Qualcosa sulle cose.

July 4, 2013 § 1 Comment

Scrivo, cancello e ricancello. (Da qualche parte prima dell’ultimo passaggio devo avere anche riscritto.) È abbastanza evidente che la mia ispirazione scrittoria (peraltro di rado esistente) sia un po’ arenata, negli ultimi mesi, al di là del poco tempo e di qualunque altra scusa io possa inventare. Oggi, però, il fatto che io cancelli e riscriva è particolarmente ironico, perché volevo scrivere un post su come non sono in grado di gettar via cose, e soprattutto parole, anche noto come “il motivo per cui non uso più Anobii e anche Goodreads è stato un fallimento e tutto ciò che in realtà non volevate sapere”. Il fatto è che ho appena cambiato computer (in realtà un vecchio portatile di mio padre opportunamente riadattato, dal peso ingestibile, i tasti rumorosissimi e la webcam montata al contrario con conseguenti, meravigliose immagini capovolte), e questo significa fare backup e trasferire file. Per fortuna il mio bagaglio elettronico è decisamente leggero (musica a parte, i documenti occupano davvero poco spazio, tant’è che finora me la sono cavata perfettamente con un netbook); ma ci sono altri motivi per cui un backup per me è un’operazione tutt’altro che rassicurante.

Il fatto è che avere la certezza che qualunque cosa succeda (o quasi) i tuoi file, anche quelli meno importanti, quelli che non hai religiosamente conservato su chiavetta o come allegati a mail mandate al tuo stesso indirizzo per timore che si cancellassero mentre stavi lavorando (eh sì), i tuoi file, dicevo, saranno salvi dovrebbe essere il migliore antidoto all’angoscia di una persona che ha il terrore di perdere le cose. In realtà, sugli oggetti sono arrivata a un compromesso: li perderò, è inevitabile, soprattutto se sono piccoli, inutili e ci sono affezionata. Anche se quando ho perso un certo frammento di quarzo perfettamente trasparente quest’inverno ci sono rimasta particolarmente male. Il fatto è che o mi rassegno a tenere le cose chiuse in una scatola, come facevo da bambina con i piccoli tesori che tutti, o almeno spero, abbiamo raccolto fino a una certa età, oppure accetto il fatto che un giorno quella pedina blu che mi è stata regalata mesi fa potrà scivolare fuori dalla mia tasca e perdersi irrimediabilmente per strada. Lo so, non c’è nulla di razionale nel conservare pezzi di plastica blu (ma sono blu!), né alcunché di preoccupante nel perderli. Non sono oggetti di valore. Ma sono cose, e perdere cose è perdere pezzi di spazio intorno a me, di qualcosa che dovrebbe restare completo e in ordine per il mio benessere personale.

Tutto questo atteggiamento già di per sé discutibile diventa davvero problematico nel momento in cui io devo relazionarmi con i testi, si tratti di documenti, handout di conferenze e seminari, libri di scuola o file su un computer. Ricordo ancora il misto di angoscia e di trionfo che provai nello smembrare – letteralmente – i libri delle medie e mandarli al macero dopo l’esame. Il punto era che o si dovevano conservare o andavano distrutti, senza mezzi termini. Ora, almeno con i libri, ho più o meno accettato il compromesso di venderli. Ma a scuola finita, e non tutti, solo quelli che, ne sono certa al di sopra di ogni dubbio, non mi serviranno più. (Avvertenza per chi si trovasse nella mia situazione: all’università questo sistema si rivela un colossale fallimento.) Con i documenti stampati ho qualche difficoltà maggiore, ma occupano spazio, e la scelta è tra arrendersi al disordine (e alla triste realtà che accumulare fogli, in assenza di un perfetto sistema di catalogazione, che è poi un altro problema, significa solo non saperli ritrovare al momento del bisogno) ed eliminarne periodicamente almeno una parte. Con le mail è un disastro. Solo il cestino del mio programma di posta elettronica ha richiesto circa un minuto di backup (ah, davvero dovrei svuotarlo io ogni tanto? Non lo fa in automatico? Ok, non ho speranze). Con i file di testo, be’, allora non c’è speranza.

Il problema è che le parole significano. E questa è la speranza elementare di ogni filosofo del linguaggio, credo. Le parole significano cose, persone, elementi di ricordi che io, da sola, fatico a mantenere. (Già, perché ho una memoria spaventosamente selettiva, ma per questo avevo anche pensato a un altro post, se mai supererò l’idea che tutto questo sia tremendamente tedioso per chi non è me.) E non sono solo i file così come vengono salvati, le versioni definitive, a dover essere conservate per questo, altrimenti il problema sarebbe relativo. Il fatto è che fosse per me salverei ogni versione intermedia di ciò cui sto lavorando, non per timore di perdere qualcosa, ma perché anche lo sviluppo di uno scritto ha un significato. E poi vorrei ricevere le versioni intermedie di qualunque file mi venga mandato, per poter entrare in qualche modo dentro chi lo stava scrivendo (ma qui scadiamo nel patologico). Vorrei poter vedere tutto, riesaminare ogni stadio della mia coscienza e di quella altrui, così come si fissa su carta. Mio fratello mi ha proposto di fare un backup che conservasse le vecchie versioni dei file, di salvataggio in salvataggio. Io ne ho il terrore. Perché se potessi cominciare a farlo non saprei dove fermarmi, farei backup ogni giorno, terabyte su terabyte di pura inutilità. Perché tutto questo è inutile, sono la prima a saperlo.

E poi, c’è il problema della divisione all’infinito. Quando si può parlare di “nuova versione” di un documento? Non finirei a salvare a ogni nuovo paragrafo, ogni dieci parole? Oppure ogni volta che cancello qualcosa, per evitare che ciò che è stato cancellato si perda mai? Ringraziamo il cielo che io non lavori su carta. Ringraziamo il cielo che non ho una macchina da scrivere.

E poi ci sarebbe il problema di come rileggere tutta questa mole di parole. Già mi affatica il pensiero di conservare tutto ciò che altri mi hanno mandato, sapendo che non ho la forza di rileggerlo, e anche se l’avessi non avrei la forza di tenerlo a mente. (È meglio che tenga tu i miei quaderni.) Il fatto è che le cose si perdono, comunque decidiamo di attaccarci a loro. E selezionare, per chi vede il mondo come me, è uno sforzo improbo. Per questo, appunto, ho ad esempio smesso di usare Anobii. Perché non posso accettare di avere una lista incompleta dei libri che ho letto, perché dovrei iniziare soltanto da oggi senza tentare di ricostruire le mie letture, ma questo significherebbe lasciar fuori dalla lista i Karamazov, Guerra e Pace, i Miserabili, il Conte di Montecristo, i racconti di Dahl, il Silmarillion, tutto ciò che in qualche modo ha o deve avere un significato, senza cui la mia identità libraria non ha alcun senso. Non potendo sopportare una lista incompleta, non si fa nessuna lista. Oppure un giorno mi deciderò a catalogare tutta la mia biblioteca (e le date di lettura? Come faccio a ricostruire le date di lettura? Ho una pessima memoria!), sapendo che continuerà a mancare tutto ciò che ho preso in prestito. È molto più della “vertigine della lista” di echiana memoria, o dell’horror vacui. O meglio, è un horror vacui che non ha niente a che fare col desiderio di riempire, perché riempire è fonte di altrettanta angoscia catalogatoria, ma proprio con l’ossessione di non restare vuoti. Quando forse restare vuoti sarebbe una liberazione, come fare a pezzi i miei libri delle medie, ma non credo che l’angoscia sarebbe sopportabile. Né, d’altro canto, che il vuoto, di cose di parole di affetti, sia ammissibile, in sé.

because the thing about things
is that they can start meaning things nobody actually said
and if you’re not allowed to love people alive
then you learn how to love people dead

Amanda Palmer

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Il peso del corpo e lo sforzo dell’ale, ovvero qualcosa sul (mio) esame di maturità

June 24, 2013 § Leave a comment

Nota: questo post potrebbe avere un tono piuttosto amaro. Accidents happen.

Siamo in periodo di maturità, ed è curioso guardare tutto dall’esterno per la prima volta. Da matricola universitaria, ora posso davvero leggere gli stati su facebook [è un’espressione che non amo usare per iscritto, ma che temo dovrò ripetere ancora qualche volta], i messaggi e le preoccupazioni di chi la maturità la sta facendo (avete tutta la mia solidarietà, sia chiaro) e pensare che non solo tutto questo non mi riguarda, questa volta, ma non mi riguarderà mai più. (Il che poi non è vero, perché ancora l’anno prossimo persone a me care dovranno finire il liceo, quindi indirettamente sono ancora coinvolta.) Nel frattempo, ho anche la possibilità di leggere gli stati su facebook di chi la maturità l’ha già fatta, e desidera in qualche modo offrire la sua esperienza ai novelli maturandi. Il tutto dopo l’ondata di post (che personalmente ho trovato abbastanza fastidiosi, ma per fortuna il computer offre la possibilità di non soffermarsi su ciò che infastidisce) di studenti universitari che si lamentavano perché i liceali erano già in vacanza e loro invece avevano esami fino a luglio. Ora, invece, il commento più frequente che mi è capitato di osservare è stato sul tono di “giovani ingenui, godetevi la maturità che è una bella esperienza, e ricordatevi che a settembre la rimpiangerete perché i ritmi universitari sono molto peggiori” [questa è una rielaborazione personale, nda]. Il che mi porta a ripensare alla mia, di maturità, e ai miei ritmi universitari, e al fatto che forse è il momento di fare un breve bilancio.

Inizio col dire che non rimpiango il liceo, così come non ho rimpianto le medie o le elementari. Questo ha in parte a che fare con la mia apparente incapacità di integrarmi davvero bene in qualsiasi ambiente, ma soprattutto col fatto che il mio ultimo anno di liceo è stato abbastanza insopportabile. Al di là di una serie di difficoltà di natura personale, come il ritrovarmi senza una delle persone con cui avevo legami più stretti, ciò che ricordo meglio della mia terza liceo (classico e senza riforma degli anni di corso, evidentemente) è “il peso del corpo e lo sforzo dell’ale”. Ovvero la sensazione di volermene andare, di non poterne più di una scuola che mi costringeva a fare ciò che non volevo, o meglio, che avrei anche voluto (perché in realtà non ho mai trovato una materia che davvero non m’interessasse) se soltanto mi fosse stato permesso di fare le cose con un po’ più di calma. E invece l’ultimo anno di liceo è quasi inevitabilmente una corsa contro il tempo, anche per gli insegnanti, che si ritrovano a dover finire programmi di dimensioni improbabili e a dover valutare tutto nel modo più comprensivo possibile in modo da arrivare a definire chiaramente le ammissioni alle prove finali. Durante il mio ultimo anno di liceo sono arrivata a fare quel che avevo temuto per i quattro anni precedenti, perdendo il controllo e gridando contro una mia insegnante di fronte a tutti (insegnante con cui peraltro rimango tutt’ora in ottimi rapporti, e questo dà solo a intendere quanto si tratti di una persona notevole).

Ma non è dell’ultimo anno di liceo che avevo intenzione di parlare, anche perché ho anche ottimi ricordi che, in quanto tali, spesso preferisco coltivare in silenzio. Il punto è questo: mai e poi mai rifarei la maturità, anche se ciò dovesse significare poter arrivare alla laurea senza dare più un esame. Perché, anche se naturalmente questa rimane un’esperienza personale, della mia maturità ricordo soprattutto la rabbia per dover studiare di nuovo tutto ciò che non volevo, per di più in tempi strettissimi, per dare un esame che altro non era che una formalità, mentre avrei voluto (e dovuto) fare altro. Ricordo il pensiero martellante, lasciatemi andare, cosa volete ancora da me. Io la notte prima degli esami l’ho passata nel letto dei miei genitori, a iperventilare per il terrore di avere un attacco di panico durante la prima prova scritta. [Lo so, è profondamente illogico, non ditemelo.] Ma non è neppure questo il motivo per cui preferisco mille volte l’università col suo carico di lavoro incessante all’esperienza della maturità. Il fatto è che ora, finalmente, posso studiare ciò che desidero. Anzi, a voler dire ciò che davvero è importante, ora finalmente ho la sensazione veritiera di stare studiando per me stessa, non per soddisfare le esigenze di un meccanismo che non condivido. E non farei il cambio con un impegno minore (che poi minore non è: ricordate quanto si studiava e con quanta fretta al liceo?) a nessun costo.

Mi si dirà che, oggi come allora, avrei potuto sottrarmi alle esigenze di quel meccanismo. Avrei potuto studiare per bene solo ciò che mi interessava, o ciò che sapevo mi sarebbe stato utile nel mio percorso futuro, e lasciare da parte ciò che invece mi sottraeva tempo. Probabilmente me la sarei cavata, e forse avrei dovuto farlo (talvolta me lo rimprovero). Ma – e questa è anche una delle conclusioni di una conversazione che ho avuto qualche tempo fa – il sistema della valutazione scolastica così com’è ha anche lo svantaggio di offrire una (apparentemente) facile via d’uscita per chi, come me, soffra di bassa autostima e buone capacità intellettuali. Anche su questo, magari, è meglio non soffermarsi, per il bene della mia dignità.

Intanto, conservo anche qualche piccolo, prezioso ricordo della mia maturità (incentrato soprattutto su due persone, quelle che sono uscite con le lacrime agli occhi dopo il mio orale, per motivi forse non troppo diversi). Ne conservo alcuni agghiaccianti e personali, che mi accorgo in questo momento di non aver superato e che non hanno posto nella discussione della maturità di nessun altro. Ricordo il modo in cui le due insegnanti che più avrebbero avuto motivo di rancore nei confronti della mia classe ci mostrarono supporto senza quartiere nell’opporsi a una presidente di commissione di dubbia correttezza. Ricordo l’odio e il senso d’ingiustizia che può nascere dalla scoperta di una scorrettezza infantile come può essere l’aggiungere in programma argomenti non svolti in modo da coprire la propria incapacità (non ho parole più miti), di nascosto, nonostante le discussioni e nonostante i patti. Ricordo con gratitudine la disponibilità di un professore che risponde alla telefonata di una ragazza in preda al panico nel pomeriggio della prima prova. La ricordo come un’esperienza umana, che è stato come sempre (o quasi) importante compiere ma che non rifarei, mai.

Ricordo, e qui spero che i miei compagni di classe che eventualmente leggano ora, a distanza di un anno o quasi, non me ne vogliano troppo, come l’importanza data alla valutazione, il desiderio di avere quei pochi (o molti) punti in più abbia portato la mia classe a dividersi e ad accusare un insegnante cui si poteva rimproverare solo di essere stato rigido e onesto. E per questo mi preoccupa il fatto che il voto di maturità, quest’anno, avrà valore anche per l’ammissione all’università, anche se ormai la cosa non mi riguarda. Mi preoccupa non tanto perché non si può mai garantire che il sistema di valutazione funzioni bene (in fondo, so che questa non è una visione utile, ma mi terrorizzerebbe molto di più un sistema che fosse in grado di valutare in modo oggettivo il valore di ogni singola prova all’interno di un percorso scolastico, al netto dei fattori emotivi e di fortuna – mi terrorizzerebbe la possibilità di ricevere una valutazione senza appello, che mi dica “tu hai fatto davvero una cosa che vale tanto e non di più” – ma qui torniamo alla bassa autostima), non tanto per questo, ma perché in questo modo non si fa altro che dare ancora e ancora importanza alla valutazione numerica in sé e per sé. Avere un punto in più o in meno a un test di ammissione è determinante, e di conseguenza anche avere un punto in più o in meno alla maturità lo diventerà, senza la minima considerazione per il valore del percorso scolastico che sta dietro tutto ciò. E allora, in fondo, forse è davvero meglio che un professore ti passi la versione se è troppo difficile.

Tranne per il fatto che io quest’ultima cosa non la accetterò mai, perché significherebbe ammettere che due o tre centesimi e un esame valgano più di quello che io ho imparato a fare in cinque anni di scuola.

In conclusione, mi si permetta un momento paternalistico: maturandi, innanzitutto fregatevene di quello che ho scritto, perché è la mia esperienza e non quella di qualcun altro e perché avrete modo di pensare alla vostra a suo tempo. In secondo luogo, sappiate che, con un po’ di fortuna e buona volontà, tra qualche mese avrete più lavoro da fare, più tempo per farlo, e molta più soddisfazione. E con questo mi sento ufficialmente vecchia.

E cito d’Annunzio. Possiamo cadere più in basso?

Ed in nessuna plaga
con più guerra, ahi, l’anima audace
travagliarono il peso
del corpo e lo sforzo dell’ale.”

(Alcyone, Il Gombo)

Alcune note sulle Fenicie di Euripide: Antigone è stanca

June 13, 2013 § Leave a comment

No, non sono in grado di mantenere un ritmo regolare nei miei post.

In tutto il tempo in cui non ho scritto (e lasciamo perdere il “diamine, è già metà giugno” che mi gira per la testa in questo momento – dov’è finito maggio?) sono successe alcune cose. Immediatamente relativo all’argomento di questo post è il fatto che a fine maggio sono stata a Siracusa a vedere Antigone ed Edipo Re. (Non immediatamente relativo all’argomento di questo post è il fatto che io sia riuscita, incredibilmente, ad andare a Siracusa mantenendo livelli di serenità emotiva accettabili.) Incidentalmente, ho anche dato l’esame che mi aveva richiesto di tradurre le Fenicie in primo luogo, ma questo non ha provocato grande coinvolgimento estetico. Siracusa, invece, nonostante tutto sì. E per “nonostante tutto”, cercando di non dilungarmi troppo e senza millantare un’esperienza o un occhio critico in campo teatrale che proprio non ho, intendo dire nonostante un’Antigone tradotta in modo discutibile – “meraviglioso è l’uomo”? Davvero? Ne approfitto per segnalare la ben migliore traduzione (non opera mia) che trovate qui –, con protagoniste femminili discutibili, e un Edipo che nonostante la grande fedeltà al testo non mi ha convinta fino in fondo. Mi resta, a livello generale, l’impressione che Sofocle messo in scena rischi di trasformarsi in una copia scialba di Euripide. Mi rendo conto che sia un giudizio critico avventato, ma d’altronde trasformare un testo in uno spettacolo (almeno uno di carattere tradizionale e rivolto al medio/grande pubblico come, al di là della buona qualità, restano quelli di Siracusa) richiede di prendere posizione su ogni sfumatura del testo stesso, operazione che, per Sofocle almeno, porta pericolosamente vicino all’appiattimento. Insomma, non ho trovato nell’Edipo Re rappresentato in scena nulla più di quanto avessi trovato leggendolo, e certamente qualcosa di meno. Nell’Antigone di quest’anno, invece, qualcosa di nuovo l’ho trovato eccome: il prologo delle Fenicie. Sì, perché la rappresentazione si apriva con un antefatto (necessario, a mio parere, considerato che i ragazzi seduti alle mie spalle sono riusciti a domandarsi chi fosse Tiresia – ma non aprirò il capitolo del comportamento sconcertante del pubblico, basti menzionare gli applausi rivolti a Edipo che entra in scena cieco e insanguinato), affidato niente meno che al fantasma di Giocasta, che ha recitato quasi per intero proprio il prologo delle Fenicie, aggiungendovi una parte della narrazione della morte di Eteocle e Polinice, ripresa tra l’altro testualmente dalla traduzione di Medda. Ora, mi si dirà che cucire il prologo delle Fenicie all’inizio dell’Antigone è un abominio. Sono propensa ad accettare l’obiezione, soprattutto perché il prologo dell’Antigone è di per sé una scena dalla forza drammatica e umana travolgente (peccato che né le due attrici né soprattutto il testo, ridotto e rielaborato, fossero all’altezza della parte). Eppure, nel momento in cui Giocasta raccontava il duello in cui i suoi due figli si erano uccisi, e in scena – con una scelta registica che non molti hanno apprezzato, ma che io ho trovato splendida – Eteocle e Polinice, interpretati da due bambini vestiti di bianco, simulavano un breve combattimento rituale, concluso da un abbraccio che non sarebbe potuto essere in più profondo contrasto con un testo che li paragona a cinghiali e leoni schiumanti, in quel momento (e solo in quello) mi sono salite le lacrime agli occhi. (E in quel momento ho deciso che voglio vedere rappresentate le Fenicie, se mai mi si presenterà l’occasione, ma anche questa è un’altra storia.)

Ma veniamo ad Antigone, quella di Euripide e non quella di Sofocle. Non che sia possibile leggere l’una prescindendo dall’altra, ed Euripide stesso (o i suoi più o meno numerosi interpolatori, dato che la parte di Antigone è per l’appunto quella sospettata di corruttele più estese, a invaderla quasi per intero) ne è ben consapevole. L’Antigone di Sofocle, mi si permetta la semplificazione, è la rappresentazione di una scelta. Questo non la rende meno viva, meno ricca pur nel suo essere fanciulla fredda e irremovibile, votata ai morti – ci sono uomini che si innamorano di Antigone, diceva Shelley, e forse aveva ragione, anche se io non sarò tra questi. Ma Antigone, nella tragedia che porta il suo nome, non è certo stanca. Lei ha preso una decisione, ha deciso di amare e non di odiare (ma di amare i morti, e questo Ismene lo fa notare crudamente e meravigliosamente, sia a tu per tu sia, soprattutto, in presenza di Creonte, ed è difficile prescindere da questa realtà – Antigone stessa nell’allontanare la sorella sembra confondersi e non comprendere più se la stia salvando da un destino di orrore o se stia solo consacrando se stessa e la propria unicità, ai limiti del disumano), e questo fa fino alla morte. (Che è poi una morte altrettanto problematica – chi si è consacrata ai propri princìpi, chi è nata per amare, si impicca con la cintura della veste?) L’Antigone delle Fenicie, o l’Antigone di Euripide, invece, è innanzitutto una ragazza, quasi una bambina. La vediamo per la prima volta, e la ascoltiamo, in quella che doveva essere una parte cantata di grande virtuosismo tecnico, nell’atto di guardare uno spettacolo. Antigone è curiosa, insiste nel chiedere al pedagogo i nomi di tutti i guerrieri che vede dall’alto delle mura. Quando vede il fratello, la sua reazione è istintiva e bellissima: si augura di poter superare la distanza che li separa, semplicemente, con una corsa, e di abbracciarlo. Si augura, insomma, e quasi crede possibile, di risolvere il conflitto con un gesto di affetto. Ha poco da invocare Artemide o la folgore di Zeus in nome della giustizia e dell’equilibrio: resta tremendamente ingenua. “Com’è strano a vedersi quello, con quelle armi, una specie di barbaro!” – “Come splende la corazza di Polinice, come i raggi mattutini del Sole!” Alla fine della sua teichoskopìa, da brava ragazza greca non ancora in età da marito (ma, a dire il vero, da brava donna ateniese di qualunque età), se ne torna nelle sue “stanze virginali”, ben attenta a non farsi scorgere da nessuno. Ed è proprio dalle stanze virginali che verrà a strapparla proprio colei che dovrebbe essere la più rigida custode della sua innocenza, la madre. Antigone reagisce con preoccupazione all’ordine di seguirla sul campo di battaglia, nel momento cruciale del dramma, mentre i due fratelli stanno per affrontarsi in duello. “Come, lasciare le stanze virginali?” “Mi vergogno della folla.” Una reazione del tutto naturale e del tutto inopportuna, data la situazione tragica.

Da lì in poi, la lacerazione. Non c’è più spazio per la naturalezza della vita di una ragazza, è il momento di affrontare la tragedia. Sul campo del duello l’unica ad agire davvero, per l’ultima volta, è Giocasta – ad Antigone sono affidate soltanto poche frasi di circostanza, una battuta stucchevole sul fatto che i fratelli abbiano tradito il suo matrimonio. Ma, nel momento in cui a propria volta rinuncia al suo ruolo, o meglio lo consacra immobilizzandolo nella morte, la madre trasferisce ad Antigone la custodia degli affetti familiari. Nel momento in cui ritorna in scena (dopo essersi silenziosamente occupata del recupero dei cadaveri sul campo, con un tocco di delicatezza impareggiabile da parte del messaggero che la descrive allontanarsi di nascosto prima che la battaglia infurii di nuovo), Antigone ha abbandonato, e lo dichiara esplicitamente, ogni riserva dovuta alla sua condizione. Neppure le voci della natura hanno la possibilità di rispondere a suo canto con un lamento uguale. (Ammetto che quest’ultima osservazione è precaria, perché si riferisce a un punto del testo che soffre di una corruttela particolarmente complessa.) Solo che vi sono due modi di uscire dalla propria condizione di – tutto sommato – innocenza, e una è proprio quella della sua omonima sofoclea. E, in effetti, Antigone vuole seppellire Polinice, lo dichiara sfacciatamente in sfida a Creonte, si aggrappa fisicamente al cadavere in scena. Non posso evitare, a questo punto, di citare la battuta con cui la figlia di Edipo rifiuta il matrimonio con Emone, in tutta la sua meravigliosa semplicità: “Non è che con questi lamenti attirerai la sciagura sul tuo matrimonio?”, chiede Creonte, sicuro come sempre della sua posizione – “Ah, certo, perché da viva potrò mai andar sposa a tuo figlio!”. Ma neppure la sfera degli affetti familiari, qualsiasi fossero i sentimenti di Giocasta, è semplice e univoca: seppellire Polinice significa restare a Tebe, significa affrontare un altro capitolo di quella tragedia umana destinata a trascinarsi in eterno che è la saga dei Labdacidi, e significa anche abbandonare il padre nel suo momento di massima debolezza (che, paradossalmente, non è quello dell’accecamento e della scoperta della propria contaminazione, Edipo Re è grande fino alla fine, ma questa è di nuovo un’altra storia nonché l’argomento di un seminario). E Antigone, in fondo, è stanca, o forse stanca sono io che scrivo e che non resisto alla tentazione di attribuirle ciò che è mio. Forse Antigone sceglie l’esilio insieme al padre per affrontare in altro modo, altrettanto duro e doloroso, la sua sorte (“mi renderà grande la tua sciagura”, dice a Edipo, ma questa parte sì che è certamente interpolata, o almeno soggetta a una corruttela gravissima, a giudicare dalla conclusione totalmente illogica). O forse, semplicemente, accoglie del suo destino quella parte che potrà finalmente allontanarla da Tebe, da tutto quel sangue ormai privo di senso (quant’è lontano Sofocle!), insieme con un padre che, almeno, ha compiuto la sua parte sulla Terra (anche se ha bisogno che ciò gli venga ricordato, perché mantiene lo sguardo – la crudeltà è assolutamente voluta – rivolto alle imprese passate) e si avvia, forse, verso Colono. Ma anche qui, a ricordarci la precarietà del testo e di tutto quello che si è detto su di esso, intervengono le cruces del filologo: la menzione di Colono è spuria. La tragedia si chiude sull’immagine di un esilio senza meta. Forse, l’Antigone che è rimasta a Tebe soffre di meno – o, almeno, ha un senso cui aggrapparsi, finché il senso non prende forma, nella cintura della sua veste.

Alcune note sulle Fenicie di Euripide: Giocasta, Creonte, Meneceo

April 27, 2013 § Leave a comment

Non ditemelo, sono in ritardo. Li chiameremo “tempi tecnici da preparazione di seminario”.

Innanzitutto, qualcuno mi ha chiesto conto (nella consueta maniera puntualissima per cui ringrazio) di quanto ho scritto nell’ultimo post. Ci tengo a chiarire almeno una cosa, al di là del fatto che, naturalmente, si tratta di mie opinioni personali senza pretese di autorità (caratteristica che peggiorerà in questo post e nel successivo): non ho un’ipotesi filologica sulla costituzione del testo delle Fenicie. È tutto ben più complicato di quanto si addica alle mie possibilità – mi limito a osservare che un problema di “autenticità” c’è, ed è evidente, e che nonostante ciò non ne terrò conto (perché, personalmente, penso che il testo abbia valore per come ci è pervenuto, al di là delle analisi filologiche, etc.). Questa precisazione è fondamentale per quanto segue, dato che la caratterizzazione dei personaggi (Antigone in particolare) cambierebbe radicalmente se non si prendessero in considerazione sezioni come la teichoskopìa o i riferimenti al seppellimento di Polinice nel finale. Per chi invece volesse documentarsi meglio sull’aspetto testuale della questione, a livello divulgativo raccomando, per una volta, l’edizione BUR a cura di Enrico Medda, corredata di un’ottima introduzione e un’appendice note al testo che rimediano (in modo peraltro ben più leggibile) all’assenza di apparato critico.

Ma torniamo ai personaggi. Se non fosse chiaro, non ho intenzione di parlare né di Eteocle né di Polinice, se non per opposizione. I due fratelli non sono affatto i protagonisti del dramma, e l’unica cosa che sanno fare davvero bene è discutere. Per un episodio intero. Senza concludere nulla, senza ascoltarsi, senza ascoltare la madre. Ciascuno dei due è mosso da diverse motivazioni e diverse ambizioni, entrambi non vedono oltre il proprio regal naso. È questo ciò che li condanna ad avere torto, inappellabilmente, a differenza di quanto avveniva nei Sette a Tebe eschilei: per quanto Polinice sia più dalla parte del giusto rispetto al fratello, non è capace di preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni esattamente come lui. Agendo per un principio non certo condannabile (effettivamente, Eteocle l’ha cacciato dalla propria città violando i patti, condannandolo alla peggiore sventura per un uomo greco), Polinice porterebbe o Tebe o l’esercito argivo alla sconfitta e alla distruzione. Non ci sarebbe modo di evitare questa considerazione neppure se Giocasta non la rendesse esplicita a metà del (lunghissimo) primo episodio. Da parte sua, Eteocle non difende Tebe, ma il proprio diritto alla tirannide: “Se si deve agire ingiustamente, meglio farlo per il potere.”

Il carattere dei due fratelli, d’altronde, si sarebbe potuto intuire perfettamente già dal loro atteggiamento nei confronti del padre. Nelle Fenicie, sia Edipo sia Giocasta sono vivi, e Creonte non ha ancora preso il potere a Tebe; cosa più importante, Edipo non ha maledetto i figli nel momento in cui ha scoperto la propria colpa. È tipico di Euripide presentare versioni inaspettate del mito, ma questa alterazione è particolarmente significativa: Edipo maledice i figli in risposta al loro primo atto di crudeltà ed egoismo, ovvero quando essi, divenuti adulti, decidono di rinchiudere il padre nel palazzo, nascondendone l’esistenza al mondo nella (risibile) speranza che i cittadini dimentichino la macchia che è stata la loro stessa nascita. A narrare il tutto è una Giocasta molto servizievole, nel prologo: un lungo discorso denso d’informazioni sugli antefatti della torbida vicenda, che andò inevitabilmente soggetto all’accusa di essere inopportuno. Il fatto è che Giocasta racconta la storia della propria famiglia deforme (simboleggiata da un Edipo sfregiato, di cui la madre si prende cura anche dopo la condanna dei figli) con un’attenzione al particolare straordinaria sì, ma sempre temperata dalla volontà di riportare tutta la storia a qualcosa che, in fondo, può essere normale. O meglio, Giocasta racconta la storia della propria famiglia distrutta come chi ne fa ancora parte (il contrario di ciò che accade nell’Edipo Re sofocleo) e, soprattutto, è ancora legato da profondi legami affettivi a tutti i protagonisti della vicenda. Quasi commovente (o morboso, se si preferisce) è l’affetto che la madre-moglie prova per Edipo, quasi che il suo doppio status di marito e figlio non abbia fatto altro che accrescere la forza della loro unione. Così anche per i figli e le figlie del letto contaminato – soprattutto Antigone e Ismene, nomi scelti a turno, uno dalla madre e uno dal padre, nell’ottica di una “comunanza di figli” tra marito e moglie che mantiene unito il nucleo familiare. È attraverso questo nucleo affettivo che Giocasta è in grado di mettere ordine, in qualche modo, nella confusione di valori creata dagli dei e dagli uomini, riportandosi a quelli, tra i valori, che dovrebbero essere in grado di renderle almeno sopportabile l’esistenza. Ed è anche l’unico personaggio a porre i due fratelli di fronte alle proprie responsabilità, rispondendo a ciascuno dei discorsi pronunciati da loro in difesa della propria posizione con una rhesis che è un appello alla responsabilità, di fronte alla città di Tebe, l’elemento sociale intorno al quale i legami familiari a propria volta si tessono, ma anche di fronte al cosmo intero (la metafora scelta non è casuale: il Sole e la Notte, pur dovendo alternare il proprio regno, non sono insofferenti nel sottomettersi al patto per il bene dell’umanità).

Tuttavia, non è a Giocasta che spetta di salvare Tebe. Anzi, tecnicamente a Giocasta non spetta di salvare proprio nulla: la sua fine sarà la rinuncia, l’abdicazione al proprio ruolo di “faro degli affetti” attraverso il suicidio – ma il medesimo ruolo sarà immediatamente ricoperto da Antigone, cui la madre stessa “passa il testimone” chiamandola, simbolicamente, fuori dalle stanze verginali alla vita adulta. C’è però nelle Fenicie un secondo nucleo familiare oltre a quello dei Labdacidi, ed è quello cui Giocasta stessa appartiene per sangue, rappresentato dal fratello di lei, Creonte, e dai suoi figli. È a loro, gli ultimi discendenti per linea pura degli Sparti, i guerrieri nati dai denti del drago sacro ad Ares seminati da Cadmo, che spetta di salvare la città. La contesa dev’essere espiata, e il compito, per responso di Tiresia, ricade su Meneceo, figlio minore di Creonte. (A Emone, il maggiore, spetta invece di sposare Antigone, ma quest’esigenza tradizionale è integrata nel testo, per una volta, in modo davvero maldestro.) L’unico ostacolo alla salvezza della città, questa volta, sono proprio gli affetti familiari, e qui (a mio modesto e forse non condivisibile parere) si arriva a uno dei momenti migliori di Euripide in quanto autore tragico che non attenua in alcun modo i conflitti di valore. Perché la reazione di Creonte al responso di Tiresia, ovvero tentare di far fuggire il figlio di nascosto pur di salvare lui, condannando Tebe, è perfettamente comprensibile (anche se il personaggio di Creonte, per parte sua, è altrettanto cieco e odioso di Eteocle e Polinice, e lo rivelerà nel finale). Sarà Meneceo ad assumersi la responsabilità di fare ciò che è giusto, sacrificandosi di propria mano sulle mura, nel punto più adatto per placare Ares. L’esigenza della collettività trionfa su quella personale, come nell’Eretteo, tragedia euripidea perduta della quale ci è stata tramandata una stucchevole rhesis (contenuta nell’altrettanto stucchevole orazione Contro Leocrate di Licurgo) in cui la moglie di Eretteo, Prassitea, approva il sacrificio della figlia per salvare la città. Ma anche nell’Eretteo il finale era tutt’altro che conciliatorio: pur con Atene salva, la madre ignorava che le altre figlie avevano giurato di uccidersi a propria volta se la sorella fosse stata sacrificata. Segue massacro. Nelle Fenicie, toccherà ad Antigone scegliere tra il ruolo veramente “tragico” della sua omonima sofoclea e un’altra strada, più umana.

Alcune note sulle Fenicie di Euripide: una premessa

April 14, 2013 § 2 Comments

Forse dovrei spiegare in qualche modo i miei sei mesi di assenza. Dubito fortemente, però, che questo sia davvero utile. Chiariamo in poche parole: università, nuova città, nuovi ritmi. La primavera mi risveglia. C’è il sole, sono sulla terrazza del collegio, fa indegnamente caldo, e scrivo (di nuovo). Non posso garantire che durerà, il tempo a disposizione è davvero poco, ma ci sarà almeno questo post, e due altri a breve.

Ho promesso questo post da settimane, come risposta a una discussione che serpeggia tra i miei compagni di corso. (L’immagine è letterale: da brava serpe, tende a restare nascosta per la maggior parte del tempo per poi riemergere in momenti strategici. A mensa, tendenzialmente, ma questo è naturale.) Per chi mio compagno di corso non è (e non fa parte del discreto numero di persone che annoio di frequente con i miei discorsi, a prescindere dal corso di studi), offro un minimo di contesto: la tragedia in programma per l’esame di Letteratura Greca di quest’anno sono le Fenicie di Euripide, e la discussione, com’è naturale, è nata intorno a loro. Personalmente, ho finito di tradurle un paio di settimane fa; non avrei avuto altri motivi per scegliere proprio le Fenicie su cui lavorare, e per una volta sono grata al mio corso di greco per questo.

Ora, chiariamo subito una cosa: le Fenicie non sono una bella tragedia. Sono una tragedia autoreferenziale, confusa dal punto di vista drammatico, infestata di dialoghi insulsi e battute incongrue al contesto. Nel primo episodio Giocasta, incontrando il figlio Polinice per la prima volta dopo che è andato in esilio, durante una tregua organizzata dalla madre stessa nella speranza di scongiurare lo scontro fratricida che si prepara, inesorabile e mosso dai motivi più gretti, gli rivolge queste significative e sensibilissime domande (la traduzione, decisamente rozza, è mia):

G: “Esito a domandarti ciò che desidero, per timore di ferirti: ma lo desidero.”
P: “Chiedi pure, non lasciar da parte nulla: ciò che tu vuoi, madre, mi sta a cuore.”
G: “Allora ti chiederò ciò che innanzitutto desidero sapere: com’è esser privati della patria? È proprio un grande male?
P: “Grandissimo, non è cosa che le parole possano esprimere.”
G: “E che impressione dà? Cosa c’è di doloroso per gli esuli?”
P: “Una cosa è la più grave: non avere libertà di parola.”
G: “È proprio una cosa da schiavi, non poter dire ciò che si pensa.”
P: “Ma bisogna sopportare l’ignoranza dei potenti.”

Eccetera. Non credo ci sia bisogno di commento (né dei miei corsivi) per enfatizzare l’infelicità drammatica di un passo del genere (che peraltro segue un canto lirico notevolissimo di cui, nei miei progetti, avrò modo di parlare). Di certo l’idea ha un valore culturale indiscutibile, non ho obiezioni; ma le Fenicie non sono, appunto, per dare una diretta valutazione estetica, una bella tragedia. Sono anche un testo di cui si intuiscono le cicatrici: le ultime centinaia di versi soffrono con tutta evidenza di una selva di interpolazioni, rimaneggiamenti, chissà cos’altro, di cui ormai è impossibile districare il gomitolo (e qui mi sia concessa un’osservazione generale: un testo dovrebbe avere un valore anche per come ci è pervenuto, l’illusione di ripristinare fantomatiche “versioni originali” o archetipi si rivela per quello che è proprio in casi come questo – di fronte al rischio di snaturare l’intera tragedia, come fa chi elimina magari i riferimenti al seppellimento di Polinice per una banale questione di coerenza, non è forse il caso di rinunciare e accettare i propri limiti? Per questo le mie osservazioni si riferiranno sempre al testo che ho letto, senza discutere su cosa sia più probabilmente euripideo e cosa no. E poi, agli dei piacendo, non sono un filologo); Creonte, tanto per dire, resta in scena per 230 versi della sequenza finale, ascoltando in silenzio il racconto del messaggero senza intervenire fino al momento in cui i suoi interessi sono direttamente in gioco (possibilità affascinante, se mi si permette, ma drammaturgicamente incoerente), oppure esce e rientra senza che nessuno commenti i suoi movimenti (altra situazione ben difficile da ammettere). Almeno da metà tragedia (ma anche prima, per chi sospetta dell’autenticità della teichoskopìa iniziale) è chiaro che qualcosa non va, che o l’autore sta perdendo il filo del testo (cosa non del tutto improbabile, per un dramma in cui undici personaggi si alternano in scena) o, per salvare la sacrosanta reputazione di Euripide, che più persone ci hanno messo mano. Ora, io non so cosa sia successo, anche se qualche interpolazione è evidente e naturalissima, ma rimane l’impressione di star leggendo qualcosa di non del tutto formato, di cui non è così semplice dare una valutazione, riconoscere i difetti o gli eventuali pregi.

Dunque le Fenicie non sono una bella tragedia, né tantomeno una grande tragedia. L’Antigone è una grande tragedia, sulla stessa linea del mito. I Sette a Tebe, naturalmente, altrettanto, con tutte le riserve dovute a un testo “arcaico” (e anche su questo avrei da ridire, ma pace). Quest’ibrido confuso contiene in sé, tuttavia, una cosa di cui Euripide pare fosse maestro, e che la stessa storia sofferta del testo pare, se mi si consente l’immagine poetica, riflettere: è una tragedia umana. È una tragedia in cui si rappresenta un’immensa confusione di valori, qualcosa contro cui chi legge, assiste (vorrei essere tra i fortunati), scrive non può che rivoltarsi. Due fratelli si scontrano e si uccidono per una questione di potere, nessuno dei due ha torto e nessuno ha ragione, perché nessuno dei due è in grado di comprendere cosa stia succedendo al di fuori del loro litigio familiare trasformato in battaglia. La città di Tebe è in pericolo, di nuovo, e ricorda l’ira di Ares che ne ha accompagnato la nascita nel tentativo di dare un senso alle proprie vicende. Lo fa, per di più, attraverso un coro di giovani straniere, le Fenicie del titolo, perché Tebe stessa non ha più voce. Sarà il sacrificio di un ragazzo a garantire salvezza alla città, che rimarrà ugualmente in mano a chi, tra i potenti, è certo il meno colpevole, ma non per questo più capace di comprendere una realtà che ai giochi di potere, e ai loro effetti disastrosi per tutti, non sa più come opporsi. Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo che dovrebbero occupare il centro del dramma, restano ai margini; al centro sono invece accostate due coppie, genitore e figlio: Creonte e Meneceo, Giocasta e Antigone. Ciascuno di loro è un personaggio di umanità immensa, ed è questo l’unico vero motivo per cui le Fenicie sono, in fondo, una lettura che vale il tempo dedicatole.

Ma questo post è ormai sproporzionatamente lungo, sto scadendo nel retorico e avrei ancora ben altro da scrivere. Ne prometto, dunque, come prevedevo in apertura, altri due, possibilmente più brevi e meno tecnici, uno dedicato a Giocasta, a Creonte e, credo, a Meneceo, l’altro ad Antigone. Perché, casualmente, nel frattempo ho ripreso in mano la tragedia di Sofocle, e, me lo si perdoni, ho amato molto di più la ragazza ritratta da Euripide rispetto alla figura sofoclea. Spero di aver modo e tempo di spiegare degnamente perché.

Omnia mea mecum.

October 21, 2012 § 4 Comments

Avvertenza: questo post è autoreferenziale. Continuo a vergognarmi un po’ ogni volta che ciò succede.

Sto immobile e cerco di ascoltare il mio corpo. La pelle, la rete di vasi sanguigni e linfatici che scorre appena al di sotto. Immagino il mio corpo come un guscio vuoto, trasparente, una struttura di vetro in cui corrono cavi sottili. Lentamente, cerco di concentrarmi sulla struttura, sui colori che pulsano all’interno, sulla fragilità della parete che mi separa dal resto del mondo, dimenticando ciò che si intravede al di sotto della pelle. Sapendo che se non lo ascolto, o piuttosto se lo ascolto senza dargli retta, ciò che sta all’interno non sfuggirà, non spezzerà la barriera riversandosi all’esterno. Il punto di equilibrio è sottile, so che se mi sforzerò troppo di tenermi lontana dal centro perderò il contatto con me stessa, e allora non avrò più aria, soffocherò.

In genere si dice che per trovare un centro di stabilità si debba cercare dentro di sé, conoscere se stessi e giungere a quel punto in cui tutte le proprie energie possono essere concentrate. Per me è l’esatto contrario. Il mio punto di stabilità è periferico, o meglio, è circonfuso, coincide con ciò che mi separa dall’esterno e, nel farlo, definisce la mia identità e ciò che di essa decido di volta in volta di mostrare agli altri. Talvolta mi chiedo se ciò faccia di me una persona molto sincera e molto spontanea o piuttosto una totale ipocrita che per di più è riuscita a convincersi delle proprie stesse bugie. Di recente sono stata spinta a pormi esattamente questa domanda.

La conclusione, probabilmente provvisoria (ho l’inveterata abitudine di trasformare qualunque risposta mi capiti di darmi nel punto di partenza di un’indagine di livello diverso, il cui risultato non è sempre coerente coi precedenti), cui sono giunta è che la mia identità non è affatto profonda, nascosta o inaccessibile alla coscienza. La mia identità è quella di cui io sono consapevole e che sento come mia. (Non quella che mi costruisco, è chiaro, o creerei un punto di partenza fasullo.)

Percepisco che un aspetto di me, o se si vuole una parte profonda (il punto è che questa parte non ha e non può avere autonomia, e questa consapevolezza mi è necessaria), tende a comportarsi in maniera differente da ciò che io riconosco come mio. Sarebbe più onesto dire che un aspetto di me tende a comportarsi come un’incontrollabile forza distruttiva. Talvolta è un’ondata appiccicosa e grigia come melassa che tende a schiacciarmi a terra e a impedirmi di muovermi, talvolta è la volontà di fare a pezzi qualcosa, qualsiasi cosa, in nome di un mio immaginario e subito misconosciuto benessere interiore. Più spesso è entrambe le cose contemporaneamente, e si trasforma in una palude di odio verso me stessa e verso gli altri nello stesso tempo, che mi impedisce di agire in alcun modo che io riconosca come ragionevole. In ogni caso, so bene che quando questo succede non posso dire di essere un’altra persona. Non posso scaricare la mia responsabilità su alcunché, perché la persona che agisce sono sempre io, in nome di una forza che mi appartiene e della quale so (cerco di ricordarmi di sapere) di essere responsabile. Il punto è proprio questo. Il punto è che questa forza non è autonoma, non ha possibilità di scegliere e di prendersi la responsabilità delle mie azioni. Questo significa che, paradossalmente, questo non può essere me. Non può essere neanche qualcun altro. Non può essere considerata come autonoma, perché non ha possibilità di scegliere come agire. La possibilità di scegliere l’ho soltanto io. Posso decidere di abbandonarmi a quello che sento salire dal profondo del mio corpo oppure posso decidere di respingerlo, di concentrarmi su quello strato superficiale che so essere reale, dotato di volontà e di capacità di interagire con gli altri.

È faticoso. Talora qualcosa di ciò che non voglio essere traspare, e in quel momento il mio esercizio dovrebbe stare nel riconoscermi, nel non rifiutare ciò che ho fatto o detto anche se so che non corrisponde a quello che sono. Ma ciò non toglie che le cose che potrebbe capitarmi di dire non sono vere, e soprattutto non sono affatto l’espressione di un’identità repressa avvolta in una struttura di menzogne. Non sopporto che qualcun altro possa pensare tutto questo, pensare di conoscere ciò che sono davvero meglio di me stessa. Non esiste una mia identità che prescinda da me, e dalla mia autocoscienza – se sembra esistere, non è altro che un errore di prospettiva. Sono la prima ad averlo fatto, questo errore, ma sono anche in grado, poco alla volta, di correggerlo.

Da tre settimane sto studiando in uno degli ambienti più incredibili che io abbia conosciuto. Da tre settimane posso anche dire di stare bene. Diverse persone mi hanno detto che si vede, e ne sono particolarmente orgogliosa. Questo non significa che tutto si sia cancellato, che io sia ora una persona tranquilla e serena. Non è neppure tra i miei obiettivi diventarlo, o quantomeno lo è con una priorità molto bassa. Significa che mi sto concentrando su ciò che di me riconosco anziché sull’ammasso di sensazioni negative che pure continua a esistere. È anche possibile che io sia riuscita a interrompere una volta per tutte (o meglio, attraverso il passo decisivo di una catena di piccoli passi che continua tutt’ora) uno dei canali più forti e più pericolosi attraverso cui la mia rabbia si rafforzava [grazie.]. E, soprattutto, mi sto concentrando su ciò che più mi interessa e che, nel contempo, mi calma al massimo grado. È meraviglioso pensare che le due cose coincidano, e che non solo io abbia la possibilità di applicarmi a ciò che desidero, ma che vi sia in qualche modo costretta. Al momento, è una delle difese più rassicuranti che riconosco di avere per il futuro. L’altra è il fatto che ciò che sono e faccio sembra piacere alle persone che mi circondano, senza che io sia costretta a costruirmi una facciata socialmente accettabile che, questa sì, riconoscerei come fittizia. Forse è presto per dirlo, ma credo di essere nel posto giusto.

Avere senso, ovvero l’ennesimo nuovo inizio

September 25, 2012 § Leave a comment

È almeno un mese che penso di riprendere a scrivere, e non so mai come cominciare.

Ci vorrebbe qualcosa di simile a una spiegazione del perché ho smesso, o magari dovrei raccontare cosa sia successo nel frattempo (certo, quando mai ho davvero raccontato qualcosa della mia vita quotidiana qui dentro?). Oppure potrei ricominciare senza dire nulla con un bel post su Seneca e perché mi ha delusa. O magari potrei usare come scusa il fatto che ho continuato a pubblicare qualche traduzione su un altro blog (magari no, però se qualcuno andasse a dare un’occhiata non mi dispiacerebbe, e non solo per le mie traduzioni). L’idea generale, in effetti, sarebbe di provare a fare tutte queste cose, per quanto il risultato possa essere discontinuo. Abbiate fiducia, arriverò da qualche parte.

Insomma, Seneca mi ha delusa. Sono mesi che voglio spiegarne il perché, ma sembra che nessuno abbia voglia di ascoltarmi su questo argomento in particolare. Ho letto il De brevitate vitae nel febbraio scorso, in un infelice momento scolastico (d’accordo, sostanzialmente tutto il mio anno scolastico è stato infelice, grazie, maturità!), e ho finalmente capito cosa mi disturbasse della sua filosofia fin dalla quinta ginnasio. Per chi non lo avesse presente, il De brevitate vitae è una lunga lettera sul tempo e sul suo migliore impiego, in cui Seneca argomenta contro tutti coloro (gli occupati) che sprecano il proprio tempo in attività estranee (aliena, che i lettori di almeno la prima Lettera a Lucilio ricorderanno come parola chiave) anziché impegnarsi a ottenerne il controllo, come il saggio deve fare. Insomma, saggio è chi sa impiegare il suo tempo in modo che neppure un attimo vada sprecato – in caso contrario, la vita non potrà che apparire breve, per colpa degli anni persi in occupazioni inutili. E fin qui forse non ho nulla da eccepire: avere il controllo su qualunque cosa è anche il mio ideale di serenità (a volte). Il punto è: e poi? Come dovrei impiegare tutto questo tempo di cui mi sono riappropriata? È qui che Seneca si rivela per quello che è, ovvero un filosofo antico con evidenti ascendenze ellenistiche la cui idea di felicità è incompatibile con quella di qualsiasi uomo moderno, diciamo, la mia. Perché per Seneca il problema non si pone: e poi, una volta ottenuto il controllo sul proprio tempo, il saggio può impiegarlo a… esser saggio? Credo che questo possa concretizzarsi nello studio e nel riposo (sempre di otium si tratta), ma qualcuno più esperto di me mi smentisca pure. In sostanza, però, il saggio fa il saggio, e si chiude nell’ambito di ciò che può serenamente controllare, ovvero in se stesso. Fine. Felicità.

Tutto questo, è naturale, mi sembra inammissibile. Chiudermi in me stessa è esattamente ciò che mi impegno a evitare più di ogni altra cosa. Perché ciò che faccio deve avere un senso, o finirò per smettere di farlo, e il senso di ciò che faccio non può venire da me stessa. Sarà un mio limite (probabilmente lo è), ma di me stessa non so cosa farmene. Il mio terrore è proprio rimanere bloccata all’interno, senza la possibilità di comunicare con altri.

Und mehr noch als das, in allem hatte er nur sich gesucht, und sich nur in allem gefunden.”

Sono abbastanza certa di aver già scritto di questo, dato che lo scopo principale di questo blog è proprio quello di dare un senso ai miei pensieri. All’interno, questo significa che scrivere aiuta a mettere ordine nelle cose; all’esterno, ed è questo che davvero importa, significa che se qualcuno ritrova qualcosa di sé in quello che scrivo, o quantomeno vi riconosce qualcosa che sia valsa la pena di leggere, allora il mio obiettivo è raggiunto. Non si può uscire da se stessi, ma si può almeno comunicare qualcosa. È lo stesso per la conoscenza: nulla di ciò che si impara può e deve rimanere nascosto, non condiviso, e anche per questo desidero insegnare.

Don’t let it go to waste, dice l’epigrafe di questo blog, una delle mie citazioni preferite.

Nel mezzo di tutto questo, tra le mie riflessioni su Seneca e diverse, diverse altre cose, è successo che io smettessi di credere che ciò che scrivo potesse avere senso per qualcun altro. Ho smesso di immaginarmi un destinatario (o, talvolta, di averne uno), e di conseguenza ho perso anche l’identità di chi doveva scrivere. (Non la mia, s’intende.) Poi, poco a poco, altri mi hanno restituito l’idea che quello che avevo scritto o che avrei detto avesse un significato, che, in un certo senso, fosse importante. E, in fondo, scrivere mi è necessario, a patto che qualcuno legga.

Non starò a ringraziare le persone che mi hanno restituito questa fiducia, perché in buona parte non lo sanno e preferisco che continuino a non saperlo. Intanto, voglio ricominciare a scrivere. E non solo. Tra meno di una settimana mi trasferirò a 300 km da casa e inizierò l’università nel luogo migliore che potessi immaginare. (Qui.) So di non potermi permettere di partire con l’idea che quello che scrivo, faccio, dico non abbia importanza. So che dovrò avere fiducia in me stessa, per quanto non sia affatto abituata ad averne. Ma, di nuovo, non è me stessa che voglio cercare, e non è a me stessa che voglio bastare. Con buona pace di Seneca.