del genere. “Fancazzismo” c’era di sicuro.
Non è esattamente il mio ideale di vita.”

Ovvero: io almeno ci ho provato. Forse non ce la farò, ma non è l’arrivo che conta, è il percorso. Rimuovo momentaneamente il fatto che proprio il percorso mi sta probabilmente distruggendo. In ogni caso, non è possibile che tutto sia da buttare. Io qualcosa ho fatto, qualcosa ho imparato. Ci ho provato e ci sto provando. È inutile dire che così non otterrò nulla, se intanto non trovo altro che potrei fare che possa avere lo stesso senso. Io il fancazzismo proprio non lo voglio. Potrò anche stare cadendo a pezzi, ma lo sto facendo per qualcosa. Pur distorto che sia, questo è l’unico obiettivo che conosco. (Non proprio l’unico, ma sarebbe un discorso complesso che non è chiaro del tutto neppure a me.) Questo non mi rende una persona migliore di altre, ma non ambisco a questo. Non mi rende neanche una persona peggiore.

Ho dei dubbi sulla possibile chiarezza di questa mia riflessione. Anche perché la sto scrivendo di getto prima di barcollare a farmi una doccia per poi andare a dormire. Mi si dirà che è ancora presto, ma sono stanca. E ogni tanto ho anch’io dei barlumi di istinto di conservazione. Niente fancazzismo, ma anche se per stasera non ripasserò greco credo che nessuno si sentirà offeso. Ho ancora tempo, e nessuno mi chiede la perfezione. Per di più, se mi si chiudono gli occhi sulle pagine non è che possa pretendere di ricordare gran che.

Per compensare il post breve (più di mille parole? Non l’avrei mai detto…) e per quietare un po’ i miei sensi di colpa sul greco, concludo con una traduzione che in realtà ho fatto prima di partire per la gita. Ne ero anche parecchio soddisfatta; ora, come sempre, lo sono un po’ meno. Il confronto è molto alto. Mi sembrava comunque doveroso.

θυμέ, θύμ᾽, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,
ἄνα δέ, δυσμενέων δ᾽ ἀλέξεο προσβαλὼν ἐναντίον
στέρνον, ἐν δοκοῖσιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθείς
ἀσφαλέως· καὶ μήτε νικῶν ἀμφαδὴν ἀγάλλεο
μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκωι καταπεσὼν ὀδύρεο.
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην· γίνωσκε δ᾽οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.

Animo, animo, scosso da affanni senza rimedio,
alzati, respingi gli avversari opponendo di fronte
il petto, agli assalti dei nemici resistendo da presso
saldamente; e né vincendo vantati ai quattro venti
né vinto lamentati abbattuto in casa,
ma gioisci delle gioie e indignati dei mali
senza eccesso: impara a conoscere quale ritmo regge gli uomini.

Ash Wednesday

March 21, 2012 § Leave a comment

Sarebbe il caso di chiedersi perché io traduca dall’inglese una poesia che quasi tutti sono in grado di capire così com’è e che non avrei l’esperienza per tradurre. Per tradirla, per appropriarmene, e anche perché forse qualcuno si sta chiedendo perché non ho scritto nulla in tutto questo tempo.

T. S. ELIOT
ASH WEDNESDAY

Because I do not hope to turn again
Because I do not hope
Because I do not hope to turn
Desiring this man’s gift and that man’s scope

I no longer strive to strive towards such things
(Why should the aged eagle stretch its wings?)
Why should I mourn
The vanished power of the usual reign?

Because I do not hope to know again
The infirm glory of the positive hour
Because I do not think
Because I know I shall not know
The one veritable transitory power
Because I cannot drink
There, where trees flower, and springs flow, for there is nothing again

Because I know that time is always time
And place is always and only place
And what is actual is actual only for one time
And only for one place
I rejoice that things are as they are and
I renounce the blessed face
And renounce the voice
Because I cannot hope to turn again
Consequently I rejoice, having to construct something
Upon which to rejoice

And pray to God to have mercy upon us
And pray that I may forget
These matters that with myself I too much discuss
Too much explain
Because I do not hope to turn again
Let these words answer
For what is done, not to be done again

May the judgement not be too heavy upon us

Because these wings are no longer wings to fly
But merely vans to beat the air
The air which is now thoroughly small and dry
Smaller and dryer than the will
Teach us to care and not to care
Teach us to sit still.

Pray for us sinners now and at the hour of our death
Pray for us now and at the hour of our death.

*

Perché non spero di voltarmi ancora
Perché non spero
Perché non spero di voltarmi
Desiderando il dono di questo e lo scopo di quello

Non mi sforzo più di sforzarmi a queste cose
(Perché la vecchia aquila dovrebbe aprire le ali?)
Perché dovrei piangere
La potenza svanita dell’usato regno?

Perché non spero di sapere ancora
La gloria instabile dell’ora certa
Perché non penso
Perché so che non saprò
L’unico vero potere transitorio
Perché non posso bere
Là, dove gli alberi fioriscono, e le primavere trascorrono, perché di nuovo è il nulla

Perché so che il tempo è sempre il tempo
E il luogo è sempre solo il luogo
E ciò che è reale è reale per un solo tempo
E per un solo luogo
Mi rallegro perché le cose sono quel che sono e
Abdico al volto benedetto
E abdico alla voce
Perché non posso sperare di voltarmi ancora
Dunque mi rallegro, dovendo inventare qualcosa
Di cui rallegrarmi

E prego Dio di avere pietà di noi
E prego di poter dimenticare
Queste questioni che troppo a lungo discuto con me stesso
Troppo a lungo spiego
Perché non spero di voltarmi ancora
Che queste parole rispondano
Di ciò che è stato fatto, che non dev’essere più fatto

Possa il giudizio non essere troppo duro su di noi

Perché queste ali non sono più ali per volare
Ma soltanto penne per battere l’aria
L’aria che ora è così stretta e asciutta
Più stretta e più asciutta della volontà
Insegnaci ciò che importa e ciò che non importa
Insegnaci a stare seduti composti.

Prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte
Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte.

Where Am I?

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